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Sandro Campana, ora pentito, il giorno dell'arresto, da parte degli agenti della Mobile di Brindisi

Sandro Campana, ora pentito, il giorno dell'arresto, da parte degli agenti della Mobile di Brindisi

La sentenza: “Scu, illogiche le dichiarazioni di quel pentito”

La Corte d'Assise di Brindisi su Sandro Campana: "E' l'unico collaboratore a indicare Francesco, il fratello, e Ronzino De Nitto come mandanti del tentato omicidio di Greco e come autori tali Floriano e Benito". Ricostruzione contraddittoria: imputati assolti

BRINDISI – “Le dichiarazioni del collaboratore Sandro Campana che costituiscono il fondamento dell’accusa mossa dai pm, appaiono intrinsecamente contradditorie e illogiche, oltre che prive di riscontri esterni individualizzanti”.

Francesco Campana La Corte d’Assise del Tribunale di Brindisi ha avuto più di qualche dubbio nella ricostruzione del tentato omicidio di Vincenzo Greco, avvenuto a Mesagne, il primo luglio 2010, offerta dal pentito Sandro Campana, fratello di Francesco, ritenuto il capo della frangia storica della Scu riconducibile a Buccarella-Rogoli e imputato come mandante dell’azione in concorso con Ronzino De Nitto. Questa volta, con riferimento a tale episodio che si inserisce nella storia recente della Sacra Corona Unita, il collaboratore di giustizia, il primo del gruppo opposto ai mesagnesi, è stato considerato non attendibile e di conseguenza, la verità che  ha reso nel corso del processo in veste di testimone citato dai pubblici ministeri della dell’Antimafia di Lecce, si è frantumata sino a diventare niente, con l’ulteriore effetto di portare all’assoluzione del fratello e di De Nitto dall’imputazione. Come chiesto dal difensore di Francesco Campana (nella foto), l’avvocato Cosimo Lodeserto il quale più volte nella sua arringa aveva sottolineato la non veridicità del racconto del pentito, anche quando gli è stato chiesto di riferire dell’omicidio di Antonio D’Amico, fratello del collaboratore Massimo, ex Uomo tigre della Scu, per il quale l’imputato è stato condannato all’ergastolo con isolamento diurno di un anno. Stessa condanna per Carlo Gagliardi, coimputato.

“Le dichiarazioni degli altri collaboratori, tutte de relato, pur riguardando informazioni che hanno dichiarato di aver appreso in larga parte dalle stesse fonti, non coincidono in ordine ai moventi, né ai partecipanti. Anche le dichiarazioni di Greco non hanno portato ad alcun elemento di certezza”. Gli altri pentiti sentiti dalla Corte sono stati Ercole Penna, al quale più volte i giudici hanno riconosciuto la patente della credibilità, Francesco Gravina detto il Gabibbo, entrambi affiliati all’altro gruppo, quello dei cosiddetti mesagnesi. La Corte evidenzia che “prima fonte di conoscenza di Sandro Campana è Antonello Gravina, detto Pizzaleo, fratello di Francesco”: “ha affermato di aver subito appreso come erano andato i fatti da Antonello Gravina affiliato ai Campana”. Sull’affiliazione c’è concordanza. “Secondo Sandro Campana, Antonello Gravina sarebbe stato presente, assieme a tale Roberto da Oria, a un incontro con Francesco Campana e Ronzino De Nitto nel quale i due imputati ribadivano di essere stati solo i mandanti e non gli esecutori dell’agguato”.

Pizzaleo sarebbe anche la fonte di conoscenza del Gabibbo, nonché dei pentiti Cosimo Giovanni Guarii e Alessandro Perez e secondo questi “Gravina non riferiva di una partecipazione di Francesco Campana e di Ronzino De Nitto come semplici mandati, ma come autori materiali”. Più esattamente, Francesco Gravina (nella foto in basso) lo Antonello gli abbia detto che i due hanno “partecipato materialmente all’agguato”, Perez ha invece indicato come “autori Sandro Campana, che sparò, e Ronzino De Nitto che e guidava la moto” e infine Guarini ha detto che “Gravina aveva riferito a suo cognato che erano stati Sandro Campana e De Nitto”.

Francesco Gravina“Si potrebbe sostenere che le informazioni rese da Gravina a Sandro Campana siano più affidabili perché rese al suo padrino, mentre negli altri casi sarebbero state rese a soggetti non del suo gruppo ma di quello contrapposto”, si legge nella sentenza. “D’altra parte, le notizie sarebbero state apprese in prima battuta da Angelo Librato che avrebbe chiesto, per conto di tale Benito e Floriano di San Donaci, l’intervento e l’assenso dei fratelli Campana per l’agguato a Vincenzo Greco, colui che avrebbe organizzato dal punto di vista logistico l’azione portando sul posto gli esecutori materiali”. Chi? “Benito e Floriano” di cui poi, anche in udienza, ha parlato il pentito Sandro Campana portando i pm a modificare il capo di imputazione formulato.

I giudici però rilevano un “forte elemento di contraddizione intrinseca nella versione resa” da questo collaboratore, legato al movente: “Sia Vincenzo Greco che suo fratello Leonardo, sono nativi di San Donaci e sarebbero stati affiliati a Daniele Vicientino (dei mesagnesi, ndr) e volevano prendere il predominio sui traffici di droga, a scapito di Benito e Floriano”. Ai mesagnesi sarebbe stato affiliato anche Pietro Soleti che invece i pm indicano nel gruppo Campana. “Se Soleti era inserito nei clan dei mesagnesi, vuol dire che Benito e Floriano che erano i suoi affiliati, non erano uomini di Campana e ciò significa che l’asserito contrasto con Greco sarebbe tutto interno a questa frangia e allora la domanda sorge spontanea”, è scritto nella sentenza. “Per quale motivo Benito e Floriano avrebbero dovuto rivolgersi a Librato, ai fratelli Campana e a De Nitto per chiedere un’autorizzazione?”.

Non solo. “Penna (nella foto in basso) ha detto di essere andato da De Nitto a Torre Lapillo, il giorno dopo il tentato omicidio, per muovere le sue rimostranze avendo avuto il sentore che a commettere il reato erano stati lo stesso De Nitto e Francesco Campana che era latitante in quel periodo”. E Penna invece era un uomo libero, “indiscusso capo dei mesagnesi” che voleva vederci chiaro anche perché il fatto che qualcuno andasse in giro armato avrebbe messo a rischio il gruppo perché potevano “incappare in posti di blocco”. Campana, invece, ha riferito di essere andato, sempre il giorno dopo l’agguato, “dal fratello latitante a San Pietro in Bevagna ed era presente anche De Nitto”.

Ercole PennaLa conclusione della Corte è la seguente: “A meno che De Nitto non fosse dotato del dono dell’ubiquità, uno dei due collaboratori di giustizia o entrambi conservano ricordi confusi. Anche poi a voler sostenere che De Nitto nello stesso giorno fosse stato a Torre Lapillo e poi a San Pietro in Bevagna (che distano una ventina di chilometri), ciò che desta meraviglia è che non faceva alcun cenno ai fratelli Campana dell’incontro avuto con Penna né in quell’occasione e né successivamente, quando secondo Sandro Campana si sarebbero visti alla presenza di Antonello Gravina e tale Roberto da Oria”.

Il pentito Campana, quindi, non è stato ritenuto attendibile. Non in tale circostanza. A questo proposito, i giudici scrivono: “La inattendibilità del collaboratore, in relaziona a una parte del complessivo racconto, non inficia quella considerata pienamente attendibile e riscontrata”. La giurisprudenza, infatti, ha elaborato il principio della cosiddetta “frazionabilità” della dichiarazione.

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