Cronaca

Amianto nelle lavorazioni aeronautiche: vinta causa con Inps

La Cassazione, confermando la sentenza d’appello, riconosce il diritto alla maggiorazione contributiva di 11 dipendenti che per oltre 10 anni sono stati esposti a fibre di amianto. Decisiva la relazione del Ctu

BRINDISI – Nelle lavorazioni effettuate in alcune sedi di aziende poi confluite in altre società dell'ex Finmeccanica (oggi leonardo) di Brindisi, operai e tecnici erano esposti all'amianto. Per questo alcuni dipendenti hanno ottenuto il riconoscimento delle maggiorazioni contributive previste dalla legge 257 del 1992. Con una sentenza depositata martedì scorso (22 gennaio) la Corte di Cassazione ha scritto il capitolo finale di un lungo contenzioso fra l’Inps e undici lavoratori, difesi dagli avvocati Giacomo Greco e Claudia Roma.

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’ente previdenziale contro una sentenza dell’ottobre 2016 della Corte d’Appello di Lecce che, riformando il pronunciamento negativo del giudice del lavoro del tribunale di Brindisi, aveva sancito il diritto dei lavoratori appellanti alla rivalutazione contributiva, relativamente ai periodi di lavoro fino al 2000, per i quali erano stati esposti ad amianto.

Gli stessi hanno lavorato alle dipendenze della Oan - Officine aeronavali, poi passati alle dipendenze dell'ex AgustaWestland e ad altre società che negli anni si sono succedute. Il contenzioso è scaturito dalla bocciatura, da parte dell’Inail, della richiesta di riconoscimento dell’esposizione all’amianto ai fini dell'incremento contributivo, avanzata dai lavoratori entro i termini di decadenza previsti dalla legge. La relazione depositata dal Ctu nell’ambito del processo di secondo grado ha giocato un ruolo decisivo.

La relazione tecnica

Il consulente ha chiarito che “all’interno dello stabilimento - si legge nella sentenza d’appello - si realizzavano operazioni di montaggio e smontaggio di aeromobili dunque anche di componenti elettromeccaniche, motori e tubazioni; in tale settore l’amianto era presente nei materiali di attrito usato per freni, guarnizioni, come termoisolante”. “Le attività – si legge ancora nella sentenza – che comportavano l’uso di compressori d’aria per la pulizia delle parti, si realizzavano all’interno di un unico hangar ed i singoli reparti non erano separati all’interno dello stesso hangar”.

Il Ctu ha inoltre evidenziato “le attività disimpegnate dagli odierni appellanti (i lavoratori, ndr) ed il loro necessario contatto con l’amianto dal 1977 sino al 2000”. Il consulente ha poi chiarito che le fibre erano presenti in misura sufficiente a “ravvisare le condizioni di legge”, fino a giungere alla conclusione che i lavoratori sono stati sottoposti a “una esposizione qualificata all’amianto con concentrazioni stimate superiori a 0,1ff/cc per un periodo lavorativo ultradecennale”.

Ricorso notificato dopo un anno

E’ pari a 10 anni, infatti, il periodo minimo di esposizione all’amianto per il quale il lavoratore, come previsto appunto dalle legge 257 del 1992, matura il diritto alla maggiorazione contributiva e quindi ad andare prima in pensione. Per questo, i lavoratori, dopo aver aspettato il decorso del termine di 60 giorni dalla notifica della sentenza (termine entro il quale l'Inps avrebbe potuto ricorrere in Cassazione), si sono dimessi, mentre l’Inps, accreditando le maggiorazioni contributive, ha accolto le domande di pensionamento.

Tuttavia l'istituto previdenziale, allo scadere del trecentosessantacinquesimo giorno dal deposito della sentenza, ha notificato il ricorso in Cassazione. E’ comprensibile quindi lo stato d’ansia con cui gli ex dipendenti dell’Agusta hanno vissuto l’attesa del pronunciamento definitivo. Perché nel caso in cui l'impugnazione dell’Inps fosse stata accolta, oltre a ritrovarsi senza lavoro, i malcapitati avrebbero anche dovuto restituire i soldi già percepiti.

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