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Il tribunale di Taranto

Il tribunale di Taranto

Imprenditore ortofrutticolo ucciso: comincia il processo di appello ai due killer

VILLA CASTELLI - Fu trovato morto il 18 novembre del 2006 nel bagagliaio della sua auto: un colpo di pistola gli aveva fracassato il cranio. Salvatore Varone era un imprenditore di Melicucco, in provincia di Reggio Calabria. La vettura con dentro il cadavere, una Mercedes, era stata bruciata e abbandonata nelle campagne tra Grottaglie e Montemesola. Un posto isolato. Auto e cadavere sarebbero rimasti lì chissà per quanto tempo se un contadino non si fosse trovato a passare.

VILLA CASTELLI - Fu trovato morto il 18 novembre del 2006 nel bagagliaio della sua auto: un colpo di pistola gli aveva fracassato il cranio. Salvatore Varone era un imprenditore di Melicucco, in provincia di Reggio Calabria. La vettura con dentro il cadavere, una Mercedes, era stata bruciata e abbandonata nelle campagne tra Grottaglie e Montemesola. Un posto isolato. Auto e cadavere sarebbero rimasti lì chissà per quanto tempo se un contadino non si fosse trovato a passare.

A rispondere dell'omicidio sono chiamati nuovamente in Corte d'Assie di Appello a Taranto Giuseppe Esposito, 38 anni, di Villa Castelli, e Salvatore Castiglione, 45 anni, di Crotone, residente a San Marzano di San Giuseppe. Condannati in primo grado entrambi a 23 anni di reclusione, doovranno tornare a difendersi a partire dal 7 maggio. Giuseppe Esposito, in libertà, per decorrenza dei termini, assistito dall'avvocato Cosimo Deleonardis, e Salvatore Castiglione, difeso dall'avv. Franz Pesare.

Nel corso delle indagini si è parlato più volte di altre tre persone, identificate e interrogate, che avrebbero materialmente ucciso l'imprenditore su istigazione del francavillese e del calabrese. Ma a loro carico non è emerso alcun elemento per poter procedere. Nel processo ci sono altri tre imputati: rispondono di favoreggiamento. Due, tra cui la moglie di Castiglione, difese da Domenica Montanaro, e Giovanni De Felice difeso da Antonio Poci.

Per l'accusa Esposito avrebbe ammazzato Varone per un debito di 25mila euro. Con il sostegno di Castiglione, anche lui in rapporti non buoni con la vittima. Varone era un facoltoso imprenditore. Proprietario di una ventina di autotreni, inviava frutta in tutto il mondo. La sua azienda, gestita assieme ai fratelli, era florida. Tre fratelli: uno si interessava del trasporto, un altro dello stoccaggio a Milano della frutta, e Salvatore dell'aspetto commerciale.

Il francavillese era uno dei tanti clienti che si attardava nei pagamenti. Inizialmente di poco. Ma con il passare del tempo il debito aveva raggiunto i 25mila euro e Varone chiedeva il saldo con insistenza. Sarebbe stata questa insistenza che avrebbe fatto scattare la molla dell'omicidio che avvenne il 18 novembre del 2006. I carabinieri mettono assieme diversi elementi.

I tre (assassini e vittima) già una paio di mesi prima (era settembre) avevano avuto una discussione molto animata. Motivo sempre lo stesso: il debito non pagato. Peraltro Varone in precedenza aveva denunciato per truffa Esposito. Rapporti molto tesi, dunque. Lo stesso Esposito ammise che il pomeriggio, vale a dire poche prima dell'omicidio, si era incontrato con Varone. Al quale - sostenne negli interrogatori - aveva consegnato 5mila euro in acconto dei 25mila. Negò, però, qualsiasi coinvolgimento nell'omicidio.

Ma le cose non quadravano agli investigatori. C'erano forti divergenze con le dichiarazioni di altri tre testi. E poi c'erano le intercettazioni ambientali ad inchiodare i due presunti omicidi. A tutti e due venne contestato l'omicidio; al francavillese anche l'incendio e l'occultamento di cadavere. Il colpo di scena si ha il 15 febbraio 2007 quando l'avvocato Deleonardis riuscì a farlo scarcerare.

La richiesta di rinvio a giudizio, su eccezione sollevata dal penalista, venne dichiarata nulla, perché Esposito, dopo l'avviso di chiusura delle indagini non era stato interrogato sebbene ne avesse fatto richiesta. I termini di custodia non vennero prorogati e il francavillese, sebbene con vari obblighi, si ritrovò libero. Gli atti vennero nuovamente trasmessi al pubblico ministero che dovette ripetere l'iter.

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