Cronaca

"Industrie sicure": parziali ammissioni davanti al gip, negato il vincolo associativo

C'è chi ha fatto parziali ammissioni e chi ha negato ogni addebito. Tutti hanno escluso la sussistenza di un'associazione a delinquere. Davanti al gip Stefania De Angelis si sono presentate stamani le persone condotte in carcere nell'ambito dell'operazione della Squadra mobile di Brindisi "Industrie sicure". La Leucci Costruzioni intanto si appresta a dimostrare agli inquirenti di essere stata citata per un errore materiale negli atti dell'indagine

BRINDISI – C’è chi ha fatto parziali ammissioni e chi ha negato ogni addebito. Tutti hanno escluso la sussistenza di un'associazione a delinquere. Davanti al gip Stefania De Angelis si sono presentate stamani le persone condotte in carcere nell’ambito dell’operazione della Squadra mobile di Brindisi “Industrie sicure”, che ha sgominato una banda dedita ai furti nella zona industriale di Brindisi e ai danni di impianti fotovoltaici. Sempre oggi la società Leucci Costruzioni, citata più volte nel provvedimento cautelare come datrice di lavoro di Gianluca Giosa e per altre circostanze, ha incaricato un legale di fiducia per documentare agli inquirenti che si tratta di un errore materiale nell'individuare la denominazione dell'azienda, e per documentare quindi la propria estraneità assoluta alla vicenda, dove anzi ha il ruolo di vittima dei furti.

Il giudice ha ascoltato i presunti capi del sodalizio (Antonio Leo, 35 anni, difeso dall’avvocato Livio Di Noi, e Gianluca Giosa, 36 anni, difeso, da Luca Leoci), il 37enne Gianluca Quarta (la guardia giurata di Monteroni, in provincia di Lecce, accusata di aver agevolato un furto in un sito fotovoltaico di Salice Salentino), e i brindisini che avrebbero preso materialmente parte ai colpi (Davide Picciolo, 33 anni, Gianfranco Maiorano, 47 anni, Orazio Lagatta, 22 anni, Antonio Chiarella, 23 anni, Giovanni Nigro, 31 anni, Francesco Pugliese, 29 anni), difesi dagli avvocati Daniela D’Amuri, Cinzia Cavallo, Gianvito Lillo e Giampiero Iaia.

Gianluca Giosa si è dichiarato responsabile di una parte degli episodi che gravano sul suo conto, ma ha negato la sussistenza di un’associazione. A suo dire, le decisioni venivano prese in maniera occasionale, sotto la spinta della difficile situazione economica in cui lo stesso versava. Maiorano e Chiarella hanno confessato l’unico furto loro addebitato: quello ai danni del parco fotovoltaico “Mmp094”, in contrada Santa Lucia. Pugliese, accusato dell’incursione nel capannone della Scandiuzzi avvenuto il 28 novembre 2012, ha dichiarato di essere estraneo ai fatti. 

I legali si sono riservati di presentare istanza di attenuazione della misura cautelare. Nei prossimi giorni sfileranno davanti al giudice gli indagati in regime di domiciliari: gli imprenditori Antonio Cannone, 63 anni, e Tiziano Martina, 43 anni; il manutentore di impianti fotovoltaici Emanuel Magrì, 30 anni; e poi Arcangelo e Giacomo Urso, rispettivamente 67 e 55 anni, Raimondo Testini, 32 anni, Andrea Baglivo, 42 anni.

Sulla base di quanto ricostruito dagli inquirenti, gli indagati sarebbero coinvolti in una serie di furti che fra la fine del 2012 e il gennaio del 2013 hanno colpito: gli stabilimenti delle aziende Scandiuzzi (la più martoriata), “Technogal service” e “Advanced control system srl”; l’inceneritore di Termomeccanica sulla strada per Pandi; tre impianti fotovoltaici situati rispettivamente a Salice Salentino (Lecce), Cellino San Marco e contrada Santa Lucia, nell’agro di Brindisi; l’appartamento di un privato cittadino.

I sodali sono stati pedinati e intercettati dai poliziotti della Squadra mobile al comando del vicequestore Alberto Somma, sotto la regia del pm Marco D'Agostino e con il supporto dei colleghi del commissariato di Mesagne coordinati dal vicequestore Rosalba Cotardo. Decisive, nell’identificazione dei malfattori, si sono rivelate le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza del consorzio Asi. L’obiettivo prediletto della presunta associazione era il rame. In poco più di un anno ne sarebbero stati rubati quasi 450 quintali, di cui 120 quintali recuperati. Il valore della refurtiva è di svariati milioni di euro. L'oro rosso veniva depoitato in varie basi logistiche individuate dagli investigatori, prima di essere venduto.

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