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Le dieci falsità sui migranti che molti italiani credono vere

"Li trattano meglio di noi, non scappano dalla guerra, hanno pure lo smartphone...". Medici senza frontiere sfata le dieci leggende legate alla migrazione che alimentano il razzismo

Ancora oggi noi italiani siamo un popolo di emigrantie spesso non siamo accolti benissimo all'estero. Allora perché molti di noi alimentano leggende e allarmismi su chi lascia il proprio Paese e arriva - o transita - nel nostro?

Perché i migranti vengono trattati meglio degli italiani? Perché non li aiutiamo a casa loro? Sono pericolosi e ci rubano il lavoro. Sono solo alcuni degli stereotipi veicolati quotidianamente su giornali e social network, domande e paure che spesso diventano slogan e luoghi comuni. Ecco perché Medici Senza Frontiere, l'organizzazione internazionale che dà assistenza medica dove c'è più bisogno, ha lanciato la campagna online "Anti-slogan", un'iniziativa che punta a sfatare le dieci leggende sulla migrazione con risposte e dati "basati sulla realtà dei fatti, per diffondere un’informazione corretta e senza preconcetti".

Ecco le dieci leggende più diffuse sulla migrazione sfatate una a una.

1. Ci portano le malattie. Malattie come ebola, tubercolosi e scabbia potrebbero diffondersi nel nostro Paese insieme agli immigrati. La mancanza di controlli sulle navi espone al contagio gli operatori impegnati nelle operazioni di soccorso e accoglienza dei migranti in Italia. Alla polizia non vengono forniti neppure gli strumenti minimi di profilassi.

I migranti non rappresentano un rischio per la salute pubblica. È allarmante che continuino a circolare notizie false a questo proposito. Nel corso di oltre dieci anni di attività mediche in Italia, MSF non ha memoria di un solo caso in cui la presenza di immigrati sul territorio sia stata causa di un’emergenza di salute pubblica. Spesso, associate all’arrivo dei migranti, vengono citate malattie come Tubercolosi, Ebola e scabbia. Siamo sicuri di conoscerle?  È anzi lo stato di salute dei migranti a peggiorare a causa delle difficili condizioni in cui si trovano a vivere una volta arrivati in Italia.

2. Li trattiamo meglio degli italiani. Accolti, serviti e riveriti. Mentre gli italiani faticano ad arrivare a fine mese e molti non hanno una casa, gli immigrati alloggiano in hotel e ricevono 35 euro ogni giorno. Tutti soldi sottratti a bisogni primari di molti cittadini italiani.

In Italia, il sistema di accoglienza è gestito dal Ministero dell’Interno e comprende centri di prima e seconda accoglienza. L’insieme delle strutture ordinarie e dei servizi predisposti dalle autorità centrali e dagli enti locali è largamente insufficiente, tanto che più del 70% dei richiedenti asilo è attualmente ospitato in strutture temporanee e straordinarie. La carenza di posti è aggravata anche dalle lungaggini burocratiche che protraggono i tempi di permanenza delle persone all’interno delle strutture, togliendo spazio ai nuovi arrivati. Il risultato è che i centri sono sovraffollati, con personale, strutture e servizi insufficienti a rispondere ai bisogni dei migranti e delle comunità di accoglienza. Riguardo ai 35 euro, questi soldi non vanno in tasca ai richiedenti asilo, ma agli enti che si occupano della gestione dei centri e ne sostengono i costi (affitto delle strutture, salari per gli operatori, vitto e servizi di base per gli ospiti). In media, solo 2,5 euro al giorno - il cosiddetto “pocket money” - vengono corrisposti direttamente al richiedente asilo per le sue piccole spese quotidiane (ricariche telefoniche per chiamare i parenti nei paesi d’origine, acquisti di generi alimentari e non, ecc…). Questi fondi per l’accoglienza vengono peraltro stanziati in parte rilevante dall’Unione Europea.

3. Aiutiamoli a casa loro. È un errore continuare ad accogliere persone provenienti da Paesi poveri. Da noi non troveranno un futuro migliore. L'unico intervento ragionevole è mandare gli aiuti nei loro Paesi: solo così si eviterà che masse di poveri invadano l’Europa.

In realtà, la comunità internazionale da decenni si pone come obiettivo di eliminare la fame e la povertà estrema ma, nonostante sforzi e investimenti, i risultati sono ancora insufficienti. Gli aiuti internazionali da soli non bastano a consentire il rientro a casa in sicurezza di chi fugge da conflitti, persecuzioni e violenza, e in alcuni contesti l’instabilità è tale che non esistono le garanzie minime di sicurezza per mantenere programmi di assistenza.

4. Hanno pure lo smartphone. Quelli sui barconi sono poveri e disperati davvero? E allora dove trovano i soldi per comprarsi gli smartphone, a volte anche di ultima generazione? Agli sbarchi, nei centri di accoglienza e per le strade delle nostre città li vediamo sempre attaccati al cellulare.

Per chi fugge ed è costretto a intraprendere un lungo e pericoloso viaggio, i cellulari sono beni di prima necessità: sono il mezzo più economico per stare in contatto con i propri familiari; permettono di capire dove ci si trova, attraverso la geolocalizzazione; servono a condividere informazioni fondamentali su rotte, mappe, pericoli alle frontiere.

5. Vengono tutti in Italia. Sono troppi! Ormai siamo invasi dagli immigrati.

Le statistiche ufficiali dicono che la maggior parte delle persone in fuga si sposta verso i paesi limitrofi al proprio, non si “imbarca” per l’Europa. Degli oltre 65 milioni di persone nel mondo costrette alla fuga nel 2015, ben l’86% resta nelle regioni più povere del pianeta. Il 39% si trova in Medio Oriente e Nord Africa, il 29% in Africa, il 14% in Asia e Pacifico, il 12% nelle Americhe, solo il 6% in Europa. In Italia si trovano 118.000 rifugiati (ovvero 1,9 ogni 1000 italiani) e 60.000 richiedenti asilo. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale.

6. Sono tutti uomini giovani e forti. Se davvero scappano da guerre e povertà, le prime persone che dovremmo vedere alle nostre frontiere sono donne e bambini.

La maggioranza delle persone che arrivano in Europa è rappresentata da giovani uomini perché hanno una condizione fisica migliore per poter affrontare un viaggio così duro. Spesso sono le stesse famiglie a mandarli per primi, sperando un giorno di potersi ricongiungere. Tuttavia, il numero di famiglie, donne e minori non accompagnati è in aumento. Nel 2015, secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), di circa un milione di persone arrivate in Grecia, in Italia o Spagna via mare, il 17% è costituito da donne e il 25% da bambini.

7. Ci rubano il lavoro. Se i giovani italiani non hanno futuro è colpa degli immigrati.

Il tema della “concorrenza sleale” praticata dai lavoratori stranieri in Italia è spesso utilizzato nel dibattito pubblico per dimostrare l’equazione secondo cui l’arrivo degli immigrati toglie posti di lavoro agli italiani. In realtà, a fronte di un’ampia letteratura economica internazionale sul rapporto tra immigrazione e mercato del lavoro, non esistono studi empirici in Italia che portino dimostrazioni robuste e inconfutabili al proposito. Al contrario, le analisi esistenti mettono piuttosto in evidenza la scarsa “concorrenzialità” tra lavoro straniero e lavoro autoctono a parità di competenze.

8. Non scappano dalla guerra. Nella maggior parte dei casi si tratta di migranti economici che partono con il sogno di diventare ricchi.

La distinzione tra rifugiati e migranti economici è una semplificazione. I motivi che spingono le persone a fuggire dai propri Paesi sono diversi e spesso correlati tra loro: guerre (Siria, Iraq, Nigeria, Afghanistan, Sud Sudan, Yemen, Somalia), instabilità politica e militare (Mali), regimi oppressivi (Eritrea, Gambia), violenze (lago Chad), povertà estrema (Senegal, Costa d'Avorio, Tunisia). Il diritto di ogni persona a chiedere protezione internazionale prescinde dalla nazionalità e dal paese di origine. A contare sono le cause della fuga, le persecuzioni subite o le minacce, la vulnerabilità e i bisogni di assistenza e cure mediche. A volte le necessità di protezione internazionale si sommano ai bisogni di assistenza umanitaria.

9. Sbarcano i terroristi, e chi recupera e fornisce assistenza a queste persone concorre alla diffusione del terrorismo!

La maggior parte degli affiliati ai gruppi terroristici coinvolti negli attentati in Europa era già presente sul territorio, in quanto si trattava di cittadini europei. È pur vero che le cronache hanno anche riportato pochi e isolati episodi di richiedenti asilo coinvolti in attentati, ma nella stragrande maggioranza dei casi a bussare alle nostre porte sono persone vulnerabili che fuggono da guerre e violenza. È importante ribadire questo concetto: i rifugiati non sono terroristi, ma vittime del terrore.

10. Sono pericolosi. Spesso gli immigrati che arrivano in Italia vanno a ingrossare le fila della criminalità organizzata, spacciando droga, rubando o finendo nel giro della prostituzione. Nelle carceri italiane ci sono soprattutto immigrati.

Numerosi studi internazionali hanno evidenziato l’inesistenza di una corrispondenza diretta tra l’aumento della popolazione immigrata e l’incremento del numero di denunce per reati penali. E’ pur vero che sono molti i detenuti stranieri nelle carceri italiane (il 34% dei reclusi, al 30 settembre 2016), ma ciò è dovuto a una serie di fattori precisi. In particolare, a parità di reato gli stranieri vengono sottoposti a misure di carcerazione preventiva molto più spesso degli italiani, che ottengono invece con maggiore facilità gli arresti domiciliari. (da Today)

Qui per seguire la campagna #Milionidipassi di Medici Senza Frontiere.
 

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