Giovedì, 28 Ottobre 2021
Cronaca

Omicidi e rapine, per il pentito Bullone condanna definitiva a 20 anni per 32 reati

La Cassazione respinge il ricorso di Vito Di Emidio: chiedeva una riduzione della pena, già "tagliata" di 11 mesi in Appello.Annullati i cinque anni inflitti a Tedesco, per Orlando riduzione a 16 anni e 11 mesi, da 18. Ergastolo per Ladu ritenuto il braccio armato del gruppo brindisino

BRINDISI – Venti anni e 15 giorni di reclusione per il pentito Vito Di Emidio, ex Bullone della Scu, condannato in via definitiva per omicidi e rapine, per un totale di 32 reati, consumati nel Salento negli anni Novanta: la Cassazione si è pronunciata nei giorni scorsi sul ricorso presentato dalla difesa con richiesta di una riduzione della pena, dopo il “taglio” ottenuto in Appello con l’eliminazione di undici mesi e 15 giorni dal suo conto.

L’istanza è stata respinta, di conseguenza la pena è stata confermata e si aggiunge ai 27 anni per omicidi e rapine consumati a Brindisi e provincia, nello stesso periodo, sulla base dell’attendibilità riconosciuta dai giudici al collaboratore di giustizia, il cui contributo – in alcuni – casi è stato definito come “prezioso” perché senza l’apporto conoscitivo di Di Emidio, alcuni delitti sarebbero rimasti senza colpevoli. Omicidi, in primis, maturati negli ambienti della Sacra Corona Unita. Quei verbali, quindi, gli hanno permesso di evitare l'ergastolo.

Si tratta di fatti di sangue ricostruiti con le dichiarazioni rese da Di Emidio, all’indomani dell’arresto, avvenuto il 28 maggio 2001, quando finì fuori strada con l’auto sulla strada per San Donaci. Venne soccorso dagli stessi carabinieri che lo stavano inseguendo e portato in ospedale, al Perrino, dove venne sottoposto a intervento chirurgico e non appena si riprese, decise di collaborare facendo mea culpa, per chiamare in correità parenti e amici. Tra i familiari, accusò Giuseppe Tedesco, coimputato in questo troncone.

Giuseppe Tedesco, il cognatoGli Ermellini, infatti, si sono pronunciati anche sulla posizione di  Giuseppe Tedesco, in favore del quale c’è stato un annullamento senza rinvio per intervenuta prescrizione, che di fatto ha portato a cancellare i cinque anni di reclusione inflitti in Appello, così come richiesto dal suo difensore, Giuseppe Guastella. Tedesco, nel frattempo, è stato riconosciuto colpevole in via definitiva di tre omicidi e per questo sta scontando il “fine pena mai”: l’ergastolo si riferisce alle esecuzioni di Giacomo Casale e Leonzio Roselli, avvenute in una villa del rione Sant’Elia, e di Giuliano Maglie, alias Naca-naca, in Montenegro, a Bar, i cui resti furono rinvenuti sotto la cuccia di un cane.

La Cassazione si è, inoltre, pronunciata sulla posizione di Pasquale Orlando, la cui condanna definitiva è stata rideterminata in 16 anni, 11 mesi 15 giorni, dopo l’annullamento senza rinvio per tre capi di imputazione essendo, nel frattempo, intervenuta la prescrizione come causa di estinzione. La pena, alla fine, è stata ridotta rispetto ai 18 anni inflitti in Appello. Il ricorso è stato discusso dall’avvocato Marcello Tamburini. Anche Orlando sta scontando l’ergastolo per gli omicidi di Casale e Roselli.

Pene definitive anche per tutti gli altri imputati. quattordici anni di reclusione per Vito Cacciatore; ergastolo con l’isolamento diurno per sei mesi per Marcello Ladu, ritenuto il braccio destro di Bullone nelle azioni di fuoco; ventidue anni di reclusione per Pasquale Tanisi. Quanto a  Giuseppe Picciolo, difeso da Gianvito Lillo, la pena è scesa da sei anni a quattro e sei mesi (di cui tre sono coperti da indulto).

La collaborazione del pentito, sinora, è stata definita “pregevole ed essenziale per l’accertamento della verità per oltre 200 delitti, fra cui omicidi e tentati omicidi in contesto mafioso”, motivo per il quale gli sono state riconosciute le attenuanti si legge nelle motivazioni che si riferiscono alla pronuncia della Corte d’Assise di Lecce. “Attenuante da applicarsi nella sua massima estensione quanto alla riduzione di pena prevista per i delitti puniti con l’ergastolo, in ragione dell’essenzialità delle dichiarazioni di Di Emidio per l’avvio o la prosecuzione delle indagini per i fatti in esame e per l’interruzione della condotta criminosa che l’Autorità Giudiziaria ha potuto attuare grazie ad esse”. In altri termini, poiché si è pentito e ha parlato facendo nomi e cognomi dei responsabili, ha ottenuto una netta riduzione della pena che lo ha salvato dal carcere a vita. 

“Il ‘pentito’ – hanno sottolineato i giudici -  non ha esitato ad accusare anche persone a lui legate da vincoli parentali, come il cognato Giuseppe Tedesco, senza alcun cedimento”.

I difensori degli imputati, al contrario, hanno sempre sostenuto che le dichiarazioni non siano genuine e che Di Emidio non possa essere riconosciuto come autenticamente pentito.

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