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Cronaca Mesagne

Morì di Aids dopo trasfusione, risarcimento di 700mila euro

BRINDISI – Una trasfusione con sangue infetto portò alla morte di una donna di Brindisi. I suoi familiari ora saranno risarciti con settecentomila euro. La Corte di appello di Lecce, sezione civile, ha confermato la sentenza di primo grado emessa dal giudice civile di Brindisi al quale i congiunti della poveretta si sono rivolti. A risarcire saranno il Ministero della Sanità e l’Azienda sanitaria brindisina, chiamati in causa dal marito e dalle figlie.

BRINDISI - Una trasfusione con sangue infetto portò alla morte di una donna di Brindisi. I suoi familiari ora saranno risarciti con settecentomila euro. La Corte di Appello di Lecce, sezione civile, ha confermato la sentenza di primo grado emessa dal giudice civile di Brindisi al quale i congiunti della poveretta si sono rivolti. A risarcire saranno il Ministero della Sanità e l'Azienda sanitaria brindisina, chiamati in causa dal marito e dalle figlie.

Una battaglia legale durata dodici anni che anche in secondo grado ha riconosciuto l'obbligo del risarcimento da parte dell'ente sanitario per una trasfusione finita male. E' il 1986. La donna ha ventisette anni ed è in attesa di una bimba. Per il parto si ricovera nell'ospedale di Mesagne "Camillo de' Lellis" dove lavora il suo ginecologo di fiducia che l'ha seguita nel corso della gravidanza. E' la prima.

Si presentano delle complicazioni durante il parto e si rende necessario il ricorso a due trasfusioni del sangue. Due sacche. Nasce la bimba che ora ha 14 anni. Per la madre però la vita cambia totalmente. Scopre di avere contratto il virus dell'Aids. Cerca in tutti i modi di combattere la malattia, ma inutilmente. Muore nel 1993 a 34 anni. Per fortuna la sua prima bimba non ha contratto il virus Hiv. E nemmeno la seconda bimba nata durante la malattia.

Dodici anni fa inizia la battaglia legale. I familiari si affidano all'avvocato Daniela D'Amuri che ricorre in sede civile per ottenere il risarcimento del danno. Il giudice dispone l'acquisizione della cartella clinica. Viene accertato che la partoriente è stata sottoposto a due trasfusioni di sangue con due sacche differenti. Della prima sacca si conosce l'origine: il donatore è sano e il sangue è compatibile con la persona che lo riceve.

Il mistero riguarda la seconda sacca che era priva di cartellino identificativo. "Nessuno è stato in grado di stabilire chi fosse il donatore - ha sostenuto nel corso dei due giudizi l'avv. Daniela D'Amuri - e nessuno ha saputo fornire spiegazioni su come quel sangue fosse arrivato nell'ospedale".

Per il giudice non c'è stato dubbio. La partoriente aveva contratto il virus attraverso quella trasfusione e la morte ne è stata una conseguenza. Ed ha riconosciuto agli eredi il diritto ad essere risarciti. Condannando l'Azienda sanitaria e il ministero della Sanità al pagamento di settecentomila euro.

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