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Cosimo Semeraro

Cosimo Semeraro

Omicidio, tracce risolutive su un paio di jeans

OSTUNI - E’ primo omicidio che viene risolto grazie all’esistenza di una banca dati dei profili genetici di quanti abbiano commesso un reato. Ed è la testimonianza, una lezione di vita forse, che val sempre la pena di ostinarsi, anche quando il tempo che è trascorso sembra eccessivo.

OSTUNI - E' primo omicidio che viene risolto grazie all'esistenza di una banca dati dei profili genetici di quanti abbiano commesso un reato. Ed è la testimonianza, una lezione di vita forse, che val sempre la pena di ostinarsi, anche quando il tempo che è trascorso sembra eccessivo, perché un delitto possa avere soluzione. E' la prova, infine, che la gran parte dei crimini più efferati, ma anche tutti gli altri, ha speranza di essere svelata solo quando le attività che le forze dell'ordine, in questo caso i carabinieri di Brindisi e del Ris di Roma, svolgono nelle prime ore, durante il sopralluogo, sono "impeccabili".

Così le ha definite il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, che ha rilevato anche la brillante intuizione dei carabinieri e di Marco D'Agostino, il pm che ha coordinato le indagini sull'omicidio di "Mimmo Capellone": far comparare il Dna di Nicola Chirico, classe '68, di San Michele Salentino, già arrestato per la violenta rapina ai coniugi Scialpi del 29 aprile 2012, con quelli inseriti nella banca dati.

Quaranta giorni ci sono voluti: il responso è stato illuminante, oltre che preciso fino al millesimo. Assolutamente impossibile da confutare. Il profilo genetico rinvenuto su un pezzo di guanto di gomma perso dai killer, sotto le unghie e sui jeans della vittima, Cosimo Semeraro, detto Mimmo Capellone, ucciso a 36 anni il 9 novembre del 2007, è lo stesso di uno dei due cugini Chirico dell'aggressione (con spari) agli imprenditori brindisini. Del tutto sovrapponibile. I Ris, la cui attività è stata diretta dal capitano Cesare Rapone, hanno inviato i risultati a i colleghi di Brindisi, agli ordini del colonnello Andrea Paris.

E' stata chiesta l'emissione di una ordinanza di custodia cautelare, condivisa dal giudice per le indagini preliminari Giuseppe Licci: Chirico è in carcere dall'agosto 2012, ma è bene che ci resti. E' uno degli esecutori materiali dell'assassinio. Sicuramente, per gli inquirenti, è colui che pestò a sangue Capellone. Se abbia sparato o meno, questo lo si appurerà in seguito. Furono utilizzate all'epoca una o due doppiette con canne modificate.

Si sparò a bruciapelo: Semeraro fu colpito in varie parti vitali del corpo, stando a ciò che fu appurato con la consulenza medico legale eseguita da Antonio Carusi. Un colpo alla nuca, poi alla schiena, infine al fianco sinistro e poi ancora nella regione lombare. Distanza ravvicinata, comunque non superiore a un metro o un metro e mezzo.

Il corpo di Semeraro fu trovato alle prime luci dell'alba in contrada Foggia Nuova, un luogo sperdutissimo della immensa campagna ostunese, a metà strada tra Ceglie e Cisternino. Le indagini scientifiche sono di qualità "elevatissima" secondo il gip. I reati contestati sono l'omicidio pluriaggravato (dalla premeditazione e dalla crudeltà) in concorso con persone non ancora identificate, oltre che porto abusivo d'arma da fuoco.

Impacchettata la vicenda, dal punto di vista tecnico, ora resta da accertare il movente e con esso saperne qualcosa in più sugli equilibri criminali della zona. Chirico non ha precedenti per droga. Capellone aveva qualche grammo di coca nel taschino del suo piumino Moncler. Il resto, quasi due chili, fu rinvenuto il giorno dopo in un garage di Carovigno.

La vittima aveva un passato turbolento: rapine, qualche estorsione. Ma non sembrava all'apparenza legato a nessun clan riferibile alla Scu. E forse proprio questo ha sancito la sua condanna a morte. Considerato, tra l'altro, che tra le intercettazioni telefoniche di una importante inchiesta sulle interconnessioni tra la 'Ndrangheta e la Sacra corona unita che risale al 18 ottobre 2007 e che fu coordinata dal procuratore di Reggio, Nicola Gratteri, si sentiva un tale Cosimo La Corte, 33enne di Ostuni, che diceva: "L'ordine è partito da quello che andai io, punto. Questa è la stessa cosa del Capellone, uguale, identica". Si parlava di coca e di un agguato.

Droga? Capellone faceva affari da solo e da libero battitore andava eliminato? Lo si potrà appurare continuando a scavare. Quel che si sa, oggi, è che Semeraro stava rincasando per ora di cena. Abitava poco lontano dal luogo in cui lo hanno massacrato, posto che ha raggiunto alla guida della sua Golf, spontaneamente. Si fidava di chi gli ha teso la trappola. Era un commando composto sicuramente da più di due persone.

Nicola Chirico e poi? Chi altro? L'omicidio di Capellone non rientra fra quelli svelati, ad oggi, dai pentiti della Scu mesagnese. La giovane compagna, Rita, attendeva il suo uomo per cena. Avrebbero dovuto guardare insieme la fiction "Il capo dei capi". A casa non tornò mai lo attese invano. E se investigatori e inquirenti non si fossero incaponiti, avrebbe forse atteso per sempre uno scampolo di verità.

 

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