Cronaca Carovigno

"Diedero del mafioso al sindaco in consiglio": davanti al giudice sei del pubblico

I fatti nella seduta del 2012. Tra gli "offesi" anche il presidiente dell'assemblea. Si discuteva dell’accorpamento della provincia di Brindisi a quella di Lecce. Tra i testi, Roberto Fusco, Riccardo Rossi e Giovanni Brigante

BRINDISI – “Siete dei mafiosi”: la seduta già turbolenta del consiglio comunale sull’abolizione della provincia di Brindisi diventò ancor più incandescente quando qualcuno tra il pubblico presente si lasciò scappare quell’espressione che a distanza di tre anni è costata il processo a sei persone.

Claudio Di Rienzo, 61 anni, i figli Giuseppe, 32, e Fabrizio, 23, Marco Pesce, 24, Davide Taberini, 25, e Matteo Fatelli, 23, sono imputati con l’accusa di ingiuria – in concorso - nei confronti del sindaco di Brindisi, Mimmo Consales, e del presidente del consiglio comunale, Luciano Loiacono, entrambi costituiti parte civile in occasione della prima udienza che è svolta davanti al giudice di pace (penale).

“Durante una seduta del Consiglio comunale offendevano l’onore o comunque il decoro di Cosimo Consales, sindaco e legale rappresentante pro tempore del Comune di Brindisi, nonché di Luciano Loiacono, presidente del consiglio, rivolgendo all’indirizzo dei medesimi l’epiteto ingiurioso ‘mafioso’”, si legge nel capo di imputazione che tutti e sei gli interessatirespingono con forza.

Consales con il presidente del consiglio comunale Luciano LoiaconoIl processo ha preso il via ieri mattina e scaturisce dalla querela sporta dal primo cittadino e dal numero uno del consiglio comunale, entrambi espressione del Partito democratico, a distanza di diverse settimane dalla seduta, il 21 gennaio 2013.

Al centro del procedimento penale c’è la seduta del 20 novembre del 2012, raccontata dalle pagine di cronaca dei giornali, anche on line, come incandescente sul piano politico-amministrativo tenuto conto delle diverse posizioni dei consiglieri anche dell’area di centrosinistra rispetto alla proposta di accorpamento della provincia di Brindisi a quella di Lecce.

Se da un lato la decisione sulla cancellazione di Brindisi come capoluogo di provincia era stata già assunta dal governo nell’ottica del taglio delle spese, dall’altro a livello locale in quel periodo più di qualcuno rivendicava il diritto alla pronuncia dei diretti interessati, vale a dire dei consigli comunali.

A Brindisi l’argomento venne inserito nell’ordine del giorno come unico allo scopo di favorire il confronto con tutte le problematiche annesse alla dichiarazione di morte della provincia. E fu un susseguirsi di polemiche, volarono parole grosse anche tra i banchi, lontano dai microfoni e le scintille finirono per infiammare gli animi anche di qualcuno del pubblico.

Venne richiesto l’intervento dei vigili urbani per riportare l’ordine in aula e furono proprio gli agenti della polizia municipale a identificare sei persone tra il pubblico, quelle che sono finite a giudizio e che ora devono difendersi dall’accusa di ingiuria, per la quale sia il sindaco che il presidente del consiglio hanno chiesto di essere risarciti sul piano dell’immagine ritenuta gravemente lesa.

Nell’atto di costituzione di parte civile non c’è alcuna quantificazione: gli avvocati Massimo Manfreda per Consales e Gianvito Lillo per Loiacono hanno rimesso il tutto alla valutazione del giudice. I legali degli imputati, Massimo Ciullo e Latini, dal canto loro hanno eccepito una serie di questioni tecniche per difetto di querela.

Ciullo, difensore dei Di Rienzo padre e figli, ha sollevato dubbi sulla ritualità della querela sporta da Consales e Loiacono sostenendo che al momento della denuncia ad agire furono rappresentanti dall’Ufficio legale dell’amministrazione cittadina, mentre la costituzione di parte civile è avvenuta con avvocati differenti, Manfreda e Lillo, come privati cittadini.

“Delle due l’una”, sostiene Massimo Ciullo, in passato assessore comunale. “A questo punto invito sia il sindaco che il presidente del consiglio a visionare il filmato che loro stessi hanno indicato a titolo di prova per verificare che le accuse sono infondate, affinché la loro denuncia non si trasformi in un impedimento a manifestare il pensiero di dissenso”, continua facendo riferimento alle immagini registrate da alcune testate giornalistiche.

“Mi permetto di ricordare che si trattava di una protesta legittima e comunque quella parola non è mai stata riferita né al sindaco né tanto meno al presidente: dalle immagini si può vedere come sia stata pronunciata con riferimento a chi, poco prima, aveva fatto un gesto minaccioso  segnando il collo con il pollice della mano destra, simulando cioè il taglio della gola”.

Nella lista testi, l’avvocato Ciullo ha citato anche i consiglieri comunali che in quella seduta votarono contro la proposta di accorpamento: in elenco figurano Roberto Fusco, Riccardo Rossi e Giovanni Brigante, tutti appartenenti all’opposizione.

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