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Uccise il figlio in garage, pm pronto a chiedere il processo per il padre

Cosimo Di Cataldo, 58 anni, di Latiano, il 26 luglio scorso sparò sei colpi con un revolver nel box dell'abitazione. Confessò ai carabinieri in lacrime: "Io e mia moglie esasperati, chiedeva soldi". Il gip lo autorizza ad andare al lavoro

BRINDISI – La Procura di Brindisi è pronta a chiedere il giudizio immediato per Cosimo Di Cataldo, 58 anni, il papà di Latiano che la scorsa estate uccise con sei colpi di revolver il figlio Antonio, 33, e poi confessò ai carabinieri l’esasperazione in cui erano piombati da tempo lui e la moglie per le continue richieste di denaro. L’ultima per cinquemila euro, somma derivante dalla vendita di un piccolo appezzamento di terra.

Gli uffici della procura e del gip a BrindisiTenuto conto all’evidenza della prova, vale a dire della confessione in lacrime resa dal genitore, prima in caserma e poi davanti al gip, e dello sbarramento temporale dei 180 giorni, ci sono le condizioni per esercitare l’azione penale con la formulazione del capo di imputazione, saltando l’udienza preliminare. La difesa di Di Cataldo, affidata all’avvocato Giancarlo Camassa, sempre in relazione all’ammissione di colpa, potrebbe chiedere il rito abbreviato, strada processuale che consente di ottenere la riduzione di un terzo della pena, in caso di condanna. Al momento l’accusa è di omicidio volontario aggravato, ma  il difensore potrebbe chiedere una riqualificazione del capo di imputazione, evidenziato che la tragedia è avvenuta dopo una provocazione.

Il penalista, in attesa di ricevere la notifica del decreto che dispone il giudizio immediato, ha ottenuto dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, l’autorizzazione per l’indagato a recarsi al lavoro.

L’omicidio avvenne nella serata del 26 luglio, nel box di pertinenza dell’abitazione di Cosimo Di Cataldo, in via Francesco Scarafile. Sei revolverate, tre dei quali raggiunsero il figlio alla testa, come evidenziò l’autopsia eseguita dal medico legale Antonio Carusi, nominato dal pubblico ministero Francesco Carluccio. L’arma sarebbe stata del figlio, detenuta illegalmente.

Quella sera Antonio Di Cataldo, stando alla ricostruzione dei fatti messa a verbale, si presentò armato a casa dei genitori. Arrivò poco prima delle 23 per fare una doccia: la madre gli aprì la porta, vide che era armato, corse a svegliare il marito che cercò di parlargli. Da lì a poco, la situazione sarebbe precipitata fino a diventare tragedia.

Il ragazzo si sarebbe chiuso in bagno e una volta sotto la doccia, il padre sarebbe riuscito a prendere la pistola, secondo i ricordi sia della madre che della figlia: il revolver era sulla mensola dello specchio. Nella ricostruzione dell’uomo, invece, il tentativo di disarmalo sarebbe avvenuto dopo, quando il ragazzo raggiunse il garage: una volta fatta la doccia, sarebbe andato nella sua camera continuando a urlare che voleva i soldi, quelli che i genitori avevano ottenuto a titolo di caparra dalla vendita di un fondo agricolo, circa cinquemila euro.

Antonio Di Cataldo, secondo il padre, si sarebbe lamentato del fatto che a sua figlia, una bambina avuta da una relazione con una donna che vive a Viterbo, non sarebbe stato riconosciuto niente. All’altra nipote sosteneva che fosse stata regalata una bici. Circostanza non vera, stando al genitore. Quando il padre lo vide attraversare il corridoio con la pistola, gli chiese di lasciarla, ci sarebbe stata una litigata con parole grosse. Il ragazzo avrebbe dato uno schiaffo alla madre, secondo la versione fornita da quest’ultima e confermata dalla figlia. Dello schiaffo l’uomo indagato non ricorda.

“Era fuori di sé”, disse il padre parlando del figlio al gip. “Scese sceso in garage, credevo volesse usare la pistola contro di me, mostrava anche un accendino, diceva che voleva dare fuoco a tutto, alle cassette di pomodori, al moto ape con la benzina, al garage. Quando si è avvicinato, ho cercato di disarmalo, lui ha messo le mani sulla canna e io ho sparato”. Un incubo ricorrente, quella scena.

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