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Petrol-mafie e quella "cartiera" salentina: così la camorra s'insinua nei territori

Anche la Sami Srl di Lecce nella vasta operazione antimafia, il rappresentante legale è un brindisino. E dietro si staglia l'ombra del potente clan Moccia di Napoli

BRINDISI – Settantuno misure cautelari e sequestri da capogiro per circa 1 miliardo di euro. L’operazione Petrol-Mafie condotta accorpando quattro monumentali inchieste delle Direzioni distrettuali antimafia di Catanzaro, Napoli, Roma e Reggio Calabria è fra quelle destinate a tracciare un solco nella storia e a ridefinire, ancora una volta, il volto delle organizzazioni malavitose, sempre più integrate nel tessuto economico, che si tratti di riciclare denaro proveniente da affari illeciti o produrre altri proventi con frodi fiscali.

In questa tendenza alla diversificazione degli interessi, una linea di demarcazione sempre meno netta si nota, così, fra nomi di spicco della malavita storica e imprenditoria, anche ai livelli più alti. E quest’indagine è testimonianza diretta di quanto lunghi siano i tentacoli di alcune cosche della camorra e della ‘ndrangheta. Ramificazioni che raggiungono molti territori. Compreso quello salentino.

Sami Srl di Lecce, un nome che ricorre

Un tassello piccolo, a veder bene minuscolo, di un enorme mosaico, si ritrova a Lecce, dove fra le pieghe delle migliaia e migliaia di carte spunta il nome della Sami Srl. Solo una delle tante società cosiddette “cartiere”, cioè di comodo. Ovvero, secondo gli inquirenti, create ad hoc proprio per evadere il fisco. Un nome, quello della Sami Srl, non nuovo, per chi segue le cronache giudiziaria con attenzione.

Compare, infatti, già nella recente inchiesta Free Diesel della guardia di finanza di Lecce incentrata – non a caso – su una maxi frode con il gasolio agricolo e per la quale si è già avanti nella fase processuale, dato che per cinque fra gli indagati di quella vicenda è stato fissato il processo. Una sorta d’incrocio, dunque, fra inchieste con diverse somiglianze, ma con una differenza: nel caso dell’indagine condotta dalle Procure antimafia, si evince un profilo molto più alto. E appare più nitido l'inquientante legame con potenti clan.

Per questo, prima di tornare a parlare del ruolo della Sami Srl di Lecce, occorre capire quale sia il terreno sul quale ci si muove. A tale scopo, aiuta una ricostruzione diramata ieri dalla guardia di finanza sull’operazione, in riferimento alle indagini condotte, nello specifico, sull’asse Napoli-Roma, dove le rispettive Dda hanno fatto luce sugli interessi camorristici del clan Moccia e sulla Max Petroli Srl.

Il clan Moccia e i colletti bianchi del petrolio

Un’infarinatura sul clan Moccia: è ritenuto tra le più potenti e pericolose organizzazioni camorristiche in Italia e avrebbe capacità di stringere patti con esponenti di rilievo dei settori pubblico e privato per agevolare investimenti di capitali illeciti nell’economia, anche legale. Come in questo caso, cioè nel settore dei petroli. Un canale ritenuto di tale importanza strategica che ad occuparsene sarebbe stato direttamente un esponente di vertice del sodalizio, Antonio Moccia, attraverso contatti con professionisti, faccendieri e imprenditori del settore. Fra cui Alberto Coppola, 54enne napoletano. Il quale Coppola avrebbe utilizzato nelle proprie relazioni commerciali la parentela con Antonio Moccia, presentandosi all’occorrenza come suo cugino. Lo stesso Moccia avrebbe qualificato Coppola, pubblicamente, come suo cugino.

Attraverso una serie di operazioni societarie, il gruppo sarebbe entrato in rapporti con la Max Petroli Srl (ora Made Petrol Italia Srl) di Anna Bettozzi, 63enne di Roma, che ha ereditato l’impero del noto petroliere Sergio Di Cesare. E l’imprenditrice, trovandosi a gestire una società in grave crisi finanziaria, grazie alla conoscenza di Coppola sarebbe riuscita a ottenere forti iniezioni di liquidità da parte di vari clan di camorra, tra cui quelli dei Moccia e dei casalesi. In tal modo avrebbe risollevato le sorti dell’impresa, aumentando in modo esponenziale il volume d’affari, passato da 9 milioni di euro a 370 milioni di euro in tre anni, come ricostruito dal III Gruppo tutela entrate della guardia di finanza di Roma su delega della Dda capitolina, anche grazie alla trasmissione da parte della Procura di Napoli delle proprie risultanze investigative.

Ebbene, Anna Bettozzi avrebbe sfruttato non solo il riciclaggio di denaro della camorra, ma anche i classici sistemi di frode nel settore degli oli minerali, attraverso la costituzione di venti società “cartiere” per effettuare compravendite puramente cartolari in modo tale eludere con la Made Petrol le pretese erariali. E rifornendo i network delle cosiddette “pompe bianche” a prezzi ancor più concorrenziali. Da qui, anche un tenore di vita sontuoso: abitazioni, gioielli, orologi di pregio e auto di lusso.

Già, le auto. E i soldi. A maggio del 2019, l’imprenditrice fu fermata a bordo di una Rolls Royce alla frontiera di Ventimiglia. Si stava recando a Cannes per partecipare al festival del cinema. Aveva con sé 300mile euro in contanti. I successivi accertamenti presso il lussuoso albergo a Milano dove soggiornava, consentirono di rinvenire altri 1,4 milioni di euro, sempre in contanti, poi sottoposti a sequestro.

Nel frattempo, il clan Moccia avrebbe posto la base logistica per lo svolgimento delle attività fraudolente negli uffici napoletani di Coppola. Da qui sarebbero state coordinate le commesse di materiale petrolifero e organizzato il vorticoso giro di fatturazioni per operazioni inesistenti e i movimenti finanziari, esclusivamente online. Per il gruppo criminale, infatti, una volta disposti i bonifici relativi al formale pagamento del prodotto energetico sorgeva la necessità di monetizzare in contanti le somme corrispondenti all’Iva non versata all’erario dalle società cartiere.

Per la raccolta delle ingenti somme liquide derivanti dalla frode, il clan Moccia si sarebbe avvalso di una vera e propria organizzazione parallela, autonoma e strutturata, per il riciclaggio di elevate risorse finanziarie, gestita da “colletti bianchi”, attiva sia sui territori partenopeo e romano.

In pratica, le società “cartiere” gestite dal gruppo Coppola, una volta introitate le somme a seguito delle forniture di prodotto petrolifero, avrebbero effettuato con regolarità ingenti bonifici a società terze, simulando pagamenti di forniture mai avvenute. Poi, tramite la propria organizzazione territoriale, avrebbe provveduto ai prelevamenti in contanti e alle restituzioni tramite “spalloni”. Nello svolgere tale attività, questo gruppo avrebbe trattenuto per sé una percentuale su quanto incassato.

In sintesi: soldi provenienti dalle attività illecite dei clan sarebbero stati reinvestiti in un settore economico legale, quello dei petroli, per produrre altri proventi illeciti attraverso le frodi fiscali: un effetto moltiplicatore dell’illecito che finisce per annichilire la concorrenza, sia per i prezzi alla pompa troppo bassi per gli operatori onesti, sia perché questi ultimi indietreggiano quando capiscono che hanno di fronte imprenditori mafiosi.

La "cartiera" leccese e il rappresentante legale brindisino

A Lecce, come detto, c’era una di queste “cartiere”. E si arriva così nel Salento. Nelle carte compaiono diversi nomi, fra cui quello di Samuel Miacola, 31enne di Brindisi, che sarebbe stato rappresentante legale dal 30 novembre del 2015 della Sami Srl. E Miacola, esattamente come la Sami, compare fra gli indagati della summenzionata operazione Free Diesel. In questa nuova inchiesta, sono affiancati però i nomi ben più altisonanti di Virginia De Cesare, 28enne romana, dei già citati Anna Bettozzi e Alberto Coppola, più quello di Felice D’Agostino, 39enne della provincia di Teramo: tutti e quattro (a differenza di Miacola) destinatari di ordini di custodia cautelare, anche perché coinvolti in più situazioni.

Per quanto riguarda la Sami di Lecce, D’Agostino e Coppola sono ritenuti amministratori di fatto della società; Anna Bettozzi e Virginia Di Cesare, rispettivamente madre e figlia, invece, sono inquadrate nelle vesti “di sodali che hanno concretamente assicurato sino alla fase di fatturazione e seguito con il proprio lavoro l’organizzazione della vendita del prodotto della MaxPretoli per il tramite di società false esportatrici abituali - al duplice fine di consentire ai propri clienti […] di evadere il fisco detraendosi indebitamente l’Iva addebitata alla vendita e alla MaxPetroli di occultare la sua reale natura di soggetto passivo d’Iva”, emettendo fatture per operazioni soggettivamente inesistenti.

Nel periodo d’imposta 2017, sarebbero state emesse fatture per operazioni inesistenti per un imponibile pari a 5 milioni e 582.157,59 euro, con un’Iva pari a 1 milione e 228.074,71 euro e nel 2018 per un imponibile pari a 1 milione 747.331,45 euro con un’Iva pari a 375.567,32 euro da ritenersi indetraibile da parte del cliente. Nel 2019, per evadere le imposte, la società avrebbe omesso di presentare la dichiarazione Iva per l’anno 2018, pari a 375.567,32 euro su di un imponibile di 1 milione e 747.331, 45 euro. Tutti fatti avvenuti con l’aggravante di aver agito anche per agevolare organizzazioni criminali di stampo mafioso.

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