rotate-mobile
Domenica, 5 Dicembre 2021
Cronaca

Penna al suo primo processo da pentito: "Il racket dei cantieri si fa con la guardiania"

BRINDISI – “Ho deciso di collaborare con la giustizia perché ero stanco di vivere, anzi di non vivere, perché quella non è vita; ora finalmente posso stare con mia moglie, con i miei figli, da persona normale”. Ercole Lino Penna, 36 anni, mesagnese, ultimo dei grandi boss della Sacra corona unita che dopo il carcere sente il richiamo della famiglia e salta il fosso, passando dalla malavita a collaboratore di giustizia. Questa mattina, dopo il grande passo, è comparso per la prima volta in un’udienza come teste dell’accusa.

BRINDISI - "Ho deciso di collaborare con la giustizia perché ero stanco di vivere, anzi di non vivere, perché quella non è vita; ora finalmente posso stare con mia moglie, con i miei figli, da persona normale". Ercole Lino Penna, 36 anni, mesagnese, ultimo dei grandi boss della Sacra corona unita che dopo il carcere sente il richiamo della famiglia e salta il fosso, passando dalla malavita a collaboratore di giustizia. Questa mattina, dopo il grande passo, è comparso per la prima volta in un'udienza come teste dell'accusa.

In video-conferenza, dalla località segreta in cui si trova, girato di spalle in modo che gli imputati nel processo a carico dei fratelli Raffaele e Giovanni Brandi e altri loro colleghi non gli vedano il volto. Lo hanno citato i pubblici ministeri Alberto Santacatterina, della Procura antimafia, e Milto Stefano De Nozza, della procura di Brindisi.

In questa vicenda Penna non aveva molto da dire. Ha parlato perché altri gli avevano raccontato delle attività dei fratelli Brandi e del loro gruppo. Uno di questi fu Giuseppe Gerardi con il quale aveva trascorso un lungo periodo nel carcere di Brindisi. "Non li ho mai conosciuti personalmente - ha detto il pentito - ma so che a Brindisi facevano il bello e il cattivo tempo.L'ho saputo da Robertino l'americano (Roberto Attanasi, di Tuturano; ndr) e dallo stesso Massimo Pasimeni. Essendo a capo della frangia mesagnese con ruolo pari-grado a quello di Antonio Vitale, Massimo Pasimeni e Daniele Vicientino, avevo diritto di conoscere ogni cosa degli altri clan, anche quelli che erano contro di noi. Dei Brandi ero a conoscenza che facevano il traffico della droga e le estorsioni sul territorio brindisino".

Penna ha parlato delle estorsioni e delle affiliazioni. "Signor giudice le estorsioni adesso si fanno imponendo la guardiania. Al guardiano, che è un nostro ragazzo, viene dato un regolare stipendio, così noi evitiamo il carcere, le ditte stanno tranquille e siamo contenti tutti". Penna ha pure spiegato cos'è la guardiania. "E' un'estorsione - ha detto - , perché di solito viene chiesta quando ci sono dei cantieri: invece di imporre all'imprenditore il pagamento di una cifra mensile, si fa assumere un guardiano. Eviti la denuncia da parte dei costruttori e non pesi troppo sulla ditta. Ormai è usanza della malavita muoversi in questo modo. Tutti contenti e niente danni nei cantieri".

La logica criminale al passo dei tempi. Lo dimostra anche il pensiero di Penna sulle affiliazioni. Lo aveva già fatto mettere a verbale nelle scorse settimane. Oggi ne ha parlato in aula. "Non dico che le affiliazioni non esistono più - ha spiegato - , ma l'affiliazione è una cosa antiquata. Molte persone che ci stanno vicine non sono affiliate per come si intendeva un tempo, e nonostante questo fanno di più degli affiliati".

E, contrariamente a quanti pensavano di trovarsi di fronte ad una masnada di assassini, estorsori, spacciatori e chi più ne ha ne metta, nella Sacra corona c'è anche la democrazia. Lo riferisce Penna. "Oggi c'è democrazia nella malavita - dice il pentito -, non c'è più la dittatura di una volta". Non c'è più un capo in testa come è stato Giuseppe Rogoli, zio della moglie di Penna, padrone della vita e della morte degli affiliati. "Oggi - afferma Penna - ci sono più squadre attive sul territorio che coesistono su equilibri fondati sul reciproco rispetto delle zone occupate e dei rispettivi ambiti. Chi non rispetta questi equilibri sa cosa rischia e come va a finire".

Alla domanda dei pubblici ministeri se sapesse di ritorsioni contro i suoi familiari a seguito della sua decisione di collaborare, ha risposto: "Da quello che ne so i miei familiari mi hanno disconosciuto da quando hanno saputo che collaboro con la giustizia. So che hanno messo una bomba a casa dei miei suoceri, ma è stato uno sfregio gratuito visto che sono persone che nulla hanno a che vedere con la malavita; sono persone che fanno dieci-dodici ore di lavoro al giorno per portare a casa quattro soldi".

Prima di Penna aveva deposto Ferrero Cafaro, presidente della Peritas, azienda che nella notte la sera del 31 dicembre 2006 fu oggetto di un attentato del quale autori e movente sono ancora ignoti. Contro i serbatoi di questa azienda chimica furono sparati alcuni colpi con un Kalashnikov. Il cantiere era sorvegliato da Alessandro Carrisi. Cafaro, che non si è costituito parte civile, lo ha confermato.. L'imprenditore non immaginava chi fosse. Il collaboratore Fabio Luperti, in una testimonianza resa nelle scorse udienze, affermò che era uomo dei Brandi, addetto al racket delle estorsioni. Penna, di questa vicenda, non ha parlato. Non gli è stato chiesto e non ne ha fatto cenno. Si è solo soffermato a lungo sul guardiania, che probabilmente è alla base dell'attentato alla Peritas, forse per un contrasto sorto tra gruppi rivali su chi avrebbe dovuto accaparrarsela.

L'imprenditore Ferrero Cafaro ha detto, su domanda del pm Santacatterina, che furono i D'Oriano a consigliargli di assumere Alessandro Carrino, in seguito a furti di materiali nel cantiere della Peritas, e che questa persona fu mandata via dopo l'attentato del 31 dicembre 2006.

Oltre ai fratelli Brandi, sono imputati il commercialista Massimiliano Oggiano, i fratelli albanesi Viktor e Arbel Lekli, i fratelli Cosimo e Giuseppe Gerardi, il gioiellere di Carovigno Fiorenzo Borselli, l'autodemolitore Roberto Brigida, Vito Ingrosso, Antonio Lococciolo e Gianfranco Contestabile. Oggiano è il politico del gruppo, colui che attraverso le sue cariche al Comune e alla Provincia avrebbe dato appoggio esterno a questa organizzazione mafiosa, chiamato pesantemente in causa nella precedente udienza dal pentito Giuseppe Passaseo, brindisino, primo nella storia della criminalità brindisina a collaborare, confessando di essere un affiliato alla Scu, sebbene non sia mai stato arrestato e fosse sotto schiaffo della criminalità organizzata.

I reati loro contestati al gruppo Brandi sono tanti. Si va dal traffico di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti (si ipotizzano cinquecento chili di droga, anche se non ne è stata mai sequestra), alle minacce, alle rapine, alla guardiania abusiva, al riciclaggio del denaro sporco. Borselli, gioielliere che viaggia in Ferrari, viene accusato di avere riciclato cinquantamila euro del gruppo mafioso nel casinò di Venezia. Furono arrestati il 10 dicembre del 2007. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Lillo, Missere, Massaro, Cavallo, Giurgola, Epifani, Lanzalone, Terragno, Cretì, Farina, Di Bello, Cavaliere. Parti civili Sicilia e De Candia. Il processo è terminato nel tardo pomeriggio ed è stato aggiornato al 21 febbraio.

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Penna al suo primo processo da pentito: "Il racket dei cantieri si fa con la guardiania"

BrindisiReport è in caricamento