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Cronaca

Le indagini: quello strano viavai attorno alla Pacucci spiato dal satellite

BRINDISI - Una discarica a cielo aperto, a due passi dal nastro trasportatore del carbone, a Cerano. Tutto è nato da lì: da quell’ammasso sospetto, tenuto d’occhio dagli inquirenti e che proprio per questo, a distanza di una decina di giorni dall’avvio dei primi accertamenti, qualcuno s’era preso la briga persino di rimuovere.

BRINDISI - Una discarica a cielo aperto, a due passi dal nastro trasportatore del carbone, a Cerano. Tutto è nato da lì: da quell'ammasso sospetto, tenuto d'occhio dagli inquirenti e che proprio per questo, a distanza di una decina di giorni dall'avvio dei primi accertamenti, qualcuno s'era preso la briga persino di rimuovere.

La ragione? Far sparire ogni traccia: in parte dando fuoco agli scarti inquietanti e in parte caricando quello che sino a quel momento era stato depositato, fuori dalla grazia di Dio e in barba alla legge. Ma il tentativo estremo di bonificare l'area (insozzata da alcuni metri cubi di rifiuti speciali) e di cancellare reperti ed elementi di prova, non sarebbe valso a granché, dal momento che gli investigatori sull'origine e la provenienza di quei rifiuti speciali, s'erano già fatti un'idea ben precisa. A spianare la strada all'operazione odierna, battezzata "Divieto di abbandono", sarebbe stata la denuncia formalizzata lo scorso anno da un dirigente dell'Enel, in merito proprio alla presenza di quei rifiuti ingombranti ad un palmo della Centrale.

Erano state le guardie giurate in servizio di vigilanza nelle pertinenze Enel a localizzare la discarica abusiva: un cumulo di rifiuti di lavorazione dalla provenienza inequivocabile, quasi certificata dai bigliettini che spiccavano in cima al cumulo col marchio di fabbrica della Pacucci Srl. Da qui la decisione dell'azienda elettrica di formalizzare la segnalazione alla magistratura ed alla polizia giudiziaria, basata su rilievi fotografici (bigliettini inclusi).

Mesi di indagini - eseguite dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Lecce, guidati dal capitano Nicola Candido e coadiuvati dai militari del Reparto operativo del Comando provinciale di Brindisi, diretti dal colonnello Gennaro Ventriglia - avrebbero consentito di fare luce sul corposo giro di smaltimento illegale, scoprendo che un sito alternativo al terreno dell'Enel era stato individuato nientemeno che nella discarica di Autigno, dove, secondo i riscontri investigativi, mischiati tra ai rifiuti urbani, pare finissero anche solventi, filtri e i resti dei mobili per sempre: vecchie bare, smaltite allegramente dopo averle preventivamente incenerite.

All'alba di ieri, il blitz: 40 uomini dell'Arma, insieme al personale dello Spesal, a parziale conclusione di indagini delegate dalla Procura della Repubblica di Brindisi, hanno eseguito un provvedimento di sequestro preventivo, emesso dal Gip Paola Liaci su richiesta del sostituto procuratore titolare dell'inchiesta, Giuseppe De Nozza. Nel mirino l'intero complesso aziendale della Pacucci srl: società produttrice di feretri, che stando alle accuse avrebbe gestito illecitamente rifiuti speciali, pericolosi e non, costituiti da imballaggi di cartone, carta abrasiva, filtri di abbattimento polveri, ceneri derivanti dalla combustione di legno, residui di vernici e solventi, generati dal processo produttivo.

Rifiuti che venivano conferiti negli automezzi compattatori della società "Monteco" (impresa appaltatrice del Servizio di igiene urbana a Brindisi) e successivamente altrettanto illecitamente trasportati e smaltiti nella discarica per rifiuti solidi urbani di Brindisi. Un sistema di smaltimento a quanto pare consolidato, che i militari avrebbero appurato sia attraverso documentazione fotografica, sia mediante la tecnologia satellitare - tutti i mezzi Monteco sono dotati di impianto Gps per ragioni assicurative, ma forse gli autisti lo avevano dimenticato - sia sulla scorta di una verifica incrociata presso la "Pacucci" srl dei registri di carico e scarico dei rifiuti. La tempistica e la frequenza con la quale i mezzi della "Monteco" (azienda risultata estranea all'attività di indagine) entravano e uscivano dall'impresa produttrice di bare, hanno reso possibile di inquadrare in ogni suo ingranaggio il sistema si smaltimento illecito che aveva preso piede, con la complicità, sostiene l'accusa, di sette operatori ecologici, dipendenti della "Monteco".

C'è di più. Alla "Pacucci" gli inquirenti contestano anche di aver scaricato al di fuori del perimetro aziendale le acque di dilavamento dei piazzali di pertinenza dell'impianto (in assenza di autorizzazioni e senza sottoporre le stesse ad alcun trattamento depurativo) e di aver attivato diverse cabine di verniciatura e rifinitura di cofani funebri in legno ed una caldaia nella quale venivano combusti polveri e trucioli in legno, in assenza delle previste autorizzazioni al rilascio di emissioni in atmosfera. Quanto basta, dunque, per porre i sigilli all'intera struttura e sospenderne l'attività.

Al legale rappresentante della società è stata notificata una informazione di garanzia per i reati di scarico non autorizzato di acque di dilavamento dei piazzali, emissioni in atmosfera non autorizzate e gestione illecita di rifiuti speciali, anche pericolosi. Per quest'ultimo reato sono stati inoltre indagati altre sette persone, tutte dipendenti della ditta "Monteco srl" che, in qualità di conduttori di mezzi adibiti raccolta dei rifiuti solidi urbani, prelevavano i suddetti rifiuti speciali dall'interno dell'azienda. Contestualmente sono stati sottoposti a sequestro preventivo otto autocarri compattatori, di proprietà dell'impresa appaltatrice del Comune, seppure assolutamente estranea ai fatti contestati ai dipendenti.

Nel corso dell'operazione, sono state eseguite perquisizioni domiciliari a carico di tutti gli indagati. Obiettivo a base del decreto, cercare le tracce dei presumibili pagamenti da parte della Pacucci Srl agli autisti indagati per i servizi resi. Il valore complessivo dei beni sequestrati per quanto riguarda macchinari aziendali e automezzi della Monteco, invece ammonta a circa sei milioni di euro. I particolari, in riferimento al blitz e all'attività d'inchiesta, sono stati illustrati stamane, nel corso di una conferenza stampa, alla presenza del Procuratore aggiunto, Nicolangelo Ghizzardi: "Nonostante la carenza di organico, la Procura brindisina non trascura alcun campo, dedicando risorse, impegno ed energie su reati di ogni fronte. Nello specifico, la particolare connotazione tecnicistica delle norme, ha richiesto grandi capacità e sinergie. Il mio plauso, dunque, va al magistrato e ai carabinieri, per la sintonia palesata in sede investigativa".

A margine degli sviluppi dell'attività investigativa, intanto, montano le polemiche. La società Monteco (considerata dai magistrati totalmente estranea all'inchiesta riguardante la fabbrica di bare) ha già reso noto in un comunicato di aver presentato l'istanza di dissequestro degli otto compattatori necessari per l'effettuazione della raccolta di rifiuti solidi urbani nella città di Brindisi. Una richiesta, dettata anche dalla necessità di garantire la copertura del Servizio. Nessun provvedimento di sospensione dall'attività è stato assunto dall'azienda a carico dei sette operatori finiti sul registro degli indagati.

E al loro fianco si schiera anche Bobo Aprile (Cobas): "Hanno il diritto di difendersi, di dimostrare la loro innocenza. Mi risulta che tutti smentiscano di aver mai messo piede con i mezzi compattatori all'interno dell'azienda Pacucci e di essere stati individuati attraverso il Gps nei paraggi, in quanto diretti a svuotare alcuni cassonetti in prossimità dell'impresa finita sott'inchiesta. E' giusto fare chiarezza, dunque, ma chi sostiene di essere innocente ha il diritto di esternarlo". Premessa quanto mai esplicita, visto che proprio domani mattina i 7 lavoratori della Monteco finiti al centro dell'indagine hanno deciso di uscire alla scoperto, di convocare una conferenza stampa davanti ai cancelli dell'impresa e di dire la loro.

Non è la prima volta che il Noe o la Digos (che indaga da tempo attorno agli strani casi che si intrecciano a Brindisi con la gestione del ciclo dei rifiuti) scoprono che a bordo dei camion Monteco e all'insaputa dell'azienda vengono caricati rifiuti speciali che poi finiscono nella discarica di Autigno. Una pratica evidentemente consolidata nel tempo, si teme.

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