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“Omicidio Tedesco, assoluzione per Polito e Coffa: ecco le intercettazioni che lo dimostrano”

I difensori davanti alla Corte d’Assise d’Appello: “Le conversazioni ambientali scagionano entrambi”. “Per Romano, reo confesso chiesta la derubricazione in omicidio preterintenzionale. Il pg ha chiesto l’ergastolo per tutti, mentre la parte civile ha riconosciuto l’estraneità ai fatti di Coffa

BRINDISI – Si professano innocenti, dal carcere in cui sono ristretti con l’accusa di aver ucciso Cosimo Tedesco per futili motivi, dopo la lite a una festa tra bambini, la mattina del primo novembre 2014: Alessandro Polito e Francesco Coffa chiedono l’assoluzione per non aver commesso il fatto, mentre Andrea Romano invoca la derubricazione del reato da omicidio volontario aggravato a omicidio preterintenzionale perché non voleva uccidere. Rischiano tutti e tre la conferma dell’ergastolo. Carcere a vita già invocato dal procuratore generale.

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Le arringhe dei difensori

I difensori degli imputati, Cinzia Cavallo e Agnese Guido, hanno consegnato ai giudici togati e popolari della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, di fronte ai quali pende il processo di secondo grado, la verità dei tre imputati, ricostruendo quel che successe nell’appartamento di Romano. E’ qui che si consumò la tragedia ed è nelle scale della palazzina di piazza Raffaello che rimase ferito Luca Tedesco, figlio di Cosimo.  Da qui l’altra contestazione: tentato omicidio, rispetto al quale gli avvocati puntano al riconoscimento di lesioni personali. L’udienza in cui hanno preso la parola i difensori si è svolta ieri, 30 aprile 2018.

Le intercettazioni

Secondo i penalisti sono importanti alcune intercettazioni ambientali: si tratta di conversazioni ascoltate nei giorni successivi al primo novembre, nell’abitazione di Romano.  “Che cosa c’entra Checco? Quello non c’era proprio dentro casa. Sandro, poi. Quei due non c’entrano, quegli altri mi hanno rovinato la vita venendo a casa mia”. Romano parlava con i suoi familiari, non sapendo di essere intercettato. Confessò dopo essere stato arrestato dai carabinieri e in quella occasione scagionò Alessandro Polito (detto Sandro) e Francesco Coffa (Checco), ai quali il gup del Tribunale di Brindisi ha inflitto il carcere a vita a conclusione del processo con rito abbreviato, riconoscendo l’aggravante dei futili motivi e non quella della premeditazione contestata dal pubblico ministero. Rischiano la conferma della condanna in Appello, tutti e tre.

Gli imputati

Quella conversazione, mai diffusa prima, venne “ascoltata” a distanza di due settimane dal fatto di sangue e secondo i difensori dei tre imputati è di rilievo per capire chi c’era quella mattina nell’appartamento di Romano e chi sparò. Perché Romano non poteva neanche immaginare che i militari avessero sistemato una microspia tra il soggiorno e la cucina. Per questo, l’intercettazione è stata ripresa nel corso delle arringhe, al termine delle quali gli avvocati Cavallo e Guido hanno chiesto l’assoluzione di Coffa e Polito “per non aver commesso il fatto”, “non essendo presenti quel giorno sulla scena dell’omicidio”.

 Quanto alla posizione di Romano, l’avvocato Cinzia Cavallo, ha invocato la derubricazione del capo di imputazione: omicidio preterintenzionale, vale a dire oltre l’intenzione, per questo meno grave di quello volontario. In caso di condanna la pena oscilla tra dieci e 18 anni di reclusione. Anche a sostegno di quest’ultima richiesta, la difesa ha prodotto stralci di conversazioni intercettate sempre in ambientale, tra i familiari conviventi con Romano, il quale in quel periodo era agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico: “Andrea stava facendo il latte alla bambina”, dice uno dei parenti parlando di quel che accadde il primo novembre. “Se ha sparato, è perché è stato costretto visto che là c’era la figlia piccola”. E ancora: “A quelli chi è che ha detto, venite qui? Per quale motivo si sono presentati?”.

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Le tracce di sangue e gli spari

La conclusione, per i difensori è che “Romano e solo lui sparò alla parte inferiore del corpo, all’indirizzo di organi non vitali, così come disse in sede di interrogatorio precisando che vi era stato un alterco e una colluttazione”. E’ scritto anche nei motivi di appello. La prossima udienza è riservata alle arringhe degli altri componenti del collegio difensivo, Ladislao Massari,  Massimo Murra e Giuseppe Corleto. “Le tracce di sangue rinvenute con il luminol all’interno dell’abitazione, dimostrano che sparò dal vano cucina, non separato dall’ingresso salotto, e sparò in un momento di forte concitazione e di paura dovuto al fatto che in casa era da solo con moglie e figlioletta e che durante la discussione sentì l’arrivo ad alta velocità il rumore di auto che sgommavano”. Questa conversazione, i risultati dell’autopsia e quelli della perizia balistica, a giudizio della difesa, escluderebbero anche la premeditazione che la Procura ha contestato, ma che il gup non ha riconosciuto e che costituisce motivo d’appello della pubblica accusa, non raccolto però dal procuratore generale.

I futili motivi

Il 31 ottobre 2014, in un locale del quartiere Bozzano, era in corso la festa di compleanno di una bimba di tre anni e tra gli invitati c’era anche il nipotino di Cosimo Tedesco. La bimba avrebbe cercato di toccare il piccolino con le mani sporche di panna o gelato. I genitori si sarebbero infastiditi e da qui ci sarebbe stato uno scontro verbale tra gli adulti delle famiglie Tedesco e Romano.  Futili motivi, stando all’accusa.

La parte civile

Tenuto conto delle conclusioni alle quali è giunto il perito balistico, l’avvocato che in giudizio rappresenta la famiglia Tedesco, Paoloantonio D’Amico, ha chiesto alla Corte la conferma del carcere a vita per Romano e per Polito “per concorso morale”, tenuto conto dei contatti telefonici avvenuti nella serata precedente. D’Amico ha chiesto la non conferma dell’ergastolo, quindi l’assoluzione, per Francesco Coffa non essendo emerso alcun profilo di responsabilità nei confronti dell’imputato.

Il penalista ha ricordato che il proiettile estratto dalla schiena di Luca Tedesco è stato sparato dalla stessa pistola con cui venne ucciso il padre Cosimo Tedesco”. Una sola pistola, quindi, per uccidere il padre e ferire il figlio. La stessa Beretta calibro 9 x17, stando ai risultati della perizia balistica che sono stati consegnati dall’ingegnere Riccardo Ramirez alla Corte.
 

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