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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Cronaca

Marijuana coltivata alle spalle del santuario di Jaddico: 18 imputati

Dopo gli arresti dello scorso febbraio giudizio in abbreviato, altra droga importata dall’Albania e dalla Sicilia. Intercettate 98 utenze telefoniche, per la vendita sino a mille euro al chilo

BRINDISI – Sino all’estate dello scorso anno c’erano piante di marijuana coltivate alle porte di Brindisi, alle spalle del santuario di Jaddico, usando lampade con il timer per accelerarne la crescita. Produzione a chilometri zero, secondo l’accusa che la Procura di Brindisi ha confermato ottenendo il processo per 16 brindisini e due cittadini albanesi, dopo il blitz dello scorso 7 febbraio.

Gli imputati

MARGHERITO Walter, classe 1979-2Tutti gli imputati hanno optato per il giudizio con rito abbreviato: Walter Margherito, 38 anni, di Brindisi (nella foto); Paolo Chiarella, 53, di Brindisi; Luka Beqiraj, 31, nato in Albania; Carlo Cofano, nato in Svizzera ma residente a Fasano, 37; Cosimo Contestabile, 47, di Brindisi; Luigi Conversano, 34, di Fasano; Armando Corsa, 45, di Brindisi; Francesco D’Urso, 38, di Brindisi; Antonio Roberto Ferlito, 43, di Catania; Roberto Ferlito, 42, di Catania (sono cugini); Gjergji Kokoshari, 38, nato in Albania; Giuseppe Lorè, 46, di Brindisi; Italo Lorè, 43, di Brindisi (sono fratelli); Onofrio Margaritondo, 42, di Fasano; Roberto Nigro, 51, di San Vito dei Normanni; Giovanni Rizzato, 50, di Brindisi; Antonio Signore, 48 anni, di Brindisi; Pietro Vergaro, 28, di Torre Santa Susanna.

Il processo è stato incardinato dinanzi al gup Vittorio Testi del Tribunale di Brindisi. Entro dicembre è prevista la discussione, quindi la sentenza, al netto della riduzione di un terzo della pena.

Gli imputati sono accusati, a vario titolo dei reati di “detenzione e cessione in concorso di sostanze stupefacenti e ricettazione, tentata estorsione, rapina, nonché detenzione e porto abusivi di armi da fuoco”. Con queste accuse lo scorso  7 febbraio, furono arrestati dai carabinieri, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Stefania De Angelis, su richiesta del pm Valeria Farina Valaori: Paolo Chiarella,  Carlo Cofano,   fratelli Italo e Giuseppe Loré, i cugini Roberto e Antonio Ferlito, Armando Corsa, Francesco D'Urso,  Giovanni Rizzato,  Antonio Signorile,  Pietro Vergaro, Walter Margherito, Onofrio Margaritondo  e Roberto Nigro. Gli altri sei rimasero a piede libero.  

La coltivazione di marijuana

CHIARELLA Paolo, classe 1965-2Fonti di prova sono una serie di intercettazioni risultato dell’ascolto di una serie di conversazioni: 98, stando agli atti dell’inchiesta, sono le utenze telefoniche monitorate nel periodo compreso tra febbraio e agosto 2017. Ascoltando alcune delle telefonate e “leggendo” una serie di messaggi, i militari hanno scoperto una coltivazione di marijuana: 50 piante che, secondo l’accusa, sarebbero state affidate a Margherito e Chiarella” (quest'ultimo nella foto accanto). In particolare, come contestato nei capi di imputazione, Margherito avrebbe avuto contatti con un “non meglio precisato uomo di nazionalità albanese, al quale ammetteva in maniera esplicita di aver fatto 50 piante” usando la lampada, nell’arco di due mesi.

Il prezzo di vendita della droga e il timer

La conversazione ritenuta di rilievo è quella del 7 marzo 2017, quando Margherito chiede anche i prezzi di vendita, ipotizzando importi che vanno da 700 sino a mille euro al chilogrammo.

In un’altra conversazione intercettazione, sempre secondo la lettura dell’accusa, emergeva che “Chiarella si occupava di innaffiare le piante e si intuiva che per accelerarne la crescita, aveva installato delle lampade con un timer che regolava la loro accensione e il loro spegnimento”.

L’inchiesta dei carabinieri

MARGARITONDO Onofrio, classe 1976-2Le indagini presero il via  dalla scoperta di 2.500 euro a casa di un brindisino, al quale i carabinieri dovevano notificare un atto. In quella circostanza venne trovato un albanese, al quale sarebbe stata riconducibile una modica quantità di marijuana. Per giustificare quella somma, l’albanese disse di essere arrivato a Brindisi per acquistare delle auto. La “ricostruzione venne confermata da Spagnolo e da Margherito”. I due, in un secondo momento, avrebbero riferito di essere “intermediari in una trattativa che avrebbe portato gli albanesi ad acquistare una imbarcazione”. Secondo il pm, “l’assenza di qualsivoglia prova dell’acquisto di auto, la somma trovata e la pretestuosità delle giustificazioni, lasciano ragionevolmente ipotizzare che su trattasse di approvvigionamento di droga”.

Il sospetto del furto e le minacce di morte

Le prime intercettazioni hanno permesso di ricostruire il litigio tra alcuni degli attuali imputati, dopo il sequestro di un ingente carico di droga, perché un brindisino veniva considerato autore di un vero e proprio furto di sostanza stupefacente, dal momento che mancavano all’appello circa 600 chili di droga.

“Il sospetto era stato palesato da Margherito nei confronti di Margaritondo (nella foto in alto)”: “Io che faccio? Non è che vado a rubare a casa dei miei amici”, si lelle nella trascrizione della conversazione riportata nel provvedimento di custodia cautelare, come grave indizio di colpevolezza. “Nei confronti di Margaritondo, Margherito non risparmiava minacce di morte, esternate anche nei confronti di Mario Schiavone”.

“E’ normale che io vengo e ti ammazzo, subito subito io andavo già da Mario, e bum, bum, bum, Mario ciao”. Parole di Margherito dette al telefono. La ragione del rancore, secondo la lettura data dall’accusa, sarebbe da mettere in relazione all’intervento dei carabinieri del Norm di Fasano il 16 marzo 2017, dopo aver ricevuto la segnalazione di un accesso irregolare in uno stabilimento balneare di Savelletri. In quella circostanza venne abbandonato un “Fiat ducato e passeggero e conducente, avendo evidentemente timore di subire un controllo, abbandonarono il mezzo e fuggirono a piedi lungo le campagne vicine”.

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I militari in quella circostanza riconobbero Margaritondo “in virtù delle fattezze fisiche e del timbro vocale e parzialmente dal volto per un breve frangente”. Oltre al Ducato venne sequestrato un gommone, marca Lomac di otto metri, rivenuto ormeggiato al porticciolo turistico di Torre Canne.

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