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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
Cronaca Francavilla Fontana

L'avvocato restituisce la merce ai truffati ma finisce sotto inchiesta

FRANCAVILLA FONTANA - Nuovo fronte di indagine intorno al network dei casalinghi. Il pubblico ministero Raffaele Casto apre un fascicolo-stralcio a carico di un avvocato e di un dipendente delle aziende di proprietà di Giancarlo Capobianco, entrambi accusati di presunto concorso in ricettazione. Secondo l'ipotesi formulata dalla procura, tutta da verificare, i due indagati avrebbero mediato con gli imprenditori che sostengono di essere stati truffati dal presunto capozona della Scu operativo a Francavilla Fontana, restituendo loro la merce acquistata e non pagata da Capobianco & Co. Nessuno dei due, insomma, avrebbe incassato alcunché per la mediazione, che ha avuto come conseguenza diretta solo la remissione delle querele da parte dei presunti truffati. Il punto è che tutta la merce di proprietà della Ced, società di fatto riconducibile a Capobianco – secondo la magistratura inquirente – era nel frattempo finita sotto sequestro. Il sostituto procuratore Casto, infatti, aveva emesso un decreto preventivo su tutta la merce, che non poteva dunque essere distratta.

FRANCAVILLA FONTANA - Nuovo fronte di indagine intorno al network dei casalinghi. Il pubblico ministero Raffaele Casto apre un fascicolo-stralcio a carico di un avvocato e di un dipendente delle aziende di proprietà di Giancarlo Capobianco, entrambi accusati di presunto concorso in ricettazione. Secondo l'ipotesi formulata dalla procura, tutta da verificare, i due indagati avrebbero mediato con gli imprenditori che sostengono di essere stati truffati dal presunto capozona della Scu operativo a Francavilla Fontana, restituendo loro la merce acquistata e non pagata da Capobianco & Co. Nessuno dei due, insomma, avrebbe incassato alcunché per la mediazione, che ha avuto come conseguenza diretta solo la remissione delle querele da parte dei presunti truffati. Il punto è che tutta la merce di proprietà della Ced, società di fatto riconducibile a Capobianco - secondo la magistratura inquirente - era nel frattempo finita sotto sequestro. Il sostituto procuratore Casto, infatti, aveva emesso un decreto preventivo su tutta la merce, che non poteva dunque essere distratta.

Tutto ha inizio proprio dalle querele a firma di una serie di imprenditori di tutta Italia, che denunciano di aver venduto merce destinata ai negozi di casalinghi "Outlet casa", "Io casa" e "Casa più" aperti a Francavilla, Latiano, San Michele Salentino, San Pancrazio Salentino, Oria, San Marzano di San Giuseppe, Lizzano, i due punti vendita a Sava, Manduria. Per finire a Capurso in provincia di Bari, e persino alla Bat, precisamente a Canosa di Puglia. Negozi aperti uno dopo l'altro, ricolmi di merce pagata con assegni post-datati, per un valore complessivo di 25 milioni di euro circa. Il punto è che, al momento dell'incasso, i venditori si ritrovano con un pugno di mosche in mano: gli assegni sono scoperti. Partono le querele, e nel registro degli indagati per truffa finiscono Giancarlo Capobianco (noto anche come "Zio Carlone"), finito in manette per effetto delle dichiarazioni di Ercole Penna, che lo addita come capozona della Città degli Imperiali per conto del clan dei Mesagnesi.

Il pentito aggiunge che, in realtà, dietro il network dei casalinghi ci sarebbero come proprietari di fatto sia lui stesso che il boss Massimo Pasimeni. Accuse, anche queste, ancora tutte la verificare. Nel fascicolo per truffa finiscono anche l'imprenditore Vincenzo Di Castri, 43 anni, di Francavilla; Antonio Bellanova, 32 anni di Brindisi; Antonio Rossi, 32 anni di Francavilla; Cosimo Saracino, 38 anni, di Francavilla; Patrizia Cionfoli, 35 anni, di Francavilla; Grazia Pesce, 39 anni di San Michele Salentino; Leonardo Ludovico, 27 anni, di Taranto; Vitalba Ciracì, 33 anni di Francavilla e Cataldo Nardelli, 33 anni di Francavilla. I negozi di casalinghi finiscono sotto sigillo, per effetto di un decreto a firma del procuratore capo Marco Dinapoli e del pm Casto. Il gip del tribunale di Brindisi Giuseppe Licci conferma il sequestro ma, a fine marzo, l'intero pacchetto di negozi viene dissequestrato: il Riesame accoglie l'istanza dei difensori Gianvito Lillo e Roberto Palmisano, rimuovendo i sigilli agli immobili di proprietà di Vincenzo Di Castri.

Mentre le indagini proseguono, i fornitori di tutta Italia, uno ad uno, iniziano a rimettere le querele. Ed è qui che scatta il secondo fronte di indagine. Un impresario del Nord, in particolare, dichiara di non avere più motivi di denuncia nei confronti di Capobianco & Co dato che ha riavuto indietro quello che gli spettava. L'uomo sostiene di aver contattato l'avvocato (non sarebbe dunque stato il legale, a contattare l'imprenditore) di uno dei presunti truffatori e di essere rientrato interamente in possesso della merce venduta e mai pagata, la controversia giudiziaria dunque non ha più motivo d'essere. Fin qui, tutto chiaro e cristallino.

Il punto è, secondo il pm Casto, che quella merce non poteva essere restituita ad alcun titolo, a fronte del decreto di sequestro disposto nel frattempo su tutti i beni riconducibili alla società di Capobianco. I due indagati per ricettazione in concorso hanno replicato dichiarando che non potevano sapere, perchè il provvedimento non lo diceva, di quale merce precisamente si disponeva il sequestro. La verità insomma, in questa complessa vicenda, è ancora tutta da verificare. Le indagini dei carabinieri di Francavilla Fontana, incaricati dal pm Casto, proseguono intanto su tutti i fronti: il terzo, ma non ultimo, nel campo dei presunti abusi edilizi legati alle stesse società proprietarie dei casalinghi.

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