Giovedì, 18 Luglio 2024
Cronaca San Vito dei Normanni

Mafia, tentato omicidio, droga e altri reati: i carabinieri arrestano 22 persone

I militari di San Vito Dei Normanni, coordinati dalla Dda di Lecce, hanno fatto luce su un presunto sodalizio della Scu con base operativa in contrada Mascava. Tanti i reati contestati. Punizioni corporali per gli affiliati che "sgarravano"

Operazione all'alba contro la mafia in Puglia, in particolare nel Brindisino: alle prime luci dell’alba di oggi (martedì 18 luglio 2023) nei comuni di San Vito Dei Normanni, Mesagne, Carovigno, San Pancrazio Salentino, Torre Santa Susanna e Fasano, nei capoluoghi di Brindisi, Lecce, Taranto, Foggia, Trani e nel comune barese di Corato, i carabinieri della compagnia di San Vito Dei Normanni, diretti dal capitano Vito Sacchi e dal tenente Alberto Bruno, con il supporto in fase esecutiva dello squadrone eliportato cacciatori “Puglia” e del nucleo cinofili di Bari e Potenza, hanno condotto una articolata operazione antimafia  dando esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le Indagini preliminari presso il Tribunale di Lecce su richiesta della Direzione distrettuale antimafia (Dda) presso la Procura del capoluogo salentino nei confronti di 22 soggetti, indagati, a vario titolo, per associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, tentato omicidio, detenzione e porto illegale di armi da fuoco e da guerra, violenza privata, lesioni personali, estorsione, ricettazione, danneggiamento seguito da incendio ed autoriciclaggio, tutti aggravati dal metodo mafioso, produzione, coltivazione, spaccio e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza.

Il gip, condividendo l’impostazione accusatoria, ha disposto la custodia cautelare in carcere per 21 persone, gli arresti domiciliari per un soggetto. Di seguito, i nomi degli indagati in carcere: Gianluca Lamendola (34 anni, nato a Mesagne, residente a Brindisi); Cosimo Lamendola (51 anni, nato a Latiano, residente a Brindisi); Rosario Cantanna (49 anni, di Mesagne); Luca Balducci (29 anni, di Corato); Roberto Calò (40 anni, nato a Ostuni, residente a San Vito Dei Normanni); Angelo Potenzo Cardone (36 anni, nato a Cisternino, residente a Fasano); Pancrazio Carrino (41 anni, nato a Mesagne, residente a San Pancrazio Salentino); Maurizio D'Apolito (46 anni, nato a Milano, residente a Torre Santa Susanna); Adriano De Iaco (33 anni, nato a Mesagne, residente a San Vito Dei Normanni); Alessandro Elia (40 anni, di Brindisi); Domenico Fanizza (41 anni, di Fasano); Renato Loprete (47 anni, nato a Putignano, residente a Fasano); Bryan Maggi (33 anni, di Brindisi); Gionathan Manchisi (42 anni, nato in Germania, residente a Monopoli); Adriano Natale (41 anni, nato in Germania, residente a Carovigno); Domenico Nigro (23 anni, nato a Ostuni, residente a San Vito Dei Normanni); Giovanni Nigro (54 anni, di San Vito Dei Normanni); Giuseppe Prete (49 anni, nato a Ostuni, residente a San Vito Dei Normanni); Giulio Salamini (44 anni, di Taranto); Francesco Turrisi (47 anni, nato a Ostuni, residente a San Vito Dei Normanni); Noel Vergine (35 anni, nato a Taranto, residente a San Vito Dei Normanni). Ai domiciliari: Angelo Roccamo (77 anni, di Brindisi).

L’indagine, condotta dai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di San Vito Dei Normanni e originariamente delegata dalla Procura della Repubblica di Brindisi, trae origine dal tentato omicidio di un sorvegliato speciale, avvenuto la sera del 5 luglio 2020 nel comune di Latiano. La vittima, per puro caso e grazie alla prontezza di riflessi, non venne attinta mortalmente dalla raffica di colpi calibro 9 esplosi, ma solo di striscio, trovando rifugio dietro le mura della propria abitazione.

L’attività investigativa proseguita sotto la guida della direzione della Dda di Lecce sino al settembre 2022 attraverso intercettazioni di conversazioni e comunicazioni telefoniche, tra presenti e telematiche, pedinamenti, osservazioni e ricognizioni aeree, ha consentito di acquisire un poderoso quadro indiziario a carico dei presunti esecutori materiali e del mandante del grave fatto delittuoso, nonché di accertare con elevata probabilità che tale evento delittuoso fosse da ascriversi alle dinamiche relative al controllo del territorio da parte di una organizzazione di tipo mafioso capeggiata da Gianluca Lamendola, nipote del mesagnese Carlo Cantanna - condannato all’ergastolo, con sentenza della Corte d’Assise di Appello di Lecce del 26 giugno 2017 per l’omicidio di Tommaso Marseglia, avvenuto il 22 luglio 2001 a San Vito Dei Normanni -, al vertice di una frangia dell’organizzazione mafiosa denominata Sacra Corona Unita.

Una piantagione di marijuana nella disponibilità del presunto sodalizio

L’indagine ha consentito di acquisire gravi indizi in ordine all’ascesa criminale di Lamendola, riteuto dagli investigatori il capo di un gruppo criminoso dai connotati tipicamente mafiosi. La sua "scalata" sarebbe avvenuta in modo violento, con l’uso della forza e delle armi. Sono stati infatti acquisiti elementi investigativi di riscontro in ordine a numerosi episodi di pestaggi, sequestri di persona, agguati e tentati omicidi attraverso i quali appare probabile che gli indagati si siano imposti sul territorio determinando una condizione di assoggettamento ed omertà dei cittadini, tanto che non risultano presentate denunce e ricorrendo a condotte estorsive ai danni di esercizi commerciali.

L’attività investigativa ha consentito pertanto di fare luce su una verosimile sistematica attività di consolidamento del potere di controllo di territori già sottoposti al clan capeggiato da Carlo Cantanna, ma contesi da altri gruppi affermatisi nelle more della detenzione di questo, attuata attraverso condotte funzionali a riappropriarsi con metodo violento e minaccioso degli spazi , organizzando e partecipando ad una serie di agguati armati, pestaggi e sequestri di persona nei confronti degli infedeli o di coloro che osavano ostacolarne l’espansione o fossero entrati in contrasto con gli interessi dell’associazione.

Una volta consolidata la posizione su San Vito Dei Normanni, affidata ad uno dei suoi referenti, appare probabile che gli indagati abbiano ampliato gli interessi dell’organizzazione affiliando altri referenti, nel comune di Brindisi e in quello di Fasano, i cui capozona di quel momento hanno dapprima tentato di opporsi per poi desistere sotto le violente azioni armate. Frizioni sono nate anche con altre famiglie criminali, operanti nei territori di Mesagne, Torchiarolo e Squinzano (Lecce).

Le indagini preliminari, coordinate e dirette dalla Dda di Lecce e sviluppate in piena sinergia con la Dcsa (Direzione centrale per i servizi antidroga del ministero dell’Interno), hanno permesso, altresì, di acquisire importanti elementi sulla presunta attività di traffico di sostanze stupefacenti, quale core business dell’organizzazione, attraverso cui sarebbero stati accumulati ingenti capitali che poi, oltre ad essere redistribuiti alle famiglie dei detenuti, sarebbero stati interrati nei fondi adiacenti alla masseria di contrada Mascava, principale base operativa dell’associazione, situata in territorio di Brindisi ai confini con quello di Mesagne, San Vito Dei Normanni e Carovigno.

Sono stati, quindi, individuati canali di rifornimento della sostanza stupefacente, proveniente dalle province di Bari e Foggia, e tracciati i flussi per un quantitativo superiore a 50 chili di sostanza stupefacente, fra cocaina, eroina, hashish e marijuana, successivamente, immessa, tramite i referenti di zona, sulle piazze di spaccio di San Vito Dei Normanni, Brindisi, Carovigno, Fasano, San Pancrazio Salentino e Corato. Anche la sostanza stupefacente, come le somme di denaro, veniva interrata nell’area rurale di contrada Mascava, potendo contare sull’assoggettamento dei proprietari dei terreni.  

Armi rinvenute nella disponibilità del presunto sodalizio

Le indagini hanno disvelato, inoltre, un collaudato meccanismo di copertura dei beni, o dei proventi, derivanti da delitto, attraverso l’investimento nell’acquisto di vetture da parte di concessionarie, riconducibili ai membri del sodalizio o ad esponenti in affari con l’organizzazione, in particolare nel traffico di sostanze stupefacenti. Tale finalità, ovviamente, non era solo connessa ad aspetti meramente elusivi, per beneficiare dei vantaggi fiscali che ne derivavano ma, soprattutto, per riciclare il denaro immesso nei circuiti legali dell’economia.

L’attività investigativa ha consentito, peraltro, di riscontrare almeno cinque tentativi di estorsione in danno di imprenditori locali, che operano nel settore alimentare, della ristorazione e terziario, a cui era stata imposta la consegna di circa 500 euro mensili in cambio di protezione, cinque estorsioni consumate in danno di imprenditori, operanti nel settore della compravendita auto o commercio pellet, e di privati cittadini entrati in conflitto con gli interessi dell’organizzazione, per un totale di circa 19 mila euro.

Alcune estorsioni sono state commesse con modalità particolarmente violente e tutte caratterizzate da un atteggiamento scarsamente collaborativo delle vittime. Nessuna di loro, infatti, ha denunciato i fatti, rifugiandosi in condotte reticenti non favorendo, così, le progressioni investigative. L’associazione mafiosa, come ampiamente documentato, avrebbe integrato quelle tipiche condotte sia di affiliazione che di permanenza nel gruppo, nel rispetto di regole che il capo dell’organizzazione avrebbe imposto secondo il rigore che caratterizza le organizzazioni criminali mafiose e consistenti nei seguenti dettami: inviolabilità del vincolo familiare; divieto all’uso di droghe; cautela nell’utilizzo della violenza nei riguardi di estranei ai circuiti malavitosi; rispetto delle donne dei partecipi detenuti.

I comportamenti contrari alle regole risultavano sistematicamente sanzionati con l’irrogazione di punizioni corporali simboliche, come il taglio della schiena, alla presenza di altri affiliati, in grado di amplificare l’intimidazione interna. In un caso, ad uno degli affiliati, responsabile di aver fatto violentare la compagna, è stato imposto l’isolamento all’interno di una delle basi nella disponibilità dell’organizzazione, con sede in Fasano. 

I risultati investigativi, riscontrati da numerosi arresti in flagranza di reato, sequestri di armi clandestine, fra cui pistole, fucili e sostanze stupefacenti, per un traffico accertato superiore a 50 chili fra cocaina, eroina, hashish e marijuana, oltre al sequestro di una coltivazione di canapa indiana, costituita da circa 1.000 esemplari, individuata nell’area rurale tra San Vito Dei Normanni, Mesagne e Latiano, riassunti nell’informativa dei carabinieri e riportati nella richiesta di misura presentata dalla Dda di Lecce, hanno raccolto elementi indiziari nei confronti di 39 indagati.

La consorteria, infine, è accusata di aver detenuto, oltre a quelle sequestrate, altre armi comuni da sparo, e da guerra, come una pistola mitragliatrice Skorpion, occultate e prontamente disponibili. Nel corso delle indagini sono state riscontrate plurime violazioni della normativa antimafia, ex art. 75 comma 2 del D. Lgs 159/2011, commessi dal presunto reggente dell’organizzazione sottoposto a sorveglianza speciale di pubblica sicurezza che avrebbe violato sistematicamente gli obblighi derivanti dalla misura di prevenzione.

Articolo aggiornato alle 16:30 (nomi degli arrestati)

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