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Omicidio Salati, per i pentiti Gabibbo e Maradona pene da ridefinire

La Cassazione annulla con rinvio alla Corte d'appello di Taranto le posizioni di Francesco Gravina e Cosimo Guarini. I due imputati hanno scelto l'abbreviato: il primo condannato a 13 anni e 4 mesi, l'altro a dieci. Nei verbali il racconto agghiacciante del 16 giugno 2009: "Usammo bastoni ricavati da sedie"

BRINDISI – Pene da rideterminare per i collaboratori di giustizia, ex della Scu, Gabibbo, al secondo Francesco Gravina, e Maradona, ossia Cosimo Giovanni Guarini, imputati per l’omicidio di Giancarlo Salati, avvenuto a Mesagne il 16 giugno 2009: la Cassazione ha disposto il rinvio alla Corte d’Appello di Taranto per ridefinire la condanna, fermo restando l’accusa in relazione ai ruoli che i due hanno confessato, sia pure in tempi differenti. Basista il primo, esecutore materiale l’altro.

Il bacio ironico di Francesco Gravina ai giornalistiLa pronuncia degli Ermellini è arrivata nei giorni scorsi, in accoglimento del ricorso presentato e discusso dal difensore di entrambi, Sergio Luceri, che assiste anche il primo collaboratore della Scu dei giorni d’oggi, vale a dire Ercole Penna. Mentre quest’ultimo ha scelto la strada del processo ordinario ed è stato condannato a nove anni, pena non definitiva, Guarini e Gravina hanno optato per il rito abbreviato.

Gravina è stato condannato in secondo grado a 13 anni e quattro mesi di reclusione, mentre Guarini a dieci anni, con sentenza della Corte d’Appello di Lecce. Per entrambi, quindi, dovrà essere ristabilito il trattamento sanzionatorio e a pronunciarsi saranno i giudici della Corte d’appello di Taranto. La data dell’udienza non è ancora stata stabilita.

Tutti gli imputati, così come Massimo Pasimeni, alias Piccolo dente, furono arrestati nel blitz chiamato Revenge, ossia vendetta, sulla base delle dichiarazioni inizialmente rese da Ercole Penna.

Penna, infatti, fu il primo a parlare dell’esecuzione che costò la morte di Salati, detto Menzarecchia, 62 anni, pestato a sangue, a colpi di bastone, nella cucina della sua abitazione, per fargli pagare il fatto che avesse una relazione con una ragazza di Mesagne che all’epoca aveva 15 anni, stando a quanto si sentiva in paese e a quanto raccontò uno zio della giovane.

Giancarlo Salati, la vittimaLe conferme sui ruoli e quindi sull’organizzazione della spedizione sono state precisate da Gravina e Guarini. Nei verbali resi da Maradona si legge: “Dopo aver ucciso Giancarlo Salati mi furono dati trecento euro in contanti direttamente da Francesco Gravina, il Gabibbo, con cui Vito Stano (imputato per l’omicidio e nel frattempo deceduto, ndr) aveva diviso la somma di un assegno di 1.500 euro”.

 “Ho ricevuto, insieme a Stano, da Gabibbo l’incarico di massacrare di botte Giancarlo Salati”, ha detto Guarini.  “Mi spiegò che  veniva direttamente da Penna e da Massimo Pasimeni, al quale si era rivolto lo zio di una ragazza con la quale Salati aveva una relazione”. Si sarebbe trattato, di una vox populi secondo cui ci sarebbe stata anche una gravidanza che quelli della Scu non appurarono perché non era quello il punto: serviva il consenso sociale e lo offrirono, per cui secondo questa chiave di lettura, l’uomo sarebbe stato ucciso per un desiderio di giustizia popolare che avrebbe preso piede dietro al vecchio rancore di Pasimeni, per nulla contento della circostanza che la sua donna prima del matrimonio avesse avuto una relazione con Salati.

L’incarico sarebbe arrivato agli inizi di giugno: “Il 5 o il 6”, ricorda Guarini. “Con Stano, a bordo della sua Punto facemmo sopralluoghi, passarono così una decina di giorni, tanto è vero che Penna incontrò Gabibbo gli ‘devo andare io?’” è scritto.

“Il 15 giugno ci recammo nei pressi della casa di Salati ma non potemmo concludere nulla perché sotto l’abitazione c’era una persona di una sessantina d’anni che rimase là senza allontanarsi. Già in quella occasione eravamo muniti di due mazze ricavate dalle sedie. Rinviammo, perciò, al giorno dopo”.

L’imprevisto avrebbe comportato lo slittamento del piano ventiquattro ore dopo: “Io avevo mangiato da mia suocera e verso le 14.30 parcheggiammo l’auto nella piazzetta antistante la via dove abitava Salati già rivolta nel senso di marcia verso l’uscita dal centro storico. La porta dell’abitazione era aperta e salimmo io e Stano trovando Salati in accappatoio”.

Agghiacciante il racconto di quei momenti: “Quando ci vide con le mazze disse in dialetto cosa ho fatto? parole che continuava a ripetere anche mentre lo picchiavamo. Io lo colpii per primo due volte sull’avambraccio sinistro con il quale cercava di difendersi, quinti Stano che nel frattempo si era portato dietro di lui, cominciò a colpirlo con violenza sulla testa continuando a dargli colpi anche dopo che Salati era caduto a terra”.

 “In questo frangente, sia Stano che Salati gridavano e io, preoccupato che i vicini potessero sentirci, sono uscito dall’abitazione. Sono scivolato aggrappandomi alla ringhiera per non cadere e il bastone finì per terra, poi lo presi e lo misi in macchina”. Guarini a quel punto sarebbe tornato indietro e vide scendere Stano con il quale se ne andò, ma sapeva di essere stato notato, stando a quanto si legge nel verbale.

“In quel momento ci videro alcune persone tra le quali ho riconosciuto nella prima piazzetta tale …..(ha fatto il nome e il cognome di una donna, ndr)”. Non l’unica teste, perché i due sarebbero stati visti da Pasimeni dalla sua abitazione, poco distante da quella di Salati, assieme a quattro persone, tra cui un suo parente. “Ricordo che Massimo Pasimeni fece a Stano un gesto con la mano come per dirgli che tutto era a posto”.

Per la fuga scelsero la strada per San Vito e prima del passaggio a livello, girarono a sinistra sino a imboccare via Carmine: “Dopo di dirigemmo al bar, dove ci aspettava Gabibbo e dove la mattina prendemmo appuntamento per il pomeriggio”. “Stano mostrò a Gabibbo tutte e due le mazze che aveva in macchina, una delle quali, quella che aveva usato lui, era ricoperta di sangue e gli disse ‘mi sa che l’ho ucciso’. Gabibbo gli intimò di far sparire immediatamente le mazze che gettammo nel cassonetto dell’immondizia posto di fronte al bar degli amici”.

Stando alle dichiarazioni di Guarini, sarebbe stato Stano il primo a preoccuparsi di risultare da un’altra parte, in modo tale da avere un alibi a prova di accuse e prima ancora di ogni sospetto: “Si recò nella filiale di una banca (di cui ha fornito nome e indirizzo, ndr) dove si trovava anche un carrozziere (anche in questo caso nome e cognome, ndr) sul conto del quale versò un assegno a lui intestato consegnatogli da un’assicurazione a titolo di risarcimento. Una parte della somma fu prelevata dal carrozziere e consegnata in contanti a Stano”.

“L’assegno era dell’importo di circa 1.500-duemila euro, non so se in quella occasione l’uomo restituì a Stano tutta la somma o se tenne per sé una parte. Sicuramente trecento euro mi furono dati da Gabibbo, in contanti”. L’omicidio era stato consumato neppure un’ora prima.

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