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Oggiano assolto anche in appello, pene ridotte ai Brandi e ai Lekli

La Procura chiedeva la condanna per l’ex consigliere comunale a sei anni e sei mesi per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale

BRINDISI – Verità processuale di secondo grado dopo l’inchiesta "Berat Dia" della Procura di Brindisi su droga, mala e politica e sugli attentati ai danni della Peritas e all'auto dell’ex presidente della Multiservizi: la Corte d’Appello di Lecce ha confermato l’assoluzione per l’ex consigliere comunale Massimiliano Oggiano, per il quale il pm aveva chiesto la condanna con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale alla pena di sei anni e sei mesi di reclusione. E ha ridotto le pene a carico dei fratelli Lekli, ex semaforo, latitanti ormai da sette anni, dei fratelli brindisini Brandi, nonché nei confronti di Giuseppe Gerardi, dopo averli assolti dall'accusa di associazione finalizzata al traffico di droga "perché il fatto non sussiste".

Il tribunale e la procura di Lecce

La sentenza

La sentenza è stata pronunciata della tarda mattinata di oggi dalla Corte d’Appello salentina, “in riforma” del verdetto del Tribunale di Brindisi del 21 luglio 2011, appellata dagli imputati Florenzo Borselli, Giovanni Francesco Brandi, Raffaele Giuseppe Brandi, accusati di associazione di stampo mafioso, Giuseppe Gerardi, ritenuto il cosiddetto braccio armato dei due fratelli in relazione alla sventagliata di colpi di Kalashnikov contro i silos della Peritas, nonché dagli albanesi Arben e Viktor Lekli, finiti sotto processo per droga ma diventati introvabili dal 4 luglio 2011. E ancora appellata da: Roberto Brigida, Enrico Colucci, Gianfranco Contestabile, Antonio Lococciolo e Vito Ingrosso nonché dalla Dda di Lecce nei confronti di Oggiano e dallo stesso pubblico ministero. Le motivazioni saranno depositate fra 90 giorni.

Assoluzione per Oggiano

L'avvocato Fabio Di Bello-2L’esponente politico di Brindisi città, quindi, incassa l’assoluzione per la seconda volta, di fronte all’imputazione contestata dal pm. Il Tribunale, nelle motivazioni, aveva affermato che “non vi è stata alcuna prova che abbia fornito vantaggi al sodalizio”. Anzi c’è stata evidenza del contrario, stando alla sentenza di primo grado che ricalca quanto sostento dal difensore dell’imputato, l’avvocato Fabio Di Bello (nella foto accanto). Il penalista nella sua arringa aveva fatto riferimento al caso dell’ex ministro della Dc, Calogero Mannino, non solo indagato ma anche arrestato il 13 febbraio 1995 con accuse identiche a quelle mosse nei confronti del brindisino, poi cancellate dalla Corte di Cassazione.

I giudici del Tribunale avevano scritto: “Può ritenersi processualmente acquisito che Oggiano nell'ambito della sua attività politico-elettorale si sia avvalso dell’ausilio del gruppo “Brandi” che gli assicurava protezione e voti; che di tale protezione Oggiano abbia usufruito anche al di fuori della sua attività strettamente politica, anche in virtù di un pregresso rapporto di conoscenza che legava il padre, alla figura di Raffaele e di Giovanni Brandi, personaggi il cui spessore criminale gli era certamente noto”.

 “Tuttavia  - si legge ancora nella sentenza appellata dalla Procura - alla luce dei principi giurisprudenziali sopra richiamati, tali circostanze non appaiono sufficienti a configurare la penale responsabilità del medesimo imputato per i reati ascritti, in assenza di ulteriori evidenze processuali che dimostrino l'esistenza di una effettiva contropartita offerta dal politico in favore dell’associazione che non può essere per ciò solo presunta”, hanno rimarcato i componenti del collegio giudicante. La conclusione:  “Non vi è prova, infatti, che Oggiano abbia a sua volta offerto specifici vantaggi al gruppo che lo sosteneva”. Oggiano per rispettare i tempi del processo aveva rinunciato alla candidatura alle ultime amministrative, ribandendo la propria fiducia nella giustizia, anche dopo essere stato inserito nella lista degli impresentabili di Rosy Bindi.

La droga e il ruolo contestato ai fratelli semaforo

Quanto alla posizione dei fratelli albanesi Lekli, ricordati a Brindisi come i semafori umani perché per anni hanno regolato il traffico lungo il canale Patri, la Corte ha rideterminato la pena, dopo averli assolti dal capo di imputazione relativo al narcotraffico: otto anni più 30mila euro. La stessa pena è stata inflitta nei confronti di Antonio Lococciolo e di Gianfranco Contestabile, quest'ultimo difeso dall'avvocato Ladislao Massari. Per i fratelli Lekli, gli avvocati Raffaele Missere (foto in basso) e Giuseppe Terragno, avevano chiesto e ottenuto una parziale rinnovazione dibattimentale ritenendo determinanti nuove intercettazioni ambientali e telefoniche. Stessa richiesta per Lococciolo di fronte a conversazioni rimaste fuori dal processo definito dal Tribunale di Brindisi.

L'avvocato Raffaele MissereSi trattava di telefonate sia in italiano che in albanese, sulle quali ha relazionato Luigina Quarta a cui ha conferito incarico la Corte, mentre la difesa ha chiesto la consulenza di Maico Turso sostenendo che l’oggetto dei dialoghi non fosse la droga, come sostenuto dalla Procura, ma porte blindate e materiale di carpenteria utile per l’attività che i fratelli Lekli rilevarono in Albania investendo i ricavi dell’attività di “semafori umani” svolta lungo il canale Patri dal 1990 al 2003. Lavoro che portò entrambi a ottenere la cittadinanza onoraria di Brindisi. Avrebbero rilevato un distributore di benzina per due milioni di vecchie lire, un albergo con undici stanze più un bar e infine avrebbero avviato una società per la commercializzazione di porte blindate, chiamata “Marisa”, dalle iniziali del nome dei figli di entrambi.

La latitanza

I due Lekli sono latitanti dal 4 luglio 2011, ultimo giorno in cui risulta la loro firma sul registro della Questura, due settimane prima della sentenza di condanna in primo grado a 16 anni di reclusione per traffico di droga, escludendo il ruolo di capi e promotori. Poi il nulla, come se fossero stati inghiottiti sino a sparire. La Procura aveva impugnato per chiedere la condanna a 27 anni per Arben Lekli e 24 per l’altro. Lococciolo in primo grado era stato  condannato a 14 anni, il pm chiedeva la condanna a 26 anni.

I fratelli Brandi e l’accusa di associazione mafiosa

BRANDI Giuseppe Raffaele, classe 1955-2Nei confronti dei fratelli fratelli Giovanni e Raffaele Brandi (nella foto al lato), difesi dagli avvocati Gianvito Lillo e Ladislao Massari, il Tribunale aveva riconosciuto l’accusa di essere stati alla testa di un gruppo di stampo mafioso per sette anni, a far data dal 2000, nel solco della vecchia Sacra Corona Unita. La Corte ha “dichiarato di non doversi procedere nei confronti di Giovanni Francesco Brandi in relazione a due capi di imputazione perché estinti per prescrizione” e ha eliminato il relativo aumento per la continuazione, così residuando a suo carico la pena di 12 anni e otto mesi di reclusione.

Estinto per prescrizione anche un capo di imputazione contestato a Raffaele Giuseppe Brandi, con riduzione della pena a 15 anni e sei mesi.  In primo grado era stato condannato a 16 anni e sei mesi, il pm chiedeva 19 anni. Il fratello era stato condannato a 13 anni e otto mesi: il pm chiedeva venti anni di reclusione. In entrambi i casi la Procura riteneva che la “pena non appariva proporzionata al ruolo rivestito nella consorteria mafiosa capeggiata dal fratello nonché dalla vastità degli interessi perseguiti”. Basti pensare – si legge nel ricorso della Procura– “all’interessamento manifestato e attuato al momento dell’apertura del cantiere dove doveva sorgere il complesso commerciale Carrefour o alla capacità di ricorrere alla violenza per piegare la volontà di altri illeciti concorrenti nella gestione delle estorsioni”.

L’incendio dell’auto dell’avvocato Cosimo Pagliara

 “Alcuni episodi sono gravi come l’incendio all’auto dell’avvocato Cosimo Pagliara”, sosteneva la Procura. Pagliara era il presidente della Multiservizi: le fiamme sarebbero state il frutto di una “vendetta” per il licenziamento del più giovane dei fratelli Brandi, seguito all’arresto in flagranza per il furto di una vettura. L’incendio risale al 6 dicembre 2006.

Giuseppe GerardiPagliara è parte civile e la Corte ha confermato le statuizioni in suo favore, a carico di Giovanni Francesco Brandi e di Gerardi Giuseppe (foto accanto). Nei confronti di quest’ultimo, difeso dall'avvocato Ladislao Massari (foto in basso), il collegio salentino ha pronunciato assoluzione rispetto all'estorsione ai danni della Icost aderendo alla tesi del penalista e ha dichiarato un’altra contestazione estinta per prescrizione, riducendo la pena iniziale a 12 anni più 34mila euro di multa.

In primo grado era stato condannato a 16 anni, il pm ne chiedeva 20, tenuto conto del  “numero impressionante di reati, molti dei quali confessati a dibattimento praticamente terminato, indicativi di uno spessore criminale non comune, sebbene sorretto da un’arroganza molto spesso primitiva, basti pensare che tutte le accortezze approntate dai correi, nulla hanno potuto contro le chiare, limpide ed evidenti ammissioni e coinvolgimenti di terzi effettuate da Gerardi all’interno dell’auto oggetto di intercettazione”.

L’attentato ai silos della Peritas

L'avvocato Ladislao Massari-2La condanna di Gerardi si riferisce anche all’attentato ai danni dei silos della società Peritas dell’imprenditore Ferrero Cafaro, il quale non si è costituito parte civile: i serbatoi dello stabilimento furono presi di mira  da quattordici colpi di Kalashnikov, azione anche questa di natura intimidatoria per ottenere la guardiania, posta in essere la sera del 31 dicembre 2006. Le intercettazioni ascoltate nell’auto di Gerardi, una Renault, permisero anche di ascoltare le fasi della preparazione dell’esecuzione dell’attentato incendiario dell’auto di Pagliara.Confermata dalla Corte d’Appello di Lecce la sentenza e quindi la condanna nei confronti di Roberto Brigida, previa riqualificazione del reato in ricettazione, e Vito Ingrosso. Infine, non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Florenzo Borselli.

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