Cronaca

"Panama papers" e le ipocrisie del sistema internazionale

"Mossack Fonseca". No, non è il nome del celebre giocatore di calcio uruguagio, ma bensì quello di una società con sede a Panama in possesso di un fascicolo digitalizzato con oltre 11 milioni di documenti che contengono informazioni riservate su circa 214.000 società off-shore

“Mossack Fonseca”. No, non è il nome del celebre giocatore di calcio uruguagio, ma bensì quello di una società con sede a Panama  in possesso di un fascicolo digitalizzato con oltre 11 milioni di documenti che contengono informazioni riservate su circa 214.000 società off-shore  tra i cui azionisti spiccano nomi di capi di Stato, personaggi dello spettacolo e dello sport di fama mondiale e nomi di politici provenienti da ogni parte del mondo. Cosa c’è di strano? E’ che le società cosiddette off-shore hanno la particolarità di essere fondate all’ interno di uno Stato pur avendo i  loro introiti derivanti  da attività svolte in un Paese straniero. 

E’ il classico barattolo di marmellata che fa gola agli evasori fiscali, che possono in questo modo piazzare all’estero i loro guadagni sulle loro attività senza essere soggetti in alcun modo alla tassazione fiscale della loro nazione di appartenenza. Quello che è ormai conosciuto come lo scandalo “ Panama Papers” sta ora creando non pochi grattacapi a politici  di rilevanza nazionale ed internazionale. Il settimanale “L’ Espresso” ha divulgato nomi eccellenti di persone coinvolte, come Vladimir Putin , David Cameron e la stella del calcio argentino Lionel Messi.

Non poteva mancare l’ Italia , tra cui spiccano i nomi di Flavio Briatore, Silvio Berlusconi, Luca Cordero di Montezemolo ed il noto attore Carlo Verdone. Anche la mafia è fortemente rappresentata con i nomi dei  tesorieri del clan Riina, Graviano e Provenzano. Mentre vengono aperte inchieste giudiziarie un po’ dappertutto, su tutto questo forse sarebbe necessario chiedersi che stiamo scoprendo l’acqua calda oppure no. Il trucco di evadere il fisco creando società ad hoc  all’estero è vecchio come il cucco e, come nel caso dell’ Italia, nessuna ricorda mai che tutto questo viene fatto in Nazioni con cui abbiamo normali rapporti diplomatici  ed ambasciatori ufficialmente riconosciuti.

Siamo di fronte ad una palese contraddizione del nostro metodo di agire a livello fiscale, se riconosciamo legittimamente ad ogni Stato la sua sovranità nel creare società di vario genere sul suo territorio e dopo, però, ne contestiamo le finalità. Un lapalissiano esempio è presente nel cuore dell’ Ue, nella figura di Jean Claude Juncker presidente della Commissione europea, organismo politico internazionale su cui nessuno oserebbe mai puntare il dito. Juncker ha ricoperto il ruolo da primo ministro  del Lussemburgo  dal 1995 al 2013. Anni in cui la monarchia costituzionale lussemburghese del granduca Enrico sarebbe stata un vero e proprio Eldorado per numerosi soggetti a caccia di un fisco amico e compiacente.

Tra loro alcune  multinazionali i cui nomi  sono davvero di eccellente spicco. Eccone alcuni esempi: Gazprom, Ikea, Pepsi, Amazon, Finmeccanica, Unicredit. Poco dopo la sua nomina Junker era finito anche nel mirino delle accuse di alcuni deputati europei, perché lui stesso sarebbe stato il garante degli interessi monetari di  queste ricche e potenti multinazionali che avrebbero utilizzato il Lussemburgo come propria cassaforte. Potremmo anche qui aggiungere, senza indugi, anche i casi del sempre discusso Liechtenstein, anch’ esso monarchia costituzionale, accusato da sempre di essere un vero   paradiso per gli evasori fiscali e quello sempre più crescente della Gran Bretagna, Nazione europea amica ed alleata anche se ormai sta letteralmente risucchiando come un vortice le sedi legali e fiscali delle aziende più importanti d’Europa.

Il giornalista e scrittore Federico Rampini ha definito il Paese della Union Jack uno Stato pirata che “porta via aziende alle altre nazioni in virtù di un regime fiscale troppo conveniente” . Insieme a queste nazioni di vi sono altri “Stati portafoglio” in ogni angolo del globo, tra cui vanno messi in risalto il Belize, Singapore , le Seychelles , le isole Cayman , Andorra e Antigua. Tutti Paesi che brulicano di società off-shore dove chi non vuole pagare le tasse e guazzare nel piacere trova il suo indiscutibile e meraviglioso giardino dell’ Eden. A questo punto la domanda da porsi è d’obbligo: di quali regole precise a livello internazionale dobbiamo dotarci per controllare l’evasione fiscale in un momento di profonda crisi economica globale come questa?

Attualmente è in vigore il principio della concorrenza tra Stati , secondo cui ogni nazione sovrana può legittimamente scegliere quale regime  di fisco adottare e quali capitali mettere al caldo e al sicuro nelle banche del  proprio Paese. Ma questo sistema rischia seriamente di far esplodere la finanza mondiale, dato che chiunque potrebbe tranquillamente spedire quando vuole i propri danari all’ estero e non versare neanche un centesimo al Paese di appartenenza, mettendo cosi in crisi l’equilibrio bancario nazionale. Viviamo quindi in un sistema di contraddizioni che sarebbe opportuno discutere al più presto, senza aspettare il fallimento della prossima banca o l’ennesima inchiesta sugli evasori fiscali che si conclude con la solita bolla di sapone.

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