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Cronaca

Manina: generosa scheggia impazzita piena di talento

BRINDISI - Chi era Manina? Uno che una volta la mano gli rimase schiacciata sotto la telecamera, e gli diventò grossa così. E in redazione, a Telerama, tutti giù a ridere, naturalmente anche lui che c’aveva le lacrime agli occhi dal dolore. Da allora sarebbe stato Manina per tutti, tranne che per mamma e papà, gli unici che avrebbero conservato l’abitudine un poco strana di chiamarlo Marco. E la sorellina, di tanti anni più piccola di lui, per la quale era un mito. Adorazione di cui non si capacitava lui stesso: “Io sono quello brutto in famiglia, ma lei è troppo bedda, e guai a chi me la tocca”. Un giovane Holden con l’accento salentino, e l’aria troppo tenera per essere maudit.

BRINDISI - Chi era Manina? Uno che una volta la mano gli rimase schiacciata sotto la telecamera, e gli diventò grossa così. E in redazione, a Telerama, tutti giù a ridere, naturalmente anche lui che c'aveva le lacrime agli occhi dal dolore. Da allora sarebbe stato Manina per tutti, tranne che per mamma e papà, gli unici che avrebbero conservato l'abitudine un poco strana di chiamarlo Marco. E la sorellina, di tanti anni più piccola di lui, per la quale era un mito. Adorazione di cui non si capacitava lui stesso: "Io sono quello brutto in famiglia, ma lei è troppo bedda, e guai a chi me la tocca". Un giovane Holden con l'accento salentino, e l'aria troppo tenera per essere maudit.

Un ragazzino di quasi trent'anni, che gliene avresti dati a mala pena venti. Una scheggia impazzita, sempre in ritardo, sempre di fretta, sempre di corsa telecamera in spalla. Un affare più grande di lui, che era uno scricciolo, un fardello che si portava addosso con leggerezza impossibile. Quella telecamera gigantesca era l'unica cosa alla quale riservava un'attenzione, una cura maniacali. Lui che spingeva sull'acceleratore come se la vita, quella no, non fosse un affare serio abbastanza.

Un fagotto di panni buttati addosso alla rinfusa, raccolti per caso al mattino a occhi mezzo chiusi. Sempre troppo larghi, "macchisenefrega".

Uno che quando c'era in agenda la conferenza stampa col sindaco, arrivava con la camicia a quadretti quasi nuova, quasi stirata, con un buco piccolo piccolo così "ma è qua sotto e non si vede", indicava col dito e se la rideva, con gli occhi enormi e neri nel faccino smunto. Il cameraman più pallido della terra, che pure d'estate "a me il sole mi schifa". Uno che lavorava una quantità impressionante di ore al giorno, senza battere ciglio. Tutto fretta e precarietà.

Che faceva la spola, anche due volte al giorno se era necessario, fra Brindisi, l'appartamento dei suoi al rione Santa Chiara, e Surbo, dove viveva da solo, da un pezzo. O con la fidanzata. Uno che bisognava a tutti i costi arrivare in tempo e montare il servizio per il telegiornale, anche se in redazione entravi con gli occhi di fuori, con tutto quel correre. Uno che, un giorno sì e l'altro pure, si beccava una multa per divieto di sosta, "e adesso chi glielo dice a papà?".

Uno col cuore da sindacalista. Precario con la schiena dritta che si faceva voler bene pure dai datori di lavoro, che non chiedeva mai troppo, chiedeva solo il giusto, per sé e per gli altri. Uno che, coi colleghi, la sigaretta a metà, la coca cola a metà. Uno che "Ti va? Me lo ha preparato mia madre", e non ti dava il tempo di rispondere perché aveva già diviso il suo panino, a metà. Fra i pochi che con voce incoraggiante di fronte alla cronista inesperta di "spicheraggi" e vattelappesca, "non ti preoccupare", diceva, e ricominciava daccapo a registrare, mille volte.

Uno che i colleghi maschi erano tutti "compà", pacca sulla spalla e accento cameratesco. Mentre fra le giornaliste distingueva, di netto, fra quelle bone e quelle in gamba. Le amiche, immancabilmente, se le sceglieva fra le seconde, ma gentile lo era con tutte, queste e quelle. E che però, quando gli toccava "microfonare" qualcuna di quelle particolarmente procaci, "Beh - confessava -, ho proprio sudato freddo!".

Manina era uno di quelli che l'abito, proprio no, non fa il monaco. Che si muoveva disinvolto nel mondo dorato del jet set, nel quale in tanti anni di lavoro s'era imbattuto più di qualche volta, senza farsi troppo impressionare da dive e divi, personaggi del momento. Ma sgranava gli occhi, attenti e intelligenti, quando c'era intorno odore d'inchiesta.

Il giornalista di turno non aveva bisogno di dirgli alcunché. Faceva finta di tenere la telecamera spenta, e invece ti strizzava l'occhio per farti capire che stava registrando tutto, con l'aria innocente, insospettabile. Uno dei pochi che "l'inchiesta, questo è il lavoro che mi piace, così mi diverto, sennò che senso c'ha?". Uno dei cameraman più contesi dai cronisti, di quelli con cui non c'era bisogno di troppe indicazioni, troppe parole, troppe raccomandazioni. Che c'aveva il gusto dell'inquadratura e conosceva l'arte della regia e del montaggio, tocco di classe compreso: alla fine ti cuciva addosso la colonna sonora, pescando dal fondo inesauribile della passione per la musica, e ti chiamava per mostrarti il servizio, con aria a mezzo fra compiaciuta e scanzonata, come sempre.

La stessa con la quale si portava addosso un talento chiaro a tutti tranne che, forse, a se stesso. Con l'aria inconsapevolmente saggia di chi eternamente sa non di non sapere. Col dubbio stampato sulla faccia, incerto sul segno di confine Bene-Male. Che si risparmiava i giudizi sulle vite altrui e che, volentieri, faceva a meno dei giudizi sulla sua, di vita. Come chi sa di avere sempre un'altra cosa da imparare, da chiunque.

Guardava ammirato i reportage del fotografo brindisino Pierpaolo Cito, "che figata", diceva. Qualche volta ti mostrava le sue, di foto, pudico. "Davvero ti piacciono? Scegline una, te la regalo". Non era facile, erano belle davvero. Fra le altre un paesaggio metropolitano, notturno. L'insegna luminosa di una multinazionale del petrolio, stelle di luminarie accese e la bava di luce incandescente di un'auto in corsa, inghiottita dal buio. Su quella, ci avresti giurato, c'era la firma: Marco Semeraro, per gli amici Manina.

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