Cronaca

"Industrie sicure": seconda tranche di interrogatori, ascoltati gli imprenditori

Nessuna ammissione di colpevolezza da parte delle persone indagate in regime di domiciliari che stamani si sono presentate davanti al gip, Stafania De Angelis, per la seconda tranche di interrogatori di garanzia legati all'operazione "Industrie sicure".

BRINDISI – Nessuna ammissione di colpevolezza da parte delle persone indagate in regime di domiciliari che stamani si sono presentate davanti al gip, Stafania De Angelis, per la seconda tranche di interrogatori di garanzia legati all’operazione “Industrie sicure”. Gli imprenditori Antonio Cannone, 63 anni, e suo genero Tiziano Martina, 44 anni, difesi dall’avvocato Orazio Vesco, sono accusati di aver dato supporto logistico alla presunta organizzazione diretta, da quanto appurato dagli inquirenti, da Antonio Leo e Gianluca Giosa.

Da quanto si legge nell'ordinanza di custodia cautelare, Cannone avrebbe denunciato il furto fittizio di un camion di proprietà del genero, utilizzato in un colpo messo a segno la notte fra il 16 e il 17 novembre del 2012 all’interno di un sito fotovoltaico di Salice Salentino. Ma Cannone ha affermato che la denuncia era autentica e che non sapeva che qualcuno si fosse servito del veicolo per quel reato.

Cannone e Martina hanno inoltre respinto l’accusa di ricettazione del materiale rubato il 28 gennaio 2013 dalla Technogal Service (120 chilogrammi di cavi in rame rossa privi di guaina in forma di traccia e 1440 di acciaio pregiato), giunto nel deposito di Antonio Cannone di via Newton a bordo di un camion. Nello stabilimento in questione, infatti, si svolge anche l'attività di pesa pubblica. Per questo, dunque, stando alla loro ricostruzione dei fatti, il mezzo carico di refurtiva si trovava lì. 

Un paio di episodi di ricettazione sono contestati anche ai fratelli Arcangelo e Domenico Urso, rispettivamente 57 e 55 anni, difesi dall’avvocato Luca Leoci. I due, in particolare, avrebbero ricevuto del materiale ferroso rubato il 21 novembre 2012 dallo stabilimento della ditta Scandiuzzi, trasportandolo in un deposito di loro proprietà situato sulla strada provinciale per Lecce. Ma Arcangelo ha spiegato al gip che non era al corrente della provenienza furtiva della merce, chiarendo al contempo che era lui a occuparsi della ricezione del materiale nel capannone. 

Raimondo Testini, 32 anni, difeso dall’avvocato Giampiero Iaia, si è detto estraneo ai due furti che gravano sul suo conto: quello nel campo fotovoltaico di Salice Salentino e quello ai danni della Technogal Service, risalente al gennaio 2013.

Singolare è il caso di Andrea Baglivo, 42 anni, difeso dall’avvocato Giordano Settembre. Questi deve infatti rispondere di un reato, la ricettazione di 40 chili di rame rubati il 17 dicembre 2012 dalla Scandiuzzi, per il quale è già stato processato e assolto con sentenza dello scorso dicembre, divenuta nel frattempo definitiva. Per questo, il legale del 42enne ha già presentato istanza di scarcerazione al gip.  
 

Emanuel Magrì, 30 anni, difeso dall’avvocato Rosanna Saracino, si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma ha comunque reso una dichiarazione spontanea sui fatti che gli vengono addebitati. Il 30enne, dipendente di una ditta di manutenzione degli impianti fotovoltaici, è accusato di aver supportato la banda nelle incursioni perpetrate all’interno dei siti “Ecopower” di contrada Santa Lucia, “Elio Salice” di Salice Salentino (Lecce) ed “En014y” di Cellino San Marco.

Il manutentore ha ammesso di aver avuto dei contatti con alcuni degli indagati nei giorni che hanno preceduto il furto di Salice Salentino, ma a suo dire non aveva idea di cosa questi intendessero fare. Per quanto riguarda gli atri due episodi, invece, Magrì ha detto che neanche sapeva dove si trovassero gli impianti svaligiati. 

Le indagini sono state condotte dai poliziotti della Squadra mobile al comando del vicequestore Alberto Somma, sotto la regia del pm Marco D'Agostino e con il supporto dei colleghi del commissariato di Mesagne coordinati dal vicequestore Rosalba Cotardo. Decisive, nell’identificazione dei malfattori, si sono rivelate le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza del consorzio Asi. L’obiettivo prediletto della presunta associazione era il rame. In poco più di un anno ne sarebbero stati rubati quasi 450 quintali, di cui 120 quintali recuperati. Il valore della refurtiva è di svariati milioni di euro. L'oro rosso veniva depoitato in varie basi logistiche individuate dagli investigatori, prima di essere venduto.

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