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Omicidio Tedesco, ora rischia il processo un minorenne di Brindisi

Notificato al ragazzino l'avviso di chiusura indagine: ha chiesto di essere interrogato, per l'accusa avrebbe avuto il ruolo di palo. Annunciano Appello i difensori di Andrea Romano: "Ha sparato, ma non voleva uccidere". Per Alessandro Polito e Francesco Coffa ricorso per l'assoluzione: "Non hanno commesso il fatto". Tutti e tre condannati all'ergastolo

BRINDISI – La Procura per i minorenni di Lecce ha confermato l’accusa di concorso nell’omicidio di Cosimo Tedesco e nel tentato omicidio del figlio Luca Tedesco nei confronti di un ragazzo non ancora maggiorenne che risiede a Brindisi: l’avviso di conclusione indagine è stato notificato al minore che rischia di finire sotto processo per i fatti di sangue avvenuti in città a mattina del primo novembre 2014, del salotto di un appartamento che si affaccia in piazza Raffaello.

Stando alla ricostruzione del pubblico ministero, il minore sarebbe stato presente alla sparatoria finita in tragedia svolgendo “la funzione di palo, mentre gli altri erano armati”. Gli “altri” di cui si legge nel capo di imputazione sono i tre già condannati all’ergastolo: Andrea Romano, 29 anni, Alessandro Polito, 31, e Francesco Coffa, 34, riconosciuti colpevoli, al di là di ogni ragionevole dubbio, dell’omicidio di Tedesco padre e del tentato omcidio del figlio, con l’aggravante dei futili motivi perché la sparatoria è avvenuta la mattina successiva alla festa di compleanno di una nipote della vittima, nel corso della quale c’è stato un diverbio tra i genitori.

Secondo il gup del Tribunale di Brindisi, Paola Liaci, di fronte al quale è stato incardinato il processo con rito abbreviato ottenuto dai difensori, alla base ci sarebbe stato un battibecco fra genitori quando una bimba di tre anni, figlia di un’amica della madre della festeggiata, si avvicinò a un neonato di dieci giorni per accarezzarlo mentre stava dormendo. Tanto bastò, secondo questa impostazione, per scatenare la violenza il giorno a seguire, dopo una serie di telefonate in cui si parlava della necessità di un “chiarimento”. L’azione, si legge nelle motivazioni depositate lo scorso 20 ottobre, è stata definita come “indice univoco di un istinto criminale spiccato, di una violenza senza limiti e scrupoli alimentata dalla rabbia degli imputati (i tre condannati, ndr) e dalla necessità di affermare l’onore delle famiglie”.

Il chiarimento doveva tenersi attorno alle 12 nell’abitazione di Andrea Romano, in piazza Raffaello, quartiere Sant’Elia, con Cosimo Tedesco, il capofamiglia. Dalle parole ai colpi di pistola. A quell’incontro, secondo l’accusa mossa dal pm della Procura di Lecce, sulla base delle risultanze d’indagine trasmesse dal pubblico ministero di Brindisi, ci sarebbe stato anche il minore. Lui, il giovanissimo, non aveva armi. Non prese, quindi, parte al fuoco consumato tra il salotto e il pianerottolo, anche quando Cosimo Tedesco era “di spalle, verosimilmente mentre tentava di scappare”. Ma c’era secondo il pm ed è accusato anche lui di omicidio e tentato omicidio e rischia di finire sotto processo, nel caso in cui il pubblico ministero dovesse esercitare l’azione penale chiedendo il rinvio al giudizio del Tribunale.

Per il ragazzino la contestazione è di “concorso in omicidio volontario”. La difesa del minore, affidata all’avvocato Cinzia Cavallo, ha già chiesto un interrogatorio in modo tale da chiarire le ragioni della presenza del minore nello stabile e nell’appartamento. L’indagato risulta residente in zona.

Quanto, invece, ai tre maggiorenni condannati in primo grado al carcere a vita, i difensori annunciano il ricorso in Appello ora che sono state depositate le motivazioni della sentenza. Per Romano, gli avvocati  Ladislao Massari e Cinzia Cavallo avevano chiesto la derubricazione da omicidio volontario a preterintenzionale: sostengono cioè che l’imputato abbia effettivamente sparato, ma non voleva uccidere, circostanza che Romano ha dichiarato nel corso dell’esame. Per il gup però “non risulta credibile la versione secondo cui Romano avrebbe preso la pistola che si trovava sulla cappa della cucina, solo a seguito del fare minaccioso di Tedesco e avendo pensando erroneamente che questi stesse per estrarre una pistola e dopo una colluttazione”.

Per Polito e Coffa, gli avvocati Cinzia Cavallo e Giuseppe Corleto per il primo e Massimo Murra e Agnese Guida per il secondo, avevano chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto. Secondo il gup “è certo che armato fosse Polito, verosimile che lo fosse Coffa”. Il giudice sostiene anche che tutti “fossero pronti a usare le armi” sulla base dell’evoluzione degli eventi “atteso che Coffa per agevolare la propria fuga e quelle suoi complici, Polito e Romano, non ha esitato a esplodere altri colpi all’indirizzo di Luca Tedesco, due dei quali lo attingevano in zone vitali, ponendo così il medesimo in serio e concreto pericolo di vita. Così come Alessandro Polito non ha esitato a puntare l’arma contro Luciano Tedesco mentre il padre era riverso per terra agonizzante e poi a sparare in aria”.

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