Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Cronaca

Intervento/ Stalking: patologia e "normalità" nella tipologia dei persecutori

“Tre auto bruciate, due proiettili in due buste, minacce quali: “Saprai correre quando ti scarico un caricatore calibro 9”. Sono questi alcuni degli elementi che sono costati la denuncia di stalking ad un’infermiera di Mesagne. La notizia ha oltrepassato i confini territoriali, trovando spazio anche sulle testate nazionali, colpite dalla gravità con cui si sono sviluppate le dinamiche della persecuzione ai danni di un giovane brindisino

“Tre auto bruciate, due proiettili in due buste, minacce quali: “Saprai correre quando ti scarico un caricatore calibro 9”. Sono questi alcuni degli elementi che sono costati la denuncia di stalking ad un’infermiera di Mesagne. La notizia ha oltrepassato i confini territoriali, trovando spazio anche sulle testate nazionali, colpite dalla gravità con cui si sono sviluppate le dinamiche della persecuzione ai danni di un giovane brindisino.

Lo stalking è un fenomeno relativamente nuovo, dal punto di vista sociale e penale ma, nonostante ciò, raccoglie sempre grande attenzione per i risvolti, talvolta drammatici, implicati. Chi emette tali condotte aggressive, caratterizzate dalla ripetitività e dalla distruttività con cui irrompono nella vita privata della vittima, è penalmente sanzionabile dall’articolo 612 bis del Codice di Procedura Penale, con pene che possono andare dai sei mesi ai quattro anni, salvo ulteriori aggravanti, a carico dello stalker.

Analizzando i grandi numeri riguardo questo tipo di reato, oltre alle situazioni al limite del riconoscimento penale che possono però indurre grande sofferenza nelle vittime di stalking, si evince che i comportamenti generalmente subiti dalla vittima sono mascherati da gentilezze, come l’invio di fiori, doni, lettere, telefonate ed attenzioni di vario tipo.

La discriminante tra un corteggiamento, o un riavvicinamento sentimentale, e il comportamento patologico consiste nella reiterazione delle condotte, che ben presto si manifestano con molestie, sgradite e persecutorie, dal momento in cui viene a mancare il consenso del destinatario di tali attenzioni. La vittima inizialmente può provare un senso di fastidio che si tramuterà poi in paura ed angoscia, se esposto all’escalation dello stalker.

Statisticamente queste aggressioni psicologiche sono operate prevalentemente da uomini, per il 70%-80% dei casi, numero che si spiega negli elementi culturali e fisiologici della figura maschile, tendenzialmente più possessiva ed aggressiva. Sulla natura del comportamento patologico molte ricerche sono state effettuate in chiave psicologica, con risultati non sempre unidirezionali. Ciò è attribuibile agli infiniti profili psicologici che gli stalker possono assumere, e che solo in alcuni casi risultano inquadrati in una patologia specifica.

È importante sapere che lo stalking non è un fenomeno omogeneo; talvolta gli aggressori rientrano in una diagnosi patologica: secondo studi condotti da Galeazzi e Curci nel 2001, sembrerebbe che solo il 10% delle condotte perseguitanti sia meritevole di diagnosi. Gli studi comunque hanno rilevato elementi centrali nelle personalità degli stalker: svariate ricerche  specificano che comportamenti così aggressivi sono associati al disturbo borderline di personalità.

Questo disturbo, parzialmente egosintonico, basa la genesi della propria sofferenza sulla tematica dell’abbandono, che viene percepito sempre presente e così minaccioso da invadere ogni aspetto della propria personalità e del proprio valore personale, senza che vi sia alcuna paratia stagna capace d’arginare il disagio.

Emotivamente, le persone più care (in cui rientrano i partner o presunti tali) subiscono rapidi e illogici processi d’idealizzazione, per cui sono meritevoli di ogni attenzione, e svalutazione, che li espone a ogni tipo di vendetta travestita da giustizia. Un’identità povera di elementi, unita alla percezione di un torto subito, si configura come l’humus su cui la rabbia può costruire sottili percorsi vendicativi con gesti talvolta eclatanti.

Ulteriori studi ritrovano nell’attaccamento con le figure genitoriali il seme del disagio che caratterizzerà lo stalker una volta adulto. Un bambino esposto a continui maltrattamenti, senza un’adeguata emotività e con un impoverimento della figura materna, ha più probabilità di perseguitare il proprio partner, una volta adulto. In questi casi la percezione di trovarsi in una situazione di forte stress attiverà il comportamento indesiderato.

Anche in questi casi si ha un ingigantimento della percezione della perdita, raffigurata dalla persona amata. L’incapacità di separarsi da questa figura, unita a caratteristiche personologiche narcisistiche, portano all’ottundimento del libero arbitrio, motivo per cui la vittima viene vista come un oggetto su cui esercitare sadicamente il proprio senso di controllo.

Il processo che porta al riconoscimento dello stalking a volte può essere penoso per la vittima che perde contatto con una quotidianità normale. Spesso il riconoscimento della gravità della situazione, tamponato solo in parte con l’articolo 612 varato nel 2009, avviene troppo tardi e dopo una sofferenza psicologica della vittima che non può essere quantificabile.

L’ entità delle minacce e delle prepotenze subite rischiano di minare la salute psicofisica della vittima anche a lungo termine con sintomi paragonabili al “disturbo post traumatico da stress”, con incubi, risvegli notturni e difficolta di relazione con le altre persone. In questi casi è necessario trovare il supporto e la solidarietà dell’intera rete sociale affinché un periodo difficile della propria vita non diventi l’icona di uno disturbo esistenziale. (v.brugnola@libero.it)

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