Cronaca

"Industrie sicure", nuove scarcerazioni: tornano in libertà anche i fratelli Urso

Tornano libere altre due persone arrestate nell'ambito dell'operazione sui furti nella zona industriale e ai danni degli impianti fotovoltaici, ribattezzata "Industrie sicure". Si tratta dei fratelli Arcangelo Urso, 57 anni, e Domenico Urso, 55 anni, difesi entrambi dall'avvocato Luca Leoci. I due, reclusi in regime di domiciliari, sono stati scarcerati su decisione del gip del tribunale di Brindisi

BRINDISI -  Tornano libere altre due persone arrestate nell’ambito dell’operazione sui furti nella zona industriale e ai danni degli impianti fotovoltaici, ribattezzata “Industrie sicure”. Si tratta dei fratelli Arcangelo Urso, 57 anni, e Domenico Urso, 55 anni, difesi entrambi dall’avvocato Luca Leoci. I due, reclusi in regime di domiciliari, sono stati scarcerati su decisione del gip del tribunale di Brindisi, che ha accolto l’istanza presentata dal legale.

Lo scorso 21 marzo era stata annullata l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti dell’imprenditore Antonio Cannone. Nei giorni precedenti era caduta l’accusa di associazione per delinquere nei confronti di Orazio Lagatta, Francesco Pugliese, Gianluca Giosa, Emanuel Magrì e Diego Quarta. Anche Andrea Baglivo aveva ottenuto l’annullamento dell’ordinanza, in quanto già assolto con sentenza passata in giudicato per il medesimo fatto che gli veniva contestato.

Diciotto persone vennero raggiunte dall’ordinanza, di cui 11 in carcere e 6 ai domiciliari.  Sulla base di quanto ricostruito dagli inquirenti, gli indagati sarebbero coinvolti in una serie di furti che fra la fine del 2012 e il gennaio del 2013 hanno colpito: gli stabilimenti delle aziende Scandiuzzi (la più martoriata), “Technogal service” e “Advanced control system srl”; l’inceneritore di Termomeccanica sulla strada per Pandi; tre impianti fotovoltaici situati rispettivamente a Salice Salentino (Lecce), Cellino San Marco e contrada Santa Lucia, nell’agro di Brindisi; l’appartamento di un privato cittadino.

L’obiettivo prediletto della presunta organizzazione era il rame. In poco più di un anno ne sarebbero stati rubati quasi 450 quintali, di cui 120 quintali recuperati. Il valore della refurtiva è di svariati milioni di euro. L'oro rosso veniva depositato in varie basi logistiche individuate dagli investigatori, prima di essere venduto.

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