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Stalking nel reparto di malattie infettive: condannati due infermieri

“Azione persecutoria ai danni della collega, anche nel periodo della gravidanza, sfruttando il peso della sigla sindacale”. Sette mesi a Francesco Pollasto e otto a Luigi Bianco, accusato anche di tentata violenza privata: “Se non fossi stata donna ti avrei spaccato la faccia”

BRINDISI – Condannati per stalking ai danni di una collega infermiera nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Antonio Perrino di Brindisi: Francesco Pollasto e Luigi Bianco, entrambi infermieri e sindacalisti, sono stati riconosciuti colpevoli dal Tribunale di azioni persecutorie, sfruttando il peso della sigla sindacale, a conclusione del processo scaturito dalla denuncia della donna.

La sentenza

Rolando Manuel Marchionna-2Sette mesi di reclusione per Pollasto, 68 anni, otto mesi per Bianco, 46 anni, imputato anche per tentata violenza privata sempre ai danni della stessa infermiera, costretta in almeno un’occasione a ricorrere al Pronto soccorso. Non sono state riconosciute le attenuanti generiche davanti all’assenza di “qualsiasi forma di collaborazione”.

La sentenza è del giudice Ambrogio Colombo, le motivazioni state depositare nei giorni scorsi, novanta giorni dopo la lettura del dispositivo. Il pubblico ministero aveva chiesto per entrambi gli imputati, la condanna a un anno di reclusione. L’infermiera si è costituita in giudizio, come parte offesa, ed è stata rappresentata dall’avvocato Rolando Manuel Marchionna (nella foto accanto). Disposta un provvisionale in attesa della quantificazione del danno in sede civile.

Le accuse

I due infermieri, rappresentanti della Fsi, con condotte “reiterate, insistenti e durature, molestavano sul luogo di lavoro” la collega, e in particolare, stando a quanto si legge nel capo  di imputazione, “non accettavano l’incarico di referente infermieristico con mansioni di coordinatrice conferito” alla collega e “mediante pretestuose iniziative sindacali” portavano in essere “una estenuante battaglia sindacale e personale”. I due avrebbero “inviato numerose lettere al direttore sanitario nelle quali ingiustificatamente lamentavano problematiche insistenti e incompetenza della collega, non rispettando le mansioni loro assegnate, la intimidivano, la denigravano e la offendendo anche sminuendola davanti ai colleghi e ai pazienti”.

In alcune circostanze avrebbero rivolto alla collega espressioni del tipo: “Qui non siamo i ‘uaglioni tuoi, non siamo i camerieri di nessuno” e ancora “vai a rispondere al campanello”. In tal modo, tanto per il pm quanto per il Tribunale, è stato “cagionato alla donna un perdurante e grave stato di ansia, diagnosticato anche da un referto medico”, allegato alla denuncia sporta il 27 giugno 2012.

Non solo. Avrebbero “artatamente suonato i campanelli dei pazienti” in modo tale da interrompere l’attività di referente”. Una volta, poi, la donna “venne raggiunta nella spogliatoio da Pollasto e Bianco che con fare minaccioso la mise vicino al muro”. Il primo urlò: “Ringrazio a Dio che sei una donna, perché adesso finiva male”. Diede un pugno vicino al muro e ha fatto saltare una gruccia.

Reparto di Ematologia dell'ospedale Perrino

Le motivazioni

Il giudice scrive che “risulta chiaramente”, dopo le testimonianze, fra le quali c’è stata quella resa dal primario del reparto che gli imputati abbiano posta in essere una sistematica e pervicace azione persecutoria e molesta, di contrasto e intimidazione diretta e personale nei confronti dell’infermiera”. Azione “evidentemente finalizzata a impedire che la stessa continuasse a svolgere il ruolo di referente, al quale ambiva Pollasto”. Gli imputati  - è scritto ancora – nel corso del dibattimento hanno tentato invano di giustificare ammantantola del crisma di una legittima azione sindacale”.

“A tutti voler concedere e pur a voler riconoscere l’astratta fondatezza delle istanze dei due sindacalisti”, secondo il giudice, “tale azione mai avrebbe potuto debordare dal compimento di condotte illecite suscettibili di arrecare offesa all’altrui libertà morale”.

Il disagio dell’infermiera

Nel dibattimento, invece, è stato dimostrato che il modo di agire “determinava un progressivo accumulo di disagio che finiva per interferire negativamente nella sfera della quiete e della libertà della donna, destabilizzandone la serenità e l’equilibrio psicologico, alterandone pesantemente il vivere quotidiano e i ritmi fisiologici di esistenza”. Anche nel periodo della gravidanza.

A giudizio del Tribunale, “non pare possa dubitarsi che le condotte poste in essere fossero tutte uniformemente assistite dalla precisa intenzione di mantenere sotto pressione l’infermiera. Anzi, il dolo manifestato dagli imputati appare di elevata intensità, sol che si consideri l’irrefrenabilità e la pervicacia palesata, la patente incapacità di gestire la situazione in modo sereno e ragionevole, nel rispetto delle regole di civile convivenza e della dignità fisica e morale delle persone”.

La tentata violenza privata

Nei confronti di Bianco è stato contestato anche il reato di tentata violenza privata, dopo la segnalazione presentata al Tribunale dei diritti del Malato da un’altra infermiera: “L’imputato pone in essere atti diretti in modo non equivoco a costringere a ritirare detta segnalazione senza che ciò si verificasse”. Nei confronti dell’infermiera avrebbe rivolto le seguenti espressioni: “Tu non sai chi hai a che fare, ti sei messa in un grave pasticcio”.

Le “inottemperanze dei due infermieri proseguivano  e finivano per ripercuotersi sull’attività lavorativa della donna, la quale, su suggerimento del primario, anche al fine di esacerbare le tensioni e le conflittualità all’interno del reparto, si faceva carico anche delle incombenze alle quali gli imputati rifiutavano di ottemperare evitando anche il verificarsi di irragionevoli arresti e vischiosità nell’attività sanitaria, situazioni che sarebbe andate a detrimento dei degenti”.

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