Omicidi Scu: per Di Emidio dopo la libertà, pena ridotta

Da 27 a 23 anni di reclusione nel processo d’Appello bis in corte d’Assise a Taranto: ha confessato oltre venti esecuzioni: dall’uccisione di don Ciccio Guadalupi a Giuliano Maglie. Assolto Cosimo Poci dall’accusa di aver fatto parte del sodalizio

BRINDISI – Dopo la libertà ottenuta nel processo in cui è imputato per oltre venti omicidi commessi nel Brindisino dal 1982 al 2001, per il pentito Vito Di Emidio è arrivata la riduzione della pena: è stato condannato a 23 anni, a fronte dei 27, nel processo d’Appello bis davanti dalla Corte d’Assise di Taranto, a cui la Cassazione ha rinviato accogliendo il ricorso della difesa.  La stessa Corte ha assolto Cosimo Poci dall’accusa di aver fatto parte della Sacra Corona Unita, aderendo alla richiesta dell’avvocato Fabio Di Bello, azzerando la condanna a quattro anni.

La pronuncia è arrivata nella giornata di giovedì 6 luglio 2017, a distanza di sei anni dalla conclusione del processo a Brindisi, dinanzi ai giudici togati e popolari, sugli omicidi commessi da Di Emidio, quando era Bullone, killer spietato per sua stessa ammissione. In qualità di collaboratore di giustizia ha ottenuto il riconoscimento degli sconti di pena, gli ultimi dei quali definiti con la sentenza relativa al secondo processo d’appello, dopo quello incardinato a Lecce.

Il trattamento sanzionatorio è stato, infatti, ulteriormente rideterminato dalla Corte d’Assise d’Appello di Taranto a cui la Prima sezione penale della Suprema Corte ha rinviato il 28 gennaio 2015. 

I fatti di sangue sono stati ricostruiti con le dichiarazioni rese da Di Emidio, all’indomani dell’arresto, avvenuto il 28 maggio 2001, quando finì fuori strada con l’auto sulla provinciale per San Donaci. Venne soccorso dagli stessi carabinieri che lo stavano inseguendo e portato in ospedale, al Perrino, dove venne sottoposto a intervento chirurgico. Chiamò in correità il cognato Giuseppe Tedesco per gli omicidi di Giuliano Maglie, Giacomo Casale e Leonzio Rosselli, e altre due persone che conosceva, Pasquale Orlando e Daniele Giglio, il primo amico del quartiere Sant’Elia in cui è cresciuto, entrambi riconosciuti colpevoli degli omicidi di Casale e Rosselli. Tutti e tre sono stati condannati in via definitiva al carcere a vita, a fronte della professione di innocenza sostenuta anche nel corso delle udienze. Ergastolo inflitto in primo e secondo grado, ricorsi in Cassazione respinti. Fine pena mai da scontare.

I ricordi di Di Emidio permisero di  ritrovare i resti di Giuliano Maglie, alias Naca-naca, in Montenegro, sotto la cuccia di un cane, all’interno del giardino di una villa che negli anni Novanta era diventata il nascondiglio dei latitanti. Il primo omicidio commesso da Bullone fu quello di don Ciccio Guadalupi, l'allora presidente di Assindustria Brindisi, che fu ucciso in un tentativo di rapina messo in atto l'11 ottobre dell'86 all'interno dello stabilimento di pastorizzazione del latte che aveva sede nel rione Casale. Quel delitto gli è stato contestato in corso con un’altra persona, mai trovata. Il mistero resta da anni.

Bullone confessò di aver ucciso:  Vincenzo Zezza, anno 1991, colpito a bordo di una Citroen Dyane; Michele Lerna ammazzato a San Michele Salentino, nel 1997, in camera da letto dopo che Bullone aveva ripulito la sua abitazione. Il 26 giugno del 1998, fu ucciso Salvatore Luperti, ammazzato sulla litoranea Nord di Brindisi, poi il 22 gennaio del 1992 l'omicidio di Nicola Petrachi, che non aveva voluto pagare la quota che spettava al gruppo per il contrabbando di sigarette. Poco dopo, una decina di giorni più tardi, morì Antonio De Giorgi, sotto una pioggia di proiettili davanti a un bar del rione Paradiso. A seguire, la condanna a morte di Antonio Luperti e il ferimento di Giovanni Lonoce, e quindi anche il sequestro e l'omicidio di Giuseppe Scarcia, il cui corpo fu sotterrato. Ancora gli omicidi di Giacomo Casale e Leonzio Rosselli, al Sant'Elia di Brindisi.

Nello stesso troncone processuale, annullamento con rinvio anche per Cosimo Poci, con successiva assoluzione dopo la condanna a quattro anni: in questo caso, la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato Fabio Di Bello, in relazione all’accusa di associazione mafiosa.

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