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Cronaca San Vito dei Normanni

Processo "The Wolf": un imputato lascia il carcere per i domiciliari

Accolta l'istanza del legale di un 50enne residente a San Vito Dei Normanni, che potrà tornare a casa, col braccialetto elettronico. È accusato di aver gestito una piantagione di marijuana nella disponibilità del clan della Scu

Un imputato 50enne, coinvolto nel processo scaturito dall'inchiesta "The Wolf", lascia il carcere per i domiciliari. Giuseppe Prete, nato a Ostuni e residente a San Vito Dei Normanni, torna a casa, con il braccialetto elettronico. Il gup Alcide Maritati ha dato l'ok, accogliendo l'istanza presentata dal legale dell'uomo, l'avvocato Giancarlo Camassa. Anche la pm titolare del fascicolo, la sostituta procuratrice Carmen Ruggiero, aveva espresso parere positivo. Il processo celebrato con rito abbreviato si sta svolgendo nell'aula bunker di Borgo San Nicola, il carcere di Lecce, davanti al giudice Maritati, del tribunale salentino. Le indagini sono state condotte dai carabinieri del Nor della compagnia di San Vito Dei Normanni e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, nella persona della pm Ruggiero. Sono sfociate il 18 luglio 2023 nell'arresto di diversi presunti membri del clan Lamendola - Cantanna, ritenuto parte della frangia mesagnese della Sacra Corona Unita.

Il processo a Lecce e le accuse

Mentre a Brindisi si celebra il processo con rito ordinario, a Lecce è in corso quello con rito abbreviato. Nell'udienza del 22 maggio scorso la pm Ruggiero ha invocato condanne per oltre tre secoli complessivi di reclusione, con "sconto" pari a un terzo della pena in caso di condanna, come previsto dal rito. I 30 imputati devono rispondere - a vario titolo - di associazione per delinquere di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, tentato omicidio, detenzione e porto illegale di armi da fuoco e da guerra, violenza privata, lesioni personali, estorsione, ricettazione, danneggiamento seguito da incendio e autoriciclaggio, tutti aggravati dal metodo mafioso, produzione, coltivazione, spaccio e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza.

Una piantagione di marijuana

Tornando a Giuseppe Prete, a lui non viene contestata l'associazione mafiosa. Non è ritenuto dagli inquirenti parte integrante del presunto sodalizio "made in Scu", ma sarebbe stato "partecipe" di un'altra (sempre presunta) sotto-associazione finalizzata al traffico di droga, imputazione che contempla l'aggravante mafiosa. Lui e altri 19 imputati avrebbero coltivato, importato, acquistato e detenuto a fini di cessione stupefacenti del tipo marijuana, hashish, cocaina ed eroina. In particolare, Prete, si sarebbe occupato, nella ricostruzione degli inquirenti, insieme a un altro presunto sodale, della gestione di una piantagione di canapa indiana. Marijuana, insomma, in agro di Latiano. Prete e altri imputati devono rispondere di un altro capo d'imputazione, riguardante sempre la piantagione di 777 esemplari di canapa indica. Su Prete pende una richiesta di condanna pari a sei anni di reclusione.

Il collegio difensivo

Andrea D'Agostino, Gianvito Lillo, Mauro Durante, Cinzia Cavallo, Dario Budano, Giancarlo Camassa, Danilo Cito, Giacomo Serio, Lolita Buonfiglio Tanzarella, Raffaele Missere, Antonino Curatola, Salvatore Rollo, Marcello Tamburini, Pasquale Angelini, Francesco Gentile, Pasquale Di Natale, Valentina Aragona, Michele Arcangelo Iaia, Vincenzo Farina, Pasquale Campagna, Vito Marrazzo, Livio Di Noi, Giacinto Epifani, Giuseppe Presicce, Giuseppe Antonio Cannarile, Emanuele Pierpaolo, Vito Epifani, Alberto Magli, Giacomo Serio, Vincenzo Nacci, Francesco Sozzi, Luigi Marinelli, Antonio Maurino, Danilo Di Serio, Ladislao Massari e Gianmarco Lombardi. L'unica parte civile in questo procedimento è l'associazione Libera, rappresentata in aula dall'avvocato Salvatore Lezzi.

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