Cronaca

Pronto soccorso nel caos: "Mio figlio e un'odissea che poteva finire male"

Ore interminabili di attesa, carenza di personale medico e una struttura colma di gente che soffre e cerca disperatamente che qualcuno, prima o dopo, emetta una diagnosi, dia una cura per il proprio malessere. Sono ancora numerosi i disagi e i disservizi che si registrano al Pronto soccorso dell'ospedale "Perrino" di Brindisi, dove il caos sembra prevalere sullo stato di salute dei pazienti

BRINDISI - Ore interminabili di attesa, carenza di personale medico e una struttura colma di gente che soffre e cerca disperatamente che qualcuno, prima o dopo, emetta una diagnosi, dia una cura per il proprio malessere. Sono ancora numerosi i disagi e i disservizi che si registrano al Pronto soccorso dell’ospedale “Perrino” di Brindisi, dove il caos sembra prevalere sullo stato di salute dei pazienti. 

A denunciare la situazione davvero poco rosea, l’architetto Carlo Faccini, coinvolto in prima persona insieme con suo  figlio in una disavventura. 

Erano circa le ore 19 di ieri (lunedì 6 luglio) quando entrambi son tornati in ospedale perché il figlio che, già poche ore prima aveva accusato un fastidioso mal d’orecchio per cui il medico di turno in reparto gli aveva somministrato delle gocce curative, lamentava forti dolori addominali che a mala pena gli consentivano di reggersi in piedi. Arrivati al pronto soccorso Faccini e suo figlio si sono imbattuti in una storia che sembrava essere senza fine, dal momento che quella alla quale assistevano e che avevano davanti agli occhi sembrava una “scena – dice Faccini – di un film: circa trenta  barelle tutte occupate, una cinquantina di persone tra parenti e pazienti, alcuni dei quali provenienti dalla provincia di Brindisi e due soli medici  a disposizione, impegnati a gestire un via vai inverosimile.”

Tra dolori e fastidi, con una flebo attaccata e un prelievo effettuato appena arrivati, l’attesa è durata cinque ore, fino a mezzanotte nel momento in cui Faccini ha sollecitato gli addetti ai lavori, chiedendo loro di intervenire in quanto la situazione stava diventando insostenibile.  “Solo allora, infatti, mio figlio – prosegue - è stato  sottoposto ad una ecografia dalla quale sono emerse delle anomalie, senza che fosse, però, molto chiaro se si trattasse di liquido o di aria presenti nell’addome. Alle 3 la diagnosi fatta, prima di rientrare a casa, parlava di gastroenterite da curare mangiando in bianco, con thè e fermenti lattici.”

Ma la storia non è finita, visto che questa mattina (martedì 7 luglio) Faccini e suo figlio che a fatica si reggeva in piedi e continuava a camminare curvo, hanno fatto rientro in ospedale. 

“Oggi – racconta ancora l’architetto – vedendo che aveva ancora dolore, l’ho riaccompagnato al Pronto soccorso, dove, dopo averlo visitato, si sono accorti che la diagnosi fatta qualche ora prima non era quella esatta e che, al contrario, si trattava di una peritonite perforata per la quale era necessario un intervento chirurgico ad altissimo rischio. Più ci penso, più mi sembra assurdo. Comunque – conclude Faccini -  per il momento voglio pensare alla salute di mio figlio, dopodiché, posso dire, che andrò a fondo della questione e se sarà il caso, procederò legalmente.”

Insomma, una vera odissea. Del resto, l’attuale Astanteria del Perrino, riattivata nello scorso mese di giugno e oggi identificata con l’acronimo Obi (Osservazione breve intensiva), non poteva  certo risolvere il problema dell’elevato numero di accessi in Pronto soccorso. E la conferma di ciò arriva proprio dal primario, il dottor Erminio Greco. 

“E’ chiaro che – spiega Greco - l’Astanteria serve, ma non risolve tutti i problemi: i posti letto sono sei e, tra l’altro, a disposizione solo per certe patologie. Non bisogna, poi, dimenticare che stiamo parlando non di un reparto di degenza, ma di un’area del pronto soccorso dove si può restare in osservazione per non più di 36 ore. Una volta chiarito il quadro clinico, infatti, il paziente viene trasferito per il ricovero oppure torna a casa. In ogni caso, ripeto, lo spazio a disposizione è quello che è e non può rappresentare certo una soluzione al problema del sovraffollamento di persone, causa di ore di attesa. Ciò ancor più in estate dove in pronto soccorso si registrano 40/50 ingressi al giorno.”

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