menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
L'ospedale di Manduria in cui è avvenuto il decesso della donna brindisina

L'ospedale di Manduria in cui è avvenuto il decesso della donna brindisina

“Morta 24 ore dopo il secondo ricovero”: marito e figlia chiedono l’autopsia

Denuncia dei familiari di una brindisina residente a San Pancrazio: il decesso nell'ospedale di Manduria, al Perrino non c'era posto. "Ci hanno detto che si trattava di un'influenza, dal certificato tre cause: occlusione intestinale ma non è stata sottoposta a intervento, insufficienza renale e shock cardiogeno"

BRINDISI – “E’ morta in ospedale, 24 ore dopo il ricovero, senza che nessuno dei medici sia stato in grado di capire a cosa fossero dovuti quei dolori lancinanti: prima ci hanno rimproverato perché sostenevano che si trattasse di un’influenza, mentre nel certificato risultano tre cause distinte, occlusione intestinale ma non è stata sottoposta a intervento, insufficienza renale e shock cardiogeno”.

AVV FRANCESCO MONOPOLI-3La denuncia è del marito e della figlia di una brindisina, spirata nell’ospedale di Manduria il 4 maggio scorso: hanno chiesto la riesumazione della salma della donna che il 15 settembre avrebbe compiuto 64 anni, ritengono che solo l’autopsia possa dare rispondere alle domande, ai dubbi che da quel giorno si rincorrono perché  sino alla primavera scorsa, non aveva mai sofferto di patologie particolari, al punto da rendere necessario un ricovero. Poi il “finimondo”. La tragedia, senza un perché. E la domanda che non dà pace: “Se fosse stata operata, sarebbe ancora viva?”.

Quell’interrogativo che alimenta la richiesta di risposte e di giustizia è stato consegnato all’avvocato Francesco Monopoli del Foro di Brindisi (foto accanto), il quale ha sporto denuncia ai carabinieri lo scorso 3 ottobre, per omicidio colposo, chiedendo alla Procura il disseppellimento della salma e il sequestro delle cartelle cliniche della donna. Marito e figlia hanno gli occhi gonfi di lacrime.

L’avvocato ha ripercorso gli ultimi giorni di vita della donna, partendo dalla notte del 18 aprile scorso, quando la viene ricoverata all’ospedale Marianna Giannuzzi di Manduria, non essendoci posti disponibili al Perrino di Brindisi, una prima volta: flebo e consulenze di tipo cardiologico, diatebologico e nefrologico, per arrivare al primo referto dei medici, secondo i quali la probabile causa dei sintomi accusati era riconducibile all’assunzione di un farmaco per l’ipertensione e il diabete.

Dieci giorni dopo il ricorso, la situazione sembra essersi normalizzata, tanto che la donna viene dimessa, ma la situazione di normalità, stando al racconto dei familiari, precipita a distanza di due giorni: forti dolori addominali e nella zona lombare della schiena, poi nausea e vomito. La sera del 3 maggio, secondo ricovero a Manduria: attorno a mezzanotte, un’ora dopo l’arrivo, la paziente viene sottoposta a una consulenza nefrologica e in tale contesto la figlia denuncia uno “spiacevole episodio” perché sarebbe stata rimproverata da un “medico del reparto” per aver portato la madre in ospedale per “una presunta sindrome influenzale”.

Subito dopo la decisione di sottoporre la donna ad esame con emogastroanalisi, ma non è possibile trovate le vene dei polsi, poi il prelievo dall’arteria femorale e a seguire flebo di bicardonato. Marito e figlia vengono invitati a tornare a casa, ma la mattina successiva quando ritornano “con stupore e rammarico” sostengono di aver trovato la donna su un lettino del pronto soccorso senza alcuna assistenza, con un secchio dell’immondizia accanto nel quale finiva tutto quel che rimetteva.

I familiari riferiscono anche loro legale di fiducia di aver chiesto i referti medici e di averli ottenuti in ritardo, dopo lamentele e solo alle 14 viene disposto il ricovero nel reparto di nefrologia: un rene è in blocco, si applica della glocosata, malgrado la donna soffrisse di diabete. Il vomito a quel punto cessa, riprende a idratarsi, diminuisce anche la pressione corporea. “Ma da quel momento accadeva il finimondo”, sostiene il penalista nella denuncia.

In serata, fra le 19,30-20, i medici riferiscono che la situazione si è aggravata: la morte, alle 23 del 4 maggio. Nessuno avrebbe spiegato le cause del decesso. Ci sarebbero state, inoltre, difficoltà nell’acquisire il certificato necroscopico perché l’ospedale di Manduria dichiarava la propria incompetenza al rilascio. La richiesta è stata poi avanzata all’ufficio igiene di San Pancrazio Salentino, ma niente, poi la decisione di rivolgersi al legale: l’avvocato Monopoli ha inoltrato una prima richiesta all’Asl di Taranto il 6 luglio, una seconda a quella di Brindisi il 4 agosto, per avere risposta solo il 9 settembre.

Tre cause alla base della tragedia: “occlusione intestinale, insufficienza renale acuta e schock ipovolemico cardiogeno”. Marito e figlia non si danno pace, non riescono a capire come sia stato possibile un aggravamento delle condizioni di salute in poche ore, dopo un miglioramento al punto che la struttura sanitaria aveva preparato la cena . Non c’è giorno da quel maledetto 4 maggio, in cui non chiedono cosa sia successo, e per fugare dubbi sull’operato dei medici hanno deciso di sporgere denuncia, anche perché continuano a sostenere che forse sarebbe stato necessario sottoporre la donna a un intervento chirurgico per far fronte alla presunta occlusione intestinale e prima ancora, ad analisi specifiche.

“Per quale motivo non è stato fatto nulla?”. L’interrogativo si ripete, marito e figlia della donna chiedono giustizia e aspettano risposte dalla Procura presso il Tribunale di Taranto.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

BrindisiReport è in caricamento