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Martedì, 18 Giugno 2024
Cronaca

Processo security porto: "Accuse infondate a artificiose". Il perché delle assoluzioni

Il gup Maurizio Saso demolisce il teorema accusatorio sostenuto dalla Procura nei confronti del presidente dell'Autorità di sistema portuale, Ugo Patroni Griffi, e di altri sette imputati: "Hanno dovuto attendere ben sei lunghi anni per vedere affermata la loro innocenza”

BRINDISI – Tutte le accuse si sono rivelate “infondate e artificiose”. Il gup del tribunale di Brindisi, Maurizio Saso, demolisce l'impianto accusatorio sostenuto dalla Procura contro gli otto imputati coinvolti nell’inchiesta sui presunti abusi edilizi riguardanti le opere di security nel porto di Brindisi.  La sentenza di assoluzione di tutti gli imputati, fra cui spiccano i nomi di Ugo Patroni Griffi, presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Adriatico Meridionale, e dell'euro deputata Maria Angela Danzì, ex sub commissaria del Comune di Brindisi, è stata emessa lo scorso aprile, al termine di un processo celebrato con rito abbreviato. Le motivazioni sono state depositate lo scorso 12 luglio. La lettura dei fatti del giudice è nettamente divergente, ma anche critica nei confronti delle tesi del pm, Raffaele Casto.

Oltre al presidente dell’Authority e alla Danzì, il gup assolse (perché i fatti non sussistono o perché i fatti non costituiscono reato): Francesco Di Leverano; Pierluigi Aloisi; Antonio Iaia; Teodoro Indini; Antonella Antonazzo, Aldo Tanzarella. Nei loro confronti il pm aveva chiesto condanne fino a un massimo di 5 anni e otto mesi di reclusione.

Il collegio difensivo è composto dagli avvocati: Giustina Giordano, Rosario Almiento, Mauro Masiello, Mario Guagliani, Anita Mangialetto, Luciano Marchianò, Carlo Enrico Paliero.

Le accuse 

L’ipotesi accusatoria si è “rivelata infondata sebbene sostenuta – rileva il gup – con il dispiegamento di tutti i mezzi d’indagine, dalle perquisizioni ai sequestri, dalle intercettazioni ai pedinamenti, all’acquisizione di sommarie informazioni e di una cospicua massa documentale”. Nei confronti di alcuni imputati era stata chiesta anche l’applicazione di misure restrittive personali, ma il gip ha rigettato tale istanza, con un provvedimento che ha retto fino alla Corte di Cassazione, passando dal Riesame. 

Secondo l’accusa, L’Adspmam avrebbe realizzato illecitamente alcune opere relative al completamento del circuito di security portuale. Le opere in questione, ultimate nel 2017, consistono nella realizzazione di una recinzione che delimita il perimetro (dalla stazione marittima fino alla banchina di Punta dell’Arco) dell’area portuale, con annessi impianti di videosorveglianza ed antintrusione, oltre a 17 varchi portuali costituiti da strutture in fabbricato leggero con tettoia attigua. 

“Secondo la pubblica accusa – scrive il gup – la conformità urbanistica delle opere suddette non risulterebbe affatto dimostrata”. L’Adspmam, sempre sulla base di quanto sostenuto dalla Procura, avrebbe infatti disapplicato il piano regolatore portuale (Prp) e violato le competenze regionali che prevedono l’approvazione dello strumento d’assetto del territorio in capo ad essa, d’intesa con il ministero dei Trasporti.

Ugo Patroni Griffi-7

La vicenda verte quindi intorno al Prp, che secondo l’accusa “rappresenterebbe – si legge nella sentenza – a tutti gli effetti uno strumento di pianificazione urbanistica alla cui stregua andrebbe valutata la conformità di ogni singolo intervento edilizio e le cui previsioni non possono contrastare con goi strumenti urbanisti vigenti”. Patroni Griffi inoltre, stando al teorema accusatorio, avrebbe indotto in errore l’allora commissario prefettizio del Comune di Brindisi, Santi Giuffré, affinché desse il via libera a un atto di conciliazione e transazione fra l’Authority e il Comune di Brindisi, con una delibera che pose fine a un lungo contenzioso riguardante la recinzione di via Del Mare. Tutto questo affinché la vicenda non approdasse al Tar, dove l’esito del procedimento non sarebbe stato scontato. 

"Errore di fondo sulla qualificazione giuridica del Prp"

Ma “l’errore di fondo che vizia l’accusa – scrive il gup – risiede nella qualificazione giuridica del piano regolatore portuale di Brindisi”. A detta dal giudice la questione era stata risolta dal Consiglio di Stato con sentenza del 28 dicembre 2020, in cui è chiarito che “i piani regolatori portuali, come quello del porto di Brindisi, approvati anteriormente alla legge n.84/94 (la legge istitutiva delle Autorità portuali, ndr) non hanno effetto di conformazione del territorio”. 

L'infondatezza delle accuse alla Danzì

Il giudice rileva l’infondatezza delle accuse rivolte agli imputati. L’ex sub commissaria Danzì, in particolare, stando alla tesi sostenuta dall’accusa, avrebbe assecondato i voleri del presidente dell’Adspmam, sollecitando l’accordo con l’amministrazione comunale sulla recinzione di via Del Mare, “in vista della propria candidatura all’incarico di segretario generale” dell’ente portuale. 

Ma secondo il gup “l’indimostrata accusa” circa tale desiderio "non coglie nel segno”, in quanto la “determinazione della dottoressa Danzì a risolvere la questione dell’estetica della recinzione si manifestò immediatamente dopo il suo arrivo a Brindisi il 5 e 6 giugno 2017, nei primi giorni in cui ella non conosceva nessuno dei protagonisti della vicenda per non averli mai incontrati nella sua vita, compresi Patroni Griffi e Giuffré, che invece erano stati nominati nei rispettivi ruoli poche decine di giorni prima”. “Quindi, l’immediata iniziativa del funzionario dello Stato per venire a capo del problema della recinzione devesi alla sua lodevole propensione alla risoluzione del contenzioso dell’ente nel pieno rispetto degli interessi pubblicistici rappresentanti e non ad altro, come indimostrato adombrato dal pm”. 

Il gup ricorda inoltre come “proprio in quei giorni in cui, da subito, assunse ‘l’atteggiamento dirigistico’ nei confronti della macchina burocratica comunale per cercare di risolvere la vicenda e per evitare ulteriori danni, anche giudiziari, al Comune di Brindisi non vi era alcuna procedura di selezione aperta per la carica di segretario generale dell’Adsp e, quindi, non poteva avere alcuna aspirazione in tal senso, visto che il segretario generale c’era già nella persona di Salvatore Giuffré”. Inoltre “non esiste agli atti – scrive ancora il gup – del presente procedimento una candidatura formale della dottoressa Danzì al posto di segretario generale di quell’ente, né esiste un atto a sua firma con cui trasmette lo stesso curriculum vitae chiedendo che venga valutato”.

E dunque “resta una mera congettura del pubblico ministero, nell’ottica del sospetto dietrologico che non ha diritto di cittadinanza nel processo penale, l’affermazione indimostrata e gratuita secondo la quale la Danzì ‘presentava il proprio curriculum vitae tra il 4 agosto del 2017 e l’11 gennaio' perché non c’è mai stata una richiesta formale, che non risulta, e non c’è quindi certezza neanche sulla data in cui questo curriculum sia finito tra le carte dell’Autorità portuale”.

"Accuse infondate e artificiose"

Nelle sue conclusioni, nel rimarcare “l’insussistenza di tutte le accuse, rivelatesi infondate e artificiose” il gup esprime delle considerazioni su alcune affermazioni del pm contenute in una memoria depositata in udienza, riguardanti: i lavori di security (“la più grandiosa manifestazione del senso d’impunità che pervade gli animi dei vertici, amministrativo e tecnico, dell’Autorità cui compete la gestione della zona portuale”); la posizione di Ugo Patroni Griffi (“Il presidente di quell’autorità, anziché collaborare con gli inquirenti al ripristino della legalità violata…attivò iniziative di denigrazione dell’operato degli inquirenti”); una “situazione di compromissione già nella soppressa Autorità portuale di Brindisi da fare agevolmente comprendere che tutto quel che era stato compiuto nell’apparente interesse pubblico al buon andamento delle attività portuali aveva avuto quale reale scopo quello dell’arricchimento personale di pochi e del consolidamento di un potere proprio di chi gestiva l’ente pubblico non economico…senza alcun rispetto per il pubblico bene”.

Ebbene secondo il giudice quelle del pm sono: “asserzioni gravissime e del tutto gratuite”; “affermazioni connotate da assoluta genericità, apoditticità ed assertività”. E poi il gup rileva come non esista in atti “alcun dato obiettivo che possa confortare e supportare siffatte assurde affermazioni inerenti l’arricchimento personale di pochi e la distribuzione di prebende per favorire persone compiacenti”. 

Il gup è caustico: “La dinamica che precede fa emergere, con indiscutibile evidenza, la totale infondatezza, oggettiva e soggettiva, delle imputazioni”. “Si deve purtroppo prendere atto – scrive Saso – che gli imputati hanno dovuto attendere ben sei lunghi anni per vedere affermata la loro innocenza”. “In questo processo – conclude il gup – non solo sono state ‘scelte’ persone da non imputare per gli stessi fatti addebitati ad altri, ma si è costruita un’accusa portando avanti, in modo ossessivo, una tesi giuridica sconfessata dai giudici amministrativi e, perfino, alterando la struttura di alcune imputazioni rispetto alla fisiologica e pacificamente riconosciuta configurazione”. 

A proposito di “artificiosità dell’accusa”, il gup fa notare come l’epoca di commissione della contravvenzioni relative agli interventi di trasformazione urbanistica sia anteriore rispetto alla nomina di Patroni Griffi alla presidenza dell’Authority “e solo l’artificio di valorizzare l’epoca del collaudo (palesemente irrilevante per la consumazione del reato la cui permanenza cessa al momento dell’ultimazione dei lavori) ha permesso l’arbitraria protrazione in avanti della data dei commessi, insussistenti, reati”. 

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