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L'odissea di un paziente oncologico in fin di vita: in giro per reparti alla ricerca di un letto

In una provincia dove si muore di cancro, dove la rete di assistenza sanitaria ha subito grosse trasformazioni proprio in funzione dei nuovi dati sui decessi per malattie tumorali, al Perrino di Brindisi per un malato oncologico in fase terminale non c’è un posto letto

BRINDISI – In una provincia dove si muore di cancro, dove la rete di assistenza sanitaria ha subito grosse trasformazioni proprio in funzione dei nuovi dati sui decessi per malattie tumorali, al Perrino di Brindisi per un malato oncologico in fase terminale non c’è un posto letto. Un malato troppo grave per cui non c’è cura, nel Brindisino, a quanto pare non ha diritto a morire in una struttura ospedaliera pubblica.

Nella mattinata di mercoledì 23 luglio, un paziente oncologico grave, è stato sballottolato da un reparto all'altro, da un piano all'altro, alla ricerca di un posto letto, un posto dove poter essere assistito in maniera dignitosa, “sicura”, dove i parenti potessero sentirsi in qualche modo “protetti” dalla presenza di personale esperto e specializzato, anche solo per alleviare le sofferenze del congiunto.

Il paziente in questione, affetto da una grave forma tumorale per cui non c’è più cura è giunto in condizioni critiche al Perrino di Brindisi con un’ambulanza del 118 in tarda mattinata. È stato subito preso in carico e sottoposto a Tac attraverso la quale è stato riscontrato un aggravamento delle condizioni.

Da lì poi il calvario. “Non c’è cura, il paziente deve tornare a casa ed essere assistito dalla cooperativa che per conto della Asl si occupa dell’assistenza domiciliare dei malati terminali”. Questo si sono sentiti dire i parenti. Deve tornare a casa perché non ci sono posti letto. Non c’era un posto per una persona in fin di vita a cui la vita non si può più salvare.

È questo il nuovo sistema sanitario brindisino. Un sistema di cui sono vittime anche gli stessi medici e infermieri che in alcuni casi, pur riconoscendo la gravità della situazione non possono fare altro che seguire le direttive. 

Dopo la Tac il paziente, e parliamo di un uomo sulla 70na divorato dalla malattia, debole e con decimi di febbre, è stato portato in Neurochirurgia, dove, però, una volta appurata la gravità della situazione è stato ricondotto al Pronto soccorso (da dove era giunto) perché in quel reparto non c’era posto. Ce lo hanno portato i figli, su consiglio di qualche medico “se aspettate che arrivi qualcuno a prenderlo facciamo notte, meglio se lo portate voi”.

Al Pronto soccorso è stato ribadito ciò che era stato già detto in precedenza: “Purtroppo deve tornare a casa e farsi assistere dall’Ant o da chi per loro, in ospedale non ci sono posti”. Un’alternativa proposta dalla famiglia è stata quella di ricoverare il paziente nel reparto di lungodegenza dell’ospedale Melli di San Pietro, le sue condizioni sono troppo gravi per essere gestite dai famigliari a casa o da infermieri e operatori "a ore".

Ma non si può accedere direttamente in Lungodegenza se prima non si viene ricoverati in qualche reparto del Perrino, in Lungodegenza si accede “per trasferimento”. E’ questa la procedura. Ma posti letto per ricoverare quel paziente non ce n’erano. Il medico del Pronto soccorso, quindi, ha chiesto la consulenza oncologica, nella speranza di trovare un posto.

Ma dal reparto di Oncologia hanno fatto sapere di non avere posti per quel paziente. Meglio un “Hospice”, ma nel Brindisino non ce ne sono. L’unico più vicino si trova a San Cesario di Lecce, ma è un’altra Asl e per accedervi bisogna compilare dei moduli e attendere l’approvazione della richiesta. Se si trattasse della stessa Asl il trasferimento sarebbe immediato. Ma non c’è.

A quel punto il paziente è stato riportato in Pronto soccorso dove è stato “tentato” un altro ricovero: questa volta in Geriatria, nella speranza che erano previste dimissioni nell’arco della giornata. Solo in questo caso sarebbe stato possibile trovare una collocazione al paziente oncologico in fin di vita.

Ma lì dopo interminabili minuti di attesa è stato riferito che è troppo giovane per la Geriatria, ha meno di 75 anni. Da lì è stato portato nel reparto di Medicina, sempre con la solita speranza delle dimissioni di qualche altro paziente. Dopo altri lunghi interminabili minuti, alle 15 del pomeriggio è spuntato il posto letto, nel reparto di Medicina. Perché le condizioni del paziente sono così gravi che non può morire a casa sua.

È questo ciò che oggi viene offerto dal Sistema sanitario pubblico a chi, purtroppo, non ha più speranze di vita. È questo il martirio che sono costretti a subire i familiari, già fortemente provati dalla malattia del loro congiunto, che sperano di trovare conforto nell’assistenza medica. 

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