"Non farò la fine di Mimmo Capellone"

“L’ordine è partito da quello che andai io, punto. Questa è la stessa cosa del Capellone, uguale, identica”. Parla Cosimo La Corte, ostunese di 33 anni, uno dei destinatari dell’ordinanza chiesta dalla Dda di Reggio Calabria, ed eseguita dai finanzieri del Gico a carico di 29 persone, 9 brindisini. Si riferisce a un omicidio irrisolto che ebbe luogo a Ostuni, nel novembre del 2007. Vittima Cosimo Semeraro, 36 anni, crivellato di colpi in campagna dopo essere stato picchiato selvaggiamente.

Vincenzo Zurlo

“L’ordine è partito da quello che andai io, punto. Questa è la stessa cosa del Capellone, uguale, identica”. Parla Cosimo La Corte, ostunese di 33 anni, uno dei destinatari dell’ordinanza chiesta dalla Dda di Reggio Calabria, ed eseguita dai finanzieri del Gico a carico di 29 persone, 9 brindisini. Si riferisce a un omicidio irrisolto che ebbe luogo a Ostuni, nel novembre del 2007. Vittima Cosimo Semeraro, 36 anni, crivellato di colpi in campagna dopo essere stato picchiato selvaggiamente.

E proprietario di una partita di droga, più di 2 chili di coca, che furono rinvenuti il giorno dopo in un garage di Carovigno su indicazione di un cugino della vittima, soprannominata “Mimmo Capellone”. Impolverato in un cassetto quell’episodio irrisolto torna d’attualità perché ne parlano i protagonisti dell’inchiesta calabrese che intreccia ‘ndrine a personaggi vicini alla Sacra corona unita brindisina. Pare proprio lo volessero fare fuori persone conosciute (“quello là”) perché aveva tentato di mettersi in proprio.

''Stanotte mi volevano sparare''. E' dalla preoccupata confidenza che fa al telefono proprio La Corte che spunta la nuova pista per spiegare quel delitto. Una pista che piuttosto che su un binario morto potrebbe condurre proprio lì, nella terra d’origine di quella stessa ‘Ndrangheta che ha messo le radici al Nord e che si stava ramificando anche in Puglia.

''Questa e' una storia perchè dice che la piazza non ve la potete prendere voi. Punto'', prosegue al telefono La Corte, parlando con Antonio Flore. Secondo gli inquirenti il rapporto tra i pugliesi e calabresi, finalizzato al traffico di sostanze stupefacenti, aveva suscitato ''delle fibrillazioni all'interno della criminalità organizzata locale (pugliese, ndr) tanto da indurre lo stesso La Corte a temere per la sua incolumità''.

Si fa riferimento infatti al precedente analogo di Capellone: in un garage di proprietà del 36enne ostunese, il giorno dopo il delitto, furono trovati 2.110 grammi di coca. Secondo quanto emerge anche dall'inchiesta calabrese 'Capellone' nel tentativo ''di smerciare cocaina sulla piazza pugliese, senza autorizzazione, veniva punito con la morte dalla locale criminalità organizzata''. “Antò, qua il problema è diventato solo mio” dice La Corte. “Perché là, pure qualcuno di voi mi ha venduto, perchè quelli quando sono venuti sapevano che quelli, stavano i calabresi, che quello è un affare mio, che qua stavano cinque chili di droga, gliene devo portare cinque di chili e poi mi devono uccidere”. E poi ancora “Non giochiamo con queste cose, perché sennò mo devo sparare anche a te oltre a quello là”.

Secondo il racconto, erano in dieci: “A me hanno provato a fare la pelle, stanotte mi volevano fumare”. Il parallelo con “Capellone” fa comprendere che qualcuno sa quello che forse gli investigatori non hanno mai accertato. Semeraro quella sera ritornava a casa da Taranto. Il cane aveva abbaiato come di solito accadeva quando fiutava l'arrivo del suo padrone e lei aveva aperto la porta dando un'occhiata fugace all'orologio. La compagna lo attendeva per le 21 in punto.

E Mimmo aveva corso a più non posso, di ritorno da Taranto al fianco di suo fratello, per rincasare a casa in tempo per non perdersi la fiction che era in programma quel terribile giovedì sera. Prima serata, il Capo dei capi, come dettagliatamente riportato dalla ventiquattrenne Rita Caroli ai carabinieri del reparto operativo del comando provinciale dell'Arma di Brindisi. Lo massacrarono. Poi gli bruciarono la Golf.

Per gli ostunesi che erano, per l’accusa, elementi di spicco dell’associazione finalizzata al traffico di cocaina, Capellone fu fatto fuori perché voleva mettersi in proprio. E fu fatto fuori da “amici” della Scu che non gradivano la sua “autonomia”. Così come non gradivano a quanto pare l’ingresso delle ‘ndrine nel mercato indigeno attraverso un altro gruppo organizzato, con al vertice Vincenzo Zurlo, 56 anni, personaggio molto conosciuto e vicino comunque agli ambienti della Sacra corona unita.

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Si erano messi perfino in testa, sei dei brindisini indagati e destinatari di un provvedimento di custodia, di scavalcare i calabresi. Ma non ci sono riusciti. A partire dal mese di dicembre 2010, infatti, l'imprenditore ostunese Antonio Flore, avrebbe cercato di avviare un rapporto di tipo commerciale con il Sud America, con l'intento di ''importare merce di diversa natura, a copertura delle partite di sostanza stupefacente''. ''Bisogna fare una ricerca su Wikipedia - si legge nelle intercettazioni - e vedere la Colombia e il Paraguay, quali sono le materie prime, le industrie, artigianato, tutte quelle cose là'''. Anche questo tipo di iniziativa autonoma, però, è destinata a fallire così come nel 2010 non va a buon fine la consegna da parte dei calabresi ai pugliesi di una partita di 5 chili di cocaina.

In serata si è appreso che per motivi di salute, Vincenzo Zurlo, 56 anni, colui il quale è ritenuto il finanziatore del gruppo, non è stato condotto in carcere perché i medici hanno ritenuto incompatibili le sue condizioni di salute perfino con il trasporto in cella. Zurlo, alias "Musc de vov", è tetraplegico. Era affetto da una grave disabilità anche durante le indagini, e ancor prima quando fu ritenuto soggetto attivo nel pilotare le aste giudiziarie.
Non può andare però in cella e ciò ha significato che resta un uomo libero. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere non è stata eseguita. Ne dovrà essere disposta un'altra, ai domiciliari. Secondo gli investigatori, nello stato di salute in cui versa, Zurlo non è in grado di scappare.

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