Sabato, 15 Maggio 2021
Cronaca

Corruzione in tribunale: il giudice Galiano non parla davanti al gip

Oggi i primi interrogatori di garanzia nell'ambito dell'inchiesta della procura di Potenza. Ascoltati anche Pepe Milizia e Massimo Bianco

Il giudice Gianmarco Galiano, personaggio chiave dell’inchiesta sul presunto sistema corruttivo che coinvolge magistrati e professionisti della provincia di Brindisi, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Difeso dall’avvocato del foro di Foggia Raul Pellegrini, il giudice, recluso presso il carcere di Melfi, si è presentato, in videoconferenza, davanti al gip del tribunale di Potenza, Lucio Setola. Il legale, contattato da BrindisiReport, chiarisce che occorrerà studiare tutta la documentazione riguardante l’inchiesta per avere un quadro esaustivo dei reati contestati al suo assistito.

Sempre nel pomeriggio di oggi (lunedì 1 febbraio) si sono svolti gli interrogatori di garanzia degli altri due indagati finiti in carcere: il commercialista Oreste Pepe Milizia, difeso da Roberto Palmisano, e  Massimo Bianco, amministratore dell’azienda Soavegel, difeso dagli avvocati Domenico Attanasi e Sebastiano Flora, del foro di Potenza. L'imprenditore ha risposto per due ore e mezza alle domande di pm e gip. Pepe Milizia ha invece fatto una dichiarazione, confutando ogni capo d'imputazione in relazione al quale risulta attinto, a stare all'ordinanza, da gravi indizi. 

Conferenza stampa giudice Galiano-2

Fra martedì e mercoledì verranno ascoltati gli indagati raggiunti dalla misura cautelare dei domiciliari: l’avvocato Federica Spina, ex moglie di Galiano; l’ingegnere Annalisa Formosi, presidente dell’Ordine degli ingegneri della Provincia di Brindisi; l’avvocato Francesco Bianco. Altre 16 persone, fra cui due magistrati del tribunale di Brindisi, sono indagate a piede libero. L’inchiesta, condotta dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Brindisi, ha portato lo scorso 28 gennaio all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare a firma del gip del tribunale lucano, su richiesta della Procura di Potenza. Oltre alle misure cautelari, il gip ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro e beni per un valore complessivo pari a circa 1,2 milioni di euro. A vario titolo vengono contestate le accuse di estorsione, corruzione passiva in atti giudiziari, corruzione attiva, associazione per delinquere, riciclaggio, auto-riciclaggio, emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. 

Il sequestro di documenti nello studio di Milizia

Se Galiano sarebbe il capo e promotore dell'associazione per delinquere, Pepe Milizia rivestirebbe il ruolo di organizzatore. Il gip nella sua ordinanza ricostruisce la genesi di questo procedimento, che trae origine da un'indagine del 2015 della Procura di Brindisi. Ma c'è un magistrato di mezzo – lo stesso Galiano – il procedimento va per competenza territoriale a Potenza. Gli inquirenti del capoluogo lucano proseguono le indagini. E' il 4 luglio 2017: la polizia giudiziaria si sposta a Francavilla Fontana e fa visita allo studio del commercialista Oreste Pepe Milizia. Quest'ultimo è molto amico del giudice Galiano. Gli investigatori sequestrano diversi documenti. E si sorprendono: scoprono che il commercialista, tra il gennaio e il luglio 2017, si era prestato e si prestava a predisporre, per conto del giudice finito in manette, le motivazioni di una serie di sentenze pronunciate in esito a processi tributari in seno ai quali il magistrato, componente della sezione XIII – Commissione tributaria regionale Puglia di Bari, ricopriva l'incarico di giudice relatore, ovvero di chi materialmente scrive le sentenze. E' quanto ricostruisce il gip di Potenza, Lucio Setola. Per il giudice del capoluogo lucano, in questo caso, pure se la condotta del collega brindisino è “esecrabile eticamente” e rilevante dal punto di vista disciplinare, non si configura il reato di falso.
Il pm di Potenza ricostruisce, inoltre, il rapporto tra Galiano e Pepe Milizia, dal punto di vista professionale. Per l'accusa, il primo ha assegnato al secondo diversi incarichi professionali relativi a processi seguiti dal giudice Gianmarco Galiano. In un caso il commercialista è curatore fallimentare in un procedimento. Oggetto: il fallimento della Ribezzo Carburanti. 

L'aiuto chiesto a Galiano e Milizia

Nel procedimento è coinvolto Rocco Palmisano, indagato in questa inchiesta. Palmisano nel 2017 si rivolge al magistrato della Procura di Brindisi Raffaele Casto e racconta un episodio che poi confluirà nell'attuale indagine. Tra la fine del 2014 e il 2015 si sarebbe rivolto per chiedere un “aiuto” a Galiano e Pepe Milizia. Secondo il racconto di Palmisano, “la procedura in questione riguardava un complesso immobiliare sito a Francavilla Fontana e già di proprietà della Ribezzo Caruranti”. Immobile, attività di vendita al minuto e all'ingrosso erano state date in locazione a un'altra ditta, la Francavilla Carburanti. Questa era intestata a un prestanome, ma di fatto nella disponibilità di Palmisano. Nel 2014 la proprietà dell'immobile era passata di mano in seguito a un'asta per beni pignorati. Scrive il pm: “In data 14 ottobre 2014, il giudice dell'esecuzione, Francesco Giliberti (altro indagato, ndr), aveva ordinato l'immediata liberazione dell'immobile e il 12 novembre 2014 il provvedimento era stato notificato alla Francavilla Carburanti”. Ma Rocco Palmisano non ci sta e, in base al suo racconto, si rivolge a Galiano e Pepe Milizia, promettendo loro 50mila euro. Loro avrebbero accettato e Palmisano avrebbe potuto guadagnare tempo, grazie alla rete di conoscenze, per cercare nel frattempo un altro immobile. Galiano avrebbe consigliato a Palmisano una data di deposito dell'opposizione per far incardinare il procedimento “proprio nel suo ruolo (di Galiano, ndr)”, cosa che in effetti avviene. 

Ma c'è una seconda parte: Palmisano riceve una chiamata da Massimo Bianco. Lui lo sa che è amico di Galiano e Pepe Milizia, anzi è proprio con loro in quel momento. Gli dice di presentarsi a un noto bar della piazza di Francavilla per discutere. E' il marzo 2015, prima che venisse fissata l'udienza per l'opposizione presentata da Palmisano. Quest'ultimo, insospettito, rifiuta. I tre si incontrano quindi a casa di Palmisano. Galiano e Pepe Milizia parlano di alcune difficoltà incontrate nel tentativo di aiutare Palmisano. Per farla breve, i due avrebbero chiesto non più 50mila euro, ma il doppio per “sistemare” la questione, altrimenti Galiano si sarebbe astenuto dal procedimento e Pepe Milizia, nella veste di curatore fallimentare, avrebbe apposto i sigilli all'immobile di Palmisano. Lui rifiuta e si realizza quanto paventato dal giudice e dal commercialista. Il gip dice che sussistono gravi indizi di colpevolezza in questo caso per ipotizzare la corruzione e poi la concussione.

Lo yacht Kemit

Ma il fulcro delle indagini è costituito dai rapporti a tre intercorsi tra Galiano, Pepe Milizia e la famiglia Bianco. Sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti, un arco di tempo che va dal 2012 al 2018. Il tutto ruota intorno a uno yacht, il Kemit, di proprietà del magistrato ma di fatto “mantenuto” grazie ai “proventi generati da un congegno criminogeno architettato e condotto da Galiano col contributo dei sodali Massimo Bianco e Oreste Pepe Milizia, in seno al quale si combinavano, secondo un ben articolato disegno speculativo, condotte corruttive, false fatturazioni ed evasione fiscale”, scrive il gip. Nella richiesta del pm, inoltre, vengono riportate varie fotografie in cui Massimo Bianco, Oreste Pepe Milizia e Gianmarco Galiano vengono ritratti insieme quali componenti dello stesso equipaggio in varie regate. Gli inquirenti passano al setaccio alcune sponsorizzazioni, che di fatto nasconderebbero il passaggio di denaro da Massimo Bianco a Galiano, “per perpetrare una serie di reati tributari, per poter godere di un tenore di vita elevato”. Galiano, infatti, con la partecipazione di Oreste Pepe Milizia e di Francesco Bianco avrebbe costituito tre associazioni sportive di cui era l'effettivo gestore a cui ha ceduto in comodato d'uso la sua imbarcazione. La ditta Soavegel di Massimo Bianco avrebbe versato alle associazioni 40mila euro all'anno, contributi per fittizie sponsorizzazioni. In realtà tali somme erano nella disponibilità del magistrato, secondo la ricostruzione dell'accusa: erano somme che servivano a fare in modo che Galiano fosse “a disposizione” della cricca.
 

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