"Old Generation", Francesco Campana ascoltato dal gip in rogatoria

Il mesagnese è coinvolto nell'inchiesta, che svela le trame di potere e le recenti dinamiche interne alla Sacra corona Unita

BRINDISI – Anche Francesco Campana ieri (29 settembre) si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al gip di Milano. Il 47enne di Mesagne (difeso dall'avvocato Cosimo Lodeserto) è stato interrogato in rogatoria, poiché è detenuto nel carcere di Opera. Non è l'unico che ha fatto scena muta tra i 13 indagati nell'ambito dell'operazione “Old Generation”, che si è conclusa con il blitz di venerdì 25 settembre. Altri personaggi coinvolti hanno preferito rimanere in silenzio lunedì 28 settembre davanti alle domande del giudice. Solo Angelo Pagliara, 57enne di Brindisi, ha risposto, per rigettare le accuse.

L'operazione è scattata in seguito a un'ordinanza firmata dal gip del tribunale di Lecce, Edoardo D’Ambrosio, su richiesta della pm della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, Giovanna Cannalire. Lo stesso 25 settembre, durante una conferenza stampa il vice-questore e dirigente della Mobile Rita Sverdigliozzi ha raccontato l'inchiesta ed elencato i reati contestati agli indagati. Campana è accusato di rappresentare il vertice del sodalizio. Nell'ordinanza si può leggere di come, secondo gli investigatori, gestisse il potere nonostante la lunga reclusione. L'inchiesta svela la mappa dei nuovi poteri ed equilibri criminali della Sacra corona unita, specialmente a Brindisi.

Potere dal carcere

Secondo gli investigatori di “Old Generation” Francesco Campana, arrestato nell'aprile del 2011 a Oria e attualmente detenuto in regime di 41 bis presso il penitenziario di Opera, continuava a gestire le attività criminali dal carcere. Nell'ordinanza di custodia cautelare vengono ricostruite le trame di potere interne al sodalizio. Campana, boss della frangia tuturanese della Sacra corona unita, è il capo “da dentro”, mentre fuori dal carcere c'è Giovanni Donatiello, mesagnese 59enne e volto storico della Scu, tornato libero nel 2018. L'indagine della Direzione distrettuale antimafia di Lecce e della Squadra mobile della questura di Brindisi ha svelato le dinamiche interne al sodalizio. Il brindisino Cesario Monteforte ha 54 anni ed è il cognato di Francesco Campana, compagno della sorella Lucia Monteforte. Cesario è un affiliato di Campana e si occupa – come svela l'inchiesta – almeno dal 2015 dei parcheggi ubicati nelle adiacenze dell'ospedale “Perrino”, con il benestare di Campana.

Conferenza Old generation-Rita Sverdigliozzi-2

Il rapporto con Donatiello

Per gli investigatori il ritorno in libertà di Donatiello è un evento importante. In passato la leadership di Campana era stata minata da un gruppo di “giovani” tuturanesi. E, si sa, dal carcere non è facile mantenere un ruolo apicale. Ne sa qualcosa Donatiello, detenuto ininterrottamente dal 1986 e all'epoca fedele sodale di Pino Rogoli, fondatore della Sacra corona unita. Dal luglio 2016 al marzo 2018 Campana e Donatiello si trovano entrambi reclusi presso il carcere di Voghera. Stando all'indagine, è qui che siglano un accordo per rispondere alle pretese dei giovani tuturanesi. “Cinque lire” – questo il soprannome di Donatiello – all'inizio cerca un accordo con Campana, ma senza successo, come rivela il pentito Ercole Penna nel 2010. I fatti raccontati si riferiscono al 2003, ma all'epoca non c'è alcun motivo per modificare gli assetti esistenti, quindi Campana risponde “picche”. Anche altri collaboratori raccontano di questo tentativo di avvicinamento. Nel 2016 è Sandro Campana, fratello del boss e collaboratore di giustizia morto suicida nel marzo 2020, a spiegare che Donatiello si era avvicinato a Francesco Campana. L'altro fratello e collaboratore di giustizia, Antonio Campana, nel marzo 2019 rivela che Donatiello, una volta uscito dal carcere, avrebbe “ripreso in mano la situazione”. Quest'ultimo avrebbe anche versato delle somme di denaro per il pagamento degli avvocati di Francesco Campana.

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I dissidi con Monteforte

Nell'ordinanza vengono ricostruite anche recenti frizioni che vedono coinvolti da una parte Francesco Campana e la compagna Lucia Monteforte e dall'altra Cesario Monteforte e il suo gruppo. Quest'ultimo non avrebbe versato come pattuito il “pensiero” destinato alla famiglia Campana, in seguito al pentimento dei due fratelli di Francesco. In un colloquio intercorso nel carcere di Voghera nel 2019 tra Lucia Monteforte e Francesco Campana si parla del mancato appoggio economico di Cesario, il quale avrebbe dovuto sostenere le spese legali del detenuto. Campana lascia trasparire il risentimento nei confronti di un altro indagato dell'operazione “Old Generation”, Antonio Signorile, referente diretto di Cesario Monteforte ed ex datore di lavoro di Campana. Il motivo? Lo stesso, il mancato “pensiero”. Succede di peggio: nella notte del 20 gennaio 2020 qualcuno esplode dei colpi di arma da fuoco contro l'abitazione dove vivono Lucia Monteforte e i suoi tre figli. Per gli investigatori l'autore sarebbe Cesario Monteforte. Infatti alcune telecamere della zona hanno inquadrato un uomo con fattezze fisiche simili. Monteforte avrebbe avuto un incontro ravvicinato per nulla sereno, poco prima in via Appia a Brindisi, proprio con uno dei figli di Lucia Monteforte. E' il momento più teso del dissidio, che culminerà due giorni dopo con l'esplosione di un ordigno posto davanti al Crazy Bar di Brindisi, il cui proprietario effettivo è proprio Cesario Monteforte. Per gli inquirenti tra i due episodi esiste un nesso.

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