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“Tranelli usando la ragazza: mi hanno puntato il Kalashnikov in testa”

Secondo l’accusa, Borromeo avrebbe costretto una brindisina a telefonare a Lagatta per invitarlo presso l’abitazione di Truppi per tendergli un agguato. Nessuno ha denunciato il ferimento, ricostruito dalle intercettazioni. Indagini sui complici

BRINDISI – “Mi hanno puntato quello, il Kalashnikov in testa e mi hanno portato con loro. Io ora sto con le stampelle. Quelli fanno i tranelli e le sceneggiate pure davanti alle femmine, vogliono sparare”.

La spregiudicatezza degli indagati sottolineata dal gip

BORROMEO Antonio, classe 1993-2Dalla successione temporale delle sparatorie, in aggiunta agli attentati incendiari, episodi avvenuti a Brindisi da settembre a novembre 2017, e dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, è emerso il ritratto degli indagati arrestati nell’inchiesta sulla guerra di mala, finiti in carcere nel blitz Alto Impatto bis dei carabinieri. Lo ha tracciato il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Vittorio Testi, partendo dalla prospettazione del pubblico ministero Simona Rizzo: “Gli indagati hanno dimostrato spregiudicatezza nell’eseguire atti di intimidazione, anche mediante l’uso di armi da guerra e comuni da sparo”, si legge nel provvedimento di arresto nella parte dedicata alle esigenze cautelari, ravvisate  nel pericolo di reiterazione dei reati.

Dovevano essere fermati. E sono finiti in carcere: Antonio Borromeo, già detenuto a Lecce, al quale sono stati contestati altri episodio come il ferimento di Damiano Truppi considerato vicino ad Antonio Lagatta, ristretto anche lui, a capo di un gruppo in contrapposizione con l’altro. In carcere, come ragazzi della prima fazione, anche: Antimo Libardo, considerato la mente, Lorenzo Russo e Tiziano Marra. Del gruppo opposto avrebbero fatto parte: Michael Maggi, Claudio Rillo, Alessio Giglio e Diego Pupino.

Il ferimento e le minacce

Il ferimento di Damiano Truppi, mai denunciato, è stato ricostruito dai carabinieri, secondo i quali Borromeo avrebbe agito “in concorso con altri”. Altri brindisini, nei cui confronti i militari stanno raccogliendo gli ultimi riscontri prima di trasmettere una nuova informativa di reato all’attenzione del pm titolare del fascicolo d’inchiesta Il gruppo avrebbe usato un’arma da guerra, tipo Kalashnikov e una pistola calibro 9 per minacciare Truppi”. Quest’ultimo, il 2 novembre scorso, è stato effettivamente ferito da tre colpi di arma da fuoco, ai piedi, riportando una prognosi di 15 giorni, stando al referto dei medici del pronto soccorso dell’ospedale Perrino.

Il tranello e la telefonata dell’amica

LAGATTA Antonio, classe 1995-2Truppi però non ha mai riferito l'accaduto ai carabinieri, né tanto meno avrebbe detto la verità una sua amica, l’una e l’altro indagati con l’accusa di falsa testimonianza. La verità, invece, è emersa dall’ascolto delle conversazioni intercorse fra Truppi e suoi amici. Borromeo la sera del 2 novembre – secondo l’accusa – avrebbe avvicinato la ragazza e la "costringeva a contattare con il proprio telefono cellulare Antonio Lagatta", per invitarlo con una scusa a raggiungerla presso l’abitazione di Damiano Truppi, al fine di tendergli un agguato. Lagatta si insospettì, essendo consapevole dei rischi connessi alla “faida” che in quel periodo era in corso tra il suo gruppo e quello di Borromeo. Per questo motivo, contattò subito Truppi invitandolo a non rientrare a casa, a nascondersi da qualche parte e a non farsi ingannare dalle telefonate. Neppure da quelle della sua amica.  Claudio Rillo avrebbe contattato poco dopo, usando il telefono di Lagatta, la ragazza per rassicurarsi sul fatto che fosse sola. Lagatta, a sua volta, richiamò Truppi e non ottenendo risposta capì che era “caduto nell’agguato ordito dai componenti del clan rivale”. A quel punto avvisò Pupino e gli disse di restare a casa.

Il racconto al telefono

Stando a quanto accertato, quella sera alle 22,21 Truppi venne sorpreso sotto casa sua da Borromeo assieme ad altri e fu costretto  a salire su una Fiat 500 sotto la minaccia di un Kalashnikov. Poco dopo si recò in ospedale. Tre giorni dopo, Truppi parlò con un familiare al telefono: “Tre colpi sono, uno si è bloccato sotto il tallone, per la scarpa, altrimenti sarebbe uscito pure quello”, disse. “In auto davanti alle femmine che quelle stanno ancora piangendo”. Quindi la conferma dell’arma in uso al gruppo di Borromeo: “Un Kalashnikov in testa mi hanno puntato”. E il parente: “Tanto adesso ci pensano gli amici”. Poteva andare peggio. La guerra di mala a Brindisi avrebbe potuto un epilogo tragico se non fossero intervenuti i carabinieri del comando provinciale di Brindisi.

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