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Intervento/ "Asl taglia i fondi alle Case per la vita: a rischio decine di malati mentali"

Riceviamo e pubblichiamo una nota del Coordinamento “Case per la vita” su una recente delibera dell’Asl che comporterebbe il taglio di 44 posti letto presso le Case per la vita nella provincia di Brindisi, con gravi conseguenze per decine di persone affette da problemi psichici ricoverate al loro interno

Riceviamo e pubblichiamo una nota del Coordinamento “Case per la vita” su una recente delibera dell’Asl che comporterebbe il taglio di 44 posti letto presso le Case per la vita nella provincia di Brindisi, con gravi conseguenze per decine di persone affette da problemi psichici ricoverate al loro interno. 

In provincia di Brindisi è stato costituito un coordinamento di “Case per la Vita”, giusto Regolamento Regionale n. 4 del 2007 (e successive modifiche del 2010). Il coordinamento è nato spontaneamente sulla scia della delibera della direzione generale dell’ASL del 16 ottobre 2015 n. 1749. Da questo documento, nel quale vengono tracciate le linee guida della programmazione della spesa socio-sanitaria, emerge una chiara volontà di tagliare drasticamente ben 44 “posti letto” delle Case per la Vita nella nostra provincia.

Nel corso di un incontro, svoltosi in data 16 novembre, alla presenza della Direzione Generale dell’ASL,  del  Dipartimento di salute mentale e noi enti gestori, in cui speravamo di confrontarci in modo sereno e costruttivo, ci è stata comunicata  la volontà di “dimettere” dalle nostre strutture malati mentali che, in realtà, non sono stabilizzati e, quindi, non idonei a svolgere autonomamente la propria vita.

Questo atteggiamento ci è apparso lesivo dei diritti dei malati mentali che, da troppi anni, nonostante un impegno apparente da parte di quanti sono chiamati a tutelarne i diritti, vengono emarginati e troppo spesso strumentalizzati nel corso di convegni fatti a bella posta per enunciare falsi miti. Tutto ciò per noi operatori del settore che viviamo 24 ore su 24 con loro è un abominio.

Riteniamo doveroso denunciare che in Puglia non è mai stata fatta una seria politica di prevenzione e cura della malattia mentale. In fondo dopo la legge Basaglia,  dai più invocata a sproposito, è stata data una mano di vernice ma, sotto, è rimasta la ruggine. In concreto il malato mentale, dopo il ricovero nel reparto di psichiatria dell’ospedale, ne fuoriesce per essere collocato nelle CRAP (centri di riabilitazione psichiatrica) in cui, tranne pochi e fulgidi esempi, viene lasciato al suo destino.

Nelle Crap dovrebbe permanere per un massimo di tre anni! Si pensi che, prima della fissazione di tale termine, il malato permaneva per un tempo lunghissimo, anche 10 anni! Quando La Regione si è resa conto dell’enorme dispendio di risorse, ha chiesto alle ASL di risparmiare. Vale la pena di sottolineare che, mentre nelle CRAP la spesa è sostenuta integralmente dall’ASL, nelle “Case per la Vita” il malato e/o il Comune di residenza devono integrare la retta.

Questo per dire chiaramente che il malato psichiatrico non è considerato degno, al pari di un malato di tumore, piuttosto che di altre patologie di essere sostenuto dal Servizio Sanitario Nazionale. Ebbene, in provincia di Brindisi, l’Asl ha ritenuto di svuotare le CRAP e di inserire i malati mentali nelle “Case per la Vita”.

Queste ultime, nonostante le intenzioni del legislatore (che si era immaginato dovessero diventare delle Case famiglia per utenti soli e senza validi riferimenti familiari, quindi strutture a carattere prevalentemente sociale) sono diventate delle “mini-crap”. In buona sostanza, ben lungi dall’ospitare pazienti stabilizzati, attualmente, ci troviamo ad accudire malati in condizioni di sub-acuzie, abbisognevoli   di cura e assistenza continue.  Adesso ci ritroviamo nella situazione di alcuni anni fa: le case per la Vita (che sono le nuove crap) devono essere ridimensionate perché costerebbero troppo!

Ci rendiamo conto, altresì, che se la razionalizzazione della spesa pubblica è cosa saggia e condivisibile, la strategia e i metodi messi in campo per effettuarla sono altra cosa.

Gli psichiatri hanno un dovere morale prima che deontologico a pretendere per primi la tutela della salute mentale. Concretamente, la strategia messa in campo prevede di “svuotare” le Case per la Vita per effettuare una ricollocazione degli utenti psichiatrici in strutture cosiddette leggere: come i “gruppi appartamento” o, addirittura il ritorno alla loro casa (laddove ne abbiano una) per svolgere una vita autonoma.

Non dobbiamo dimenticare che la malattia mentale è per sua natura imprevedibile. I recenti fatti di cronaca dimostrano che, purtroppo, il malato mentale ritenuto “pronto” per una vita autonoma, pronto non lo era affatto. Potremmo citare svariati esempi circa la “vivibilità” nei “gruppi appartamento” o nelle case degli utenti dove i malati vivono soli, ma tant’è!

Infine vogliamo denunciare che si sta rischiando, in aperta violazione della legge, di forzare il loro inserimento in strutture non deputate a farlo (come quelle ex art. 58 del Regolamento n. 4) laddove gli stessi dovrebbero convivere con diversamente abili con gravi deficit psico-fisici.
“Categoria” diversa e nettamente distinta dalla malattia mentale.  Il tema è, invero, assai complesso. Ci rendiamo conto quanto difficile sia per noi riuscire a condensare, in poche righe, una problematica come questa. Quello che ci preme sottolineare, semplicemente, è che la società non può chiudere gli occhi difronte a tutto ciò.

Ogni cittadino deve riflettere e sentire sulla propria pelle il significato del nostro appello. Una società civile non sarà mai tale fino a quando non guarderà ai propri concittadini disabili come dei fratelli meno fortunati e, quindi, bisognosi di maggiore cura e affetto. Ebbene, vogliamo dire a gran voce che ci impegniamo formalmente a seguire ogni singolo malato psichiatrico, non solo quelli da noi ospitati, avendo deciso di costituire un presidio della salute mentale a cui ogni familiare potrà rivolgersi per ricevere una risposta ai suoi bisogni. In una parola per essere meno solo.

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