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“Con il tentato omicidio non c'entro, andai in Germania solo per paura"

Roberto Licci, 29 anni, di Brindisi, ha respinto l’accusa dopo l’arresto in carcere: contestati i futili motivi, chiesto il processo. Il gip: “Tentativo di inquinare le prove e rischio di fuga”. Difesa al Riesame

BRINDISI – “Non sono stato io a sparare, neppure lo conoscevo: del tentato omicidio nel quartiere Bozzano mi dissero alcuni conoscenti. Io sono innocente, ma all’epoca qualcuno iniziò a fare il nome e per paura di essere coinvolto nella vicenda decisi di allontanarmi da Brindisi, andando a che in Germania”.

L’interrogatorio dopo l’arresto

LICCI Roberto, classe 1989-2Roberto Licci, 29 anni, di Brindisi, dopo essere stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di aver sparato per uccidere un uomo ritenuto suo rivale in amore, si è presentato davanti  davanti al gip del Tribunale di Brindisi, Vittorio Testi, per l’interrogatorio di garanzia. E alla presenza del suo difensore, Daniela D’Amuri, ha detto di volersi riportare alle dichiarazioni rese in fase di indagine, il 18 dicembre 2017. Dichiarazioni che il gip ha inserito nel provvedimento di arresto contestando anche l’aggravante dei futili motivi, stando alla ricostruzione della sparatoria avvenuta in viale Belgio, nei pressi del parco Maniglio, il 16 maggio dello scorso anno.

La sparatoria

Quattro colpi di pistola calibro 38, uno dei quali colpì il portellone posteriore dell’Alfa Romeo Giulietta condotta da un brindisino che, stando alla tesi della Procura, sarebbe nel tempo diventato persona non gradita a Licci per questioni passionali. Quel proiettile avrebbe raggiunto lo “schienale del sedile posteriore del lato conducente, mentre un secondo proiettile impattava il gruppo ottico sinistro”. Licci, sempre secondo quanto viene contestato, avrebbe sparato mentre era “a bordo di uno scooter Yamaha T Max” e “a sua volta” sarebbe stato “inseguito da un’auto dalla quale una persona (non ancora identificata, ndr) fece “partire almeno un colpo di pistola che raggiunse la sella della moto, provocandone in tal modo la caduta”.

Il viaggio in Germania

Quanto venne interrogato, Licci riferì che quel pomeriggio non si trovava nel quartiere Bozzano, che in quel periodo non aveva usato lo scooter, “pur avendolo chiesto in prestito in passato” e che proprio per questo “era solito lasciare i suoi occhiali da sole all’interno del vano porta oggetti dello scooter” di proprietà di un uso amico. Ha anche aggiunto di essere “consapevole di essere stato additato come il responsabile della sparatoria” e che la mattina successiva, il 17 maggio, decise di partire “in Germania”. Per il viaggio usò una Fiat Punto di proprietà di una società della quale ha anche fatto il nome. Disse di aver “usato solo denaro contante per sostenere le spese del viaggio e di aver avvisato un suo amico prima di partire”.

Sparatoria Bozzano, lo scooter T Max-3-2-2

Stando a questa versione, sarebbe “rientrato in Italia dopo 15 giorni e di essere stato poi a Lecce da una persona della quale non ha fornito le generalità per non coinvolgerla nella vicenda”. In città, a Brindisi, sarebbe tornato “dopo un mese e di essersi allontanato di nuovo per motivi di lavoro, perfezionando la vendita di circa 15 auto a privati tramite un sito internet per conto di un amico di una società”. Provvigioni in contanti.

Il Dna e la richiesta di processo

Il sostituto procuratore titolare del fascicolo d’inchiesta, Luca Miceli ha già chiesto il processo per Licci dopo aver imbastito l’accusa sul profilo genetico. Grave indizio di colpevolezza, infatti, è costituito dal Dna. Tracce biologiche sono state isolate sugli occhiali da sole trovati nel vano porta oggetti dello scooter e sul casco per poi procedere al confronto con il Dna ricavato dallo spazzolino da denti.

Gli occhiali, inoltre,  sarebbero di un modello “uguale a quello indossato da Licci in una foto estrapolata dal suo profilo  Facebook. I “restanti campioni, jeans, cappellino e scarpe hanno fornito un profilo genetico non utilizzabile come confronto.

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Le esigenze cautelari

Il gip sottolineato la “gravità della condotta e il livore serbato nei confronti della persona offesa” evidenziando il pericolo di reiterazione del reato, nonché quello di fuga in considerazione del viaggio in Germania  e del fatto che a Licci è stata notificata la richiesta di rinvio al giudizio del Tribunale, con fissazione dell’udienza preliminare. “Immediatamente dopo i fatti è riuscito a far perdere le proprie tracce, dimostrando di poter contare su appoggi esterni idonei a garantire la latitanza”, è scritto nel provvedimento di arresto. Infine il gip ha ritenuto sussistente il pericolo di inquinamento delle prove:  “imputato, se lasciato libero di agire, possa tentate di pregiudicare, nella prospettiva dibattimentale, la genuinità delle prove e soprattutto delle testimonianze”.

Il ricorso al Riesame

Il difensore ha già anticipato il ricorso al Tribunale del Riesame di Lecce per chiedere la scarcerazione di Licci. Secondo l’avvocato D’Amuri il Dna non può essere considerato determinante essendo un profilo “misto”.

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