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Cronaca Oria

Infuriato dal rumore della potatura uccise il vicino a bastonate: in Assise il 28 gennaio

ORIA - Indagini concluse, quadro chiaro per il pubblico ministero Milto De Nozza che ha citato direttamente a giudizio per omicidio volontario il 50enne Michele Carbone e il figlio 19enne Francesco, per l’assassinio di Mario Nania, ucciso a pugni e bastonate dai vicini, disturbati dal rumore degli attrezzi per la potatura durante il riposo pomeridiano. Tragedia senza movente utile a spiegare, se non a giustificare, la ferocia della morte di Nania, avvenuta il 10 aprile dello scorso anno in contrada Pasquino, a un passo dal bosco Laurito, nelle campagne di Oria. Il dipendente della Asl, in pensione da appena due mesi, aveva 58 anni.

ORIA - Indagini concluse, quadro chiaro per il pubblico ministero Milto De Nozza che ha citato direttamente a giudizio per omicidio volontario il 50enne Michele Carbone e il figlio 19enne Francesco, per l'assassinio di Mario Nania, ucciso a pugni e bastonate dai vicini, disturbati dal rumore degli attrezzi per la potatura durante il riposo pomeridiano. Tragedia senza movente utile a spiegare, se non a giustificare, la ferocia della morte di Nania, avvenuta il 10 aprile dello scorso anno in contrada Pasquino, a un passo dal bosco Laurito, nelle campagne di Oria. Il dipendente della Asl, in pensione da appena due mesi, aveva 58 anni.

Erano le 14 e 30 circa, il povero Nania aveva cominciato da poco i lavori di potatura degli ulivi al fianco di un gruppo di operai alle dipendenze di una ditta torrese, dotata di attrezzature all'avanguardia, eccezionalmente rumorose come tutti gli attrezzi agricoli. Il giovane Carbone, che fino a qualche mese prima lavorava per conto di una ditta di raccolta e trasporto legna, incuriosito dalle operazioni di potatura, aveva fatto capolino nel terreno affianco, e prima dell'irruzione del padre stava parlando allegramente con gli operai. I terreni dei due sono confinanti, divisi da un'esile recinzione, mancante a tratti quasi fossero buoni vicini, senza nulla da temere. Così per l'uno tanto per l'altro, così fino a qualche ora prima della tragedia.

Disturbato dal rumore infernale delle macchine, Carbone si levò dal letto in preda ad una rabbia cieca, nella quale non covava forse ancora alcun proposito assassino. L'alterco verbale degenerò presto, la lite furiosa diede la stura alla violenza. Ed è a questo punto che i racconti della stessa storia, diventano due: versioni che non alterano tuttavia i profili dei protagonisti di questa tragedia, vittima l'uno, carnefice l'altro. Secondo la famiglia Carbone, il primo ad impugnare il bastone contro il vicino sarebbe stato Mario Nania. Ma i famigliari del presunto assassino hanno ammesso essi stessi di essere arrivati un attimo troppo tardi, nel tentativo disperato di sedare la lite.

Tutt'altra la versione degli operai, testimoni oculari e impotenti del brutale omicidio: sarebbe stato Carbone a impugnare il primo legno a portata di mano, colpendo senza risparmio il vicino contro il quale s'era già scagliato a mani nude. Il ragazzino, che un attimo prima se ne stava da un canto a godersi la quiete dei lavori campestri, senza timore delle conseguenze si è precipitato a istintivo soccorso del padre, buttandosi a capofitto nella zuffa e colpendo a sua volta, fino a stremare il vicino a furia di pugni e bastonate.

Mario Nania, "ragazzo" di 58 anni, persona mite e generosa, creatura che un paese intero piange e descrive come incapace di violenza alcuna, fu trasportato in ospedale che respirava appena, il corpo e il volto sfigurati. Morì dopo un'agonia di dieci ore. Michele Carbone, sfinito dalla sua stessa violenza, attese l'arrivo dei carabinieri accanto ai famigliari in lacrime. Il ragazzino, assassino a 19 anni, imboccò una vana di via di fuga dall'atrocità commessa, si consegnò volontariamente ai carabinieri qualche giorno dopo. Sono entrambi detenuti in carcere da allora. Compariranno di fronte alla Corte d'Assise di Brindisi il 28 gennaio.

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