Cronaca

Petrolio e cozze nere: ecco cosa accadde al largo di Brindisi

Le magagne sono come le ciliegie, una tira l'altra. Sta accadendo nell'indagine della magistratura di Potenza che ha già provocato le dimissioni del ministro Federica Guidi: salta fuori infatti anche una vicenda brindisina. O meglio, un episodio accaduto venti miglia al largo del porto di Brindisi

BRINDISI – Le magagne sono come le ciliegie, una tira l’altra. Sta accadendo nell’indagine della magistratura di Potenza che ha già provocato le dimissioni del ministro Federica Guidi: salta fuori infatti anche una vicenda brindisina. O meglio, un episodio accaduto venti miglia al largo del porto di Brindisi, nella zona di estrazione petrolifera denominata FC2AG, in concessione ad Agip dal febbraio 1992 e in scadenza nel marzo del 2020, meglio nota come Aquila 2.

Una storie di cozze e di alterazione di un rilevamento scientifico, come si rileva dalle intercettazioni in possesso della procura lucana. Qui nel 2014 l’Ispra, l’Istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale, aveva collocato alcune gabbie contenenti mitili, ottimi bioindicatori di inquinamento marino perché questi molluschi filtrano e trattengono idrocarburi, metalli pesanti, agenti chimici.

sito mytiad 2 all'esterno della diga di punta riso, a brindisi-2Questo tipo di monitoraggio si chiama “mussel watch”, ed è un protocollo internazionale applicato in Mediterraneo in vari progetti finanziati con fondi dei programmi europei come Mytilos, Myrimed e Mytiad, in cui tra i partner c’è Ispra mentre l’istituto capofila è l’Ifremer francese. Con questi progetti sono state rilevate le concentrazioni di metalli pesanti, diossine, idrocarburi policiclici aromatici, policlorobifenili e altri elementi. Brindisi fu inserita nel 2008 nel progetto Mytiad, assieme a Taranto, con la collocazione di una gabbia di mitili poco all’esterno della testata della diga di Punta Riso.

mussel-watch-2Lo stesso protocollo fu adottato dall’Ispra per tenere sotto controllo l’impatto sull’ambiente marino delle attività estrattive della nave-piattaforma Fpso Firenze, che opera nel campo di estrazione Aquila 2. Le gabbie di mitili installate nel sito estrattivo al largo di Brindisi, però, pare non abbiano retto a lungo, con perdita dei molluschi che fungevano da bioindicatori. Cosa fecero i tecnici Eni che si erano accorti del problema? Le intercettazioni sono chiare. Non solo decisero di non comunicare all’Ispra l’accaduto, ma pensarono di sostituire i mitili perduti con altri da loro acquistati. La sostituzione ha alterato – rileva la procura di Potenza – i risultati del monitoraggio di eventuali livelli di inquinamento dovuti alle attività estrattive.

Nel cerchio, la concessione Eni denominata Campo Aquila-2La ripresa delle attività estrattive a Campo Aquila non era gradita alla Regione Puglia. L’1 marzo del 2013, l’allora assessore regionale all’Ambiente della giunta Vendola, Lorenzo Nicastro, aveva annunciato di aver trasmesso “in data odierna formale istanza di riesame in autotutela indirizzata al direttore generale per le Valutazioni Ambientali del Ministero dell'Ambiente, Mariano Grillo, relativamente al decreto di esclusione dalla procedura di Valutazione di impatto ambientale” dell’inizio di nuove attività da parte di Eni al largo di Brindisi. Era stata però la Provincia di Brindisi a insorgere.

La Fpso Firenze-2A metà dicembre 2012, l'ente contestò minuziosamente lo Studio di impatto ambientale presentato da Eni per l'istanza di sottomissione a Via dell'operazione a Campo Aquila, dove il gruppo energetico pubblico aveva intenzione di riattivare le attività estrattive dei pozzi 2 e 3 del sito offshore. La Provincia di Brindisi di Brindisi – con nota inviata, tra gli altri, al Ministero dell'Ambiente e alla stessa Regione Puglia - aveva concluso pronunciandosi per la necessità di sottoporre a Valutazione di impatto ambientale il progetto, ritenendo che sussistessero problemi sia di emissioni in atmosfera, che di aumento della concentrazione di idrocarburi in mare, che di impatto su flora e fauna marine. Il parere era stato firmato dal commissario straordinario Cesare Castelli e dal dirigente del Settore Ambiente ed ecologia, Pasquale Epifani.

Invece Aquila 2 ebbe il nulla-osta del governo senza Via, malgrado l’assessore regionale Nicastro avesse definito “lacunoso e parziale il lavoro di valutazione effettuato dalla Commissione Tecnica del Ministero, soprattutto in relazione ai rilevanti e negativi impatti ambientali connessi alla ripresa delle attività di coltivazione dei pozzi del Campo Aquila. La documentazione presentata dalla società proponente non evidenzia con il dovuto dettaglio le conseguenze delle operazioni previste sulla fauna marina adriatica”.

Nel settembre del 2014 la Capitaneria di Porto di Brindisi con ordinanza 87, a firma del comandante capitano di vascello Mario Valente, al termine di una istruttoria avviata dopo la richiesta dell’Eni del gennaio 2012 dichiarò interdetta in via definitiva la zona di estrazione, stabilendo una fascia di due chilometri dalla nave Fpso Firenze per il divieto di navigazione, e di 2900 metri per ancoraggio e pesca in profondità dal punto dove si trovano i pozzi. A rendere vani i controlli dell’Ispra ci hanno pensato invece, secondo la procura di Potenza, i due tecnici Eni intercettati. Su queste basi quali garanzie hanno le popolazioni costiere? E perché non si dovrebbe andare a votare al referendum quando basta qualche chilo di cozze nere per truccare la partita?

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