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Domenica, 16 Gennaio 2022
Cronaca

La speranza si ferma al Ferrohotel/ Video

BRINDISI –“Non sappiamo dove andare”. Gli uomini che vivono all’interno del Ferrohotel ripetono fino allo sfinimento questa frase, in un inglese traballante, mentre alcuni operai della ditta Monteco eseguono una prima, parziale, bonifica dell’ex ostello dei ferrovieri.

BRINDISI –“Non sappiamo dove andare”. Gli uomini che vivono all’interno del Ferrohotel ripetono fino allo sfinimento questa frase, in un inglese traballante, mentre alcuni operai della ditta Monteco eseguono una prima, parziale, bonifica dell’ex ostello dei ferrovieri (video). Sul posto ci sono anche una pattuglia di vigili urbani e una volante della polizia, ma è ancora presto per lo sgombero. Forze dell’ordine e autorità competenti devono prima farsi un quadro chiaro della situazione all’interno della palazzina.

E le condizioni in cui versa l’edificio, situato a ridosso del cavalcavia De Gasperi, in cima a un costone sulle sponde di canale Patri, sono disumane. Il cortile perimetrale dell’immobile è ricoperto di spazzatura mescolata con urina e feci. Dall’interno della struttura proviene un fetore nauseabondo. Il personale della Monteco è costretto a indossare una mascherina protettiva per liberare i primi tre piani dalle montagne di rifiuti che giacevano lì chissà da quanto tempo. Almeno per oggi, le operazioni di bonifica non vanno oltre. Alcuni immigrati asiatici, insediatisi al quinto piano, non lasciano il Ferrohotel. Temono che sia arrivato il momento dello sgombero.

Si affacciano dal terrazzo con circospezione, scrutando quello che accade ai piedi dello stabile. Dopo alcuni minuti, scendono in cortile. Sono cinque: 3 afghani e 2 pakistani. Sono arrivati in Italia pochi mesi fa. Hanno presentato in questura la richiesta di riconoscimento dello status di rifugiati politici. Quasi tutti sono fuggiti dalla guerra e da un contesto di miseria e disperazione. Abdull, 34 anni, ex soldato dell’esercito afghano, mostra i segni delle ferite rimediate sul palmo della mano destra e sullo stinco della gamba destra, nel corso di uno scontro a fuoco con i talebani. Non poteva più restare nel suo Paese. Le milizie fondamentaliste gli davano la caccia.

“Ho speso 4500 euro – afferma Abdull – per arrivare in Italia. Dall’Afghanistan ho raggiunto il Pakistan in autobus. Poi ho attraversato l’Iran, la Turchia e da lì mi sono imbarcato alla volta dell’Italia”. Abdull e gli altri asiatici che si trovano insieme a lui hanno lasciato a casa moglie e figli. Non hano loro notizie dal momento della partenza. Sono venuti in Italia con la speranza di trovare un lavoro e mettere qualcosina da parte per i loro famigliari. Non sapevano che sarebbero andati a finire nell’inferno del Ferrohotel, vera favela nel cuore della città. “Ma meglio qui – dichiara ancora Abdull – che per strada. Noi da qui non vogliamo muoverci. Non sappiamo dove andare. Speriamo di essere accolti nel Cara diRestinco. Ma fino a quel momento, non ci sposteremo”.

A loro dire, nell’ex ostello vivono anche 5 senzatetto italiani, qualcuno forse brindisino, 3 rumeni e un gruppo imprecisato di africani che alle prime luci del giorno, alla vista delle forze dell’ordine, ha lasciato l’edificio. Vogliono che la gente conosca le condizioni in cui vivono e ci accompagnano nei loro alloggi al quinto piano. In due stanzette di poche decine di metri quadri convivono 5 persone.

Dormono sul pavimento, su materassi di fortuna. Non hanno che un plaid per coprirsi. Sul terrazzo, dal quale hanno una vista completa del cavalcavia De Gasperi e dei terreni ubicati lungo gli argini di Canale Patri, hanno realizzato un piano cottura di fortuna. Non hanno né acqua né servizi igienici. Le loro giornate sono scandite sempre dalla solita routine.

“Intorno alle 11 – spiegano gli immigrati – andiamo nella Caritas per prendere lezioni di italiano (uno di essi, a tal proposito, mostra con orgoglio un quaderno pieno di appunti, ndr) e pranzare. Dopo pranzo, andiamo in stazione. Quando fa buio, torniamo qui. Non abbiamo un lavoro. Non conosciamo nessuno che possa darci una mano”.

Gli occupanti sanno che le forze dell’ordine potrebbero tornare da un momento all’altro per lo sgombero ( soluzione decisa nel corso di un vertice tenutosi mercoledì in questura, al quale erano presenti il capo dell’ufficio di gabinetto del questore, Asl, Comune di Brindisi, vigili urbani, guardia di finanza, carabinieri e il curatore fallimentare della proprietà, la “Soglia Hotel Group srl”, che ha dato la propria disponibilità a bonificare e murare l’edificio dopo l’evacuazione) ma chiedono quanto meno che venga trovata loro una sistemazione alternativa.

“Non siamo animali – dicono – non diamo fastidio a nessuno. Vogliamo solo un posto in cui dormire”. (Fotoservizio Gianni Di Campi)

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