Venerdì, 22 Ottobre 2021
Cronaca

Il Wine festival rischia di diventare una sagra: servono più prodotti di qualità

ome tutti i grandi eventi, anche il Negroamaro Wine Festival crea divisioni e dà vita a giudizi a volte estremi, creando il partito dei favorevoli e quello degli iper-critici. A scanso di equivoci, va detto subito che il festival è, e dovrebbe restare, un patrimonio della città di Brindisi, ma è indubbio che, malgrado il consueto successo di presenze, qualcosa va migliorata, per evitare la deriva verso la sagra di paese

BRINDISI - Come tutti i grandi eventi, anche il Negroamaro Wine Festival crea divisioni e dà vita a giudizi a volte estremi, creando il partito dei favorevoli e quello degli iper-critici. A scanso di equivoci, va detto subito che il festival è, e dovrebbe restare, un patrimonio della città di Brindisi, ma è indubbio che, malgrado il consueto successo di presenze, qualcosa va migliorata, per evitare la deriva verso la sagra di paese.

Una deriva che è apparsa evidente nella dislocazione degli stand ma soprattutto nella selezione delle aziende espositrici del settore food. È andata invece abbastanza bene per il vino, ancor meglio per la birra (con la presenza di numerosi piccoli birrifici artigianali, alcuni meritevoli altri meno) e per la selezione musicale, che ha offerto ottimi concerti e tutti gratuiti. Poi, certo, ci sono e ci saranno sempre quelli che si lamentano per la musica a notte fonda (ma per cinque notti l’anno ci sembra un sacrificio che si può fare) e la scarsa igiene dovuta all’assenza di cestini e pulizie extra, per l’occupazione militare del centro cittadino e i disagi ai residenti. Sono tutti problemi esistenti e risolvibili. Ma la pecca principale del Negroamaro Wine Festival è, a nostro avviso, un’altra: appunto lo scivolamento verso la sagra di paese.

CANTINE ASSENTI. Tra le aziende vinicole pesavano quest’anno le assenze di importanti nomi del panorama vitivinicolo pugliese: Conti Zecca, pizzica negroamaro 2015-2Tormaresca, Cantele, Candido, Consorzio Produttori Vini di Manduria, Cantine San Marzano, Vigne & Vini, giusto per fare solo qualche riferimento a produttori salentini, non hanno partecipato all’evento. E si tratta di alcuni tra i più importanti imbottigliatori di Negroamaro. Completamente estranei al festival anche le cantine baresi e foggiane, da Torrevento ad Alberto Longo: dunque nessuna traccia del Primitivo di Gioia del Colle come del Nero di Troia e del Castel del Monte. Ma in questo caso, trattandosi appunto del Negroamaro Wine Festival, ci può stare.

GLI STAND. La dislocazione a casaccio delle aziende non va bene, crea confusione e costringe i visitatori a passare dalla puzza di fritto ai fumi dei fornelli nel giro di pochi centimetri. Servirebbero un po’ d’ordine e di logica. E per darseli non si deve inventare nulla, basta guardare al “Mercatino del Gusto” di Maglie, dove ci sono la piazza del vino, la via dell’olio, quella dei dolci, quella della gastronomia. Così si evita di mangiare un cannolo siciliano annusando il profumo di calamari e polpo.

L’OFFERTA. In molti si sono lamentati perché il NWF quest’anno assomigliava alla festa dei Santi Patroni. In effetti è così: troppi stand in stile bancarella di San Teodoro, una abbondanza di panini con salsiccia e perfino di torroni. Per carità, bisogna accontentare tutti i palati e le esigenze, ma i propositi con cui nacque l’evento erano ben altri. Un modo per elevare il livello qualitativo dell’offerta gastronomica ci sarebbe, ed è quello di coinvolgere i 19 presidi slow-food di Puglia o almeno i produttori delle eccellenze della nostra regione. In un festival come questo non dovrebbero mancare il biscotto di Ceglie Messapica come il fico mandorlato di Ceglie, il pomodoro Fiaschetto di Torre Guaceto come il capocollo di Martina Franca, il pane dell’Alta Murgia, gli agrumi e il caciocavallo podolico del Gargano, fino alla cipolla di Acquaviva. Ma si potrebbe andare oltre, arricchendo il NWF con una piazza delle cucine mediterranee, con degustazioni di paella, cous-cous, specialità greche, albanesi e balcaniche. Non serve nemmeno invitare comunità dall’estero: ce le abbiamo tutte in città e sarebbero ben liete di essere coinvolte.

NON SOLO SAPORI. L’altra grande pecca dell’evento è la totale assenza di iniziative per così dire “collaterali”. Si poteva organizzare un Premio per i migliori Negroamaro rossi e rosè, magari invitando giornalisti e blogger internazionali. Si potrebbero organizzare delle cooking-class con chef locali, delle degustazioni guidate o dei mini-corsi per aspiranti sommelier, la presentazione di libri di cucina e incontri con personaggi del settore (enologi, produttori, scrittori…). Insomma, ci sarebbe tanto da fare e ci sarebbero anche i fondi per farlo, visti i contributi ricevuti dagli enti pubblici e i soldi incassati grazie ai ticket. Ma serve soprattutto la volontà di fare un salto di qualità, per diventare l’evento enogastronomico più importante di Puglia non solo in termini di presenze. Lavoriamo in questa direzione, forti dell’ennesimo successo di questa edizione del festival e senza accogliere le critiche (almeno quelle costruttive) con risposte del tipo “portiamo l’evento a Lecce o a Bari”. Perché tanto a Lecce o a Bari gli organizzatori di eventi simili ci sono già, e non esistono amministratori locali così desiderosi di regalare soldi ai brindisini.

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