Domenica, 17 Ottobre 2021
Cronaca

Perchè si ha paura dell'uomo nero. Studi scientifici e pregiudizi sull'immigrazione

Il 20 giugno è stata celebrata la “Giornata del rifugiato” ma ormai da innumerevoli settimane, giornali e telegiornali dedicano l’apertura delle prime pagine al drammatico esodo che spinge quotidianamente centinaia di esseri umani verso traversate della disperazione: deserto, montagne o mari, poco importa, l’importante è scappare dal proprio paese d’origine per sopravvivere

Il 20 giugno è stata celebrata la “Giornata del rifugiato” ma ormai da innumerevoli settimane, giornali e telegiornali dedicano l’apertura delle prime pagine al drammatico esodo che spinge quotidianamente centinaia di esseri umani verso traversate della disperazione: deserto, montagne o mari, poco importa, l’importante è scappare dal proprio paese d’origine per sopravvivere.

In realtà, i flussi migratori italiani, seppur in leggero aumento, non giustificano statisticamente il grande rilievo dato dai mass-media, attentissimi a raccontare il fenomeno, ma poco inclini alla sua comprensione. Il risultato è presto detto: l’effetto clamore innalza gli ascolti, scalpore che si traduce in punti share, fondamentale per la raccolta pubblicitaria della testata giornalistica nazionale, e il pensiero di massa si omologa e concentra sulla questione momentanea, riversandoci inconsciamente tutte le problematiche del vivere quotidiano.

Queste dinamiche sono ben conosciute e utilizzate dagli addetti ai lavori ma, quando si parla di immigrazione e popoli, si toccano tasti sensibili che fanno breccia in una parte della società. Evitando di dilungarsi sulla non veridicità di decine di post di dubbio gusto che circolano sulla rete, finalizzati ad aumentare la paura e lo sdegno verso ciò che è “diverso” da noi, risulta davvero sorprendente apprendere come studi neuro scientifici abbiano tracciato la genesi del razzismo.

Questa modalità di pensiero, in auge nei momenti più drammatici della storia dell’uomo, è il risultato di una serie di fattori che si innescano nella vita di alcuni individui.  Quando fiduciosamente ci addentriamo nelle argomentazioni di chi propone la protezione razza italica (in modo tragicomico ripreso in questo video o di chi respingerebbe l’uomo nero perché non c’è posto per i lavoratori in Italia, non possiamo fare a meno di notare la povertà di argomentazioni ed informazioni a supporto di queste tesi.

Ma cosa spinge alcuni cervelli a seguire questi pregiudizi? Da studi effettuati nella University of California e da un’equipe di neuroscienziati italiani che ha visto il proprio studio pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Current Biology, emerge che la nostra psiche non nasce  con un’avversione verso ciò che è diverso ma, in alcuni contesti culturalmente chiusi, dopo l’adolescenza si innescano processi di pensiero capaci d’interessare i nuclei amigdalici, provocando emozioni di paura, che si traducono in comportamenti tendenti alla ritrosia e al respingimento di ciò che è discorde dal cono d’ombra che ha caratterizzato la propria percezione.

Un famoso esperimento della sopra citata Università della California ha preso in considerazione un campione di bambini e adolescenti sottoposti a imaging a risonanza magnetica (MRI), mentre sfogliavano una rivista con immagini di individui di varie etnie. La visione di persone con un colore di pelle diverso non attivava nessun circuito cerebrale fuori dalla norma, fattore che invece cambia (con sensazioni di paura), nella tarda adolescenza, solo negli individui che hanno vissuto in contesti culturali chiusi senza mescolanza di etnie e popolazioni.

A scanso di equivoci, va detto che non esiste alcuna correlazione dimostrabile tra la ricchezza di un popolo e la sua chiusura verso gli altri popoli. Si è avuto modo di osservare, inoltre, che gli individui portatori di timori e preconcetti verso altre etnie a lungo andare mostravano un decadimento nelle abilità di immedesimazione del dolore fisico, se questo veniva provato da una persona con un colore di pelle diverso.

Viene a decadere, quindi, uno dei processi fondamentali alla base della conservazione della specie: la simbolizzazione del dolore come evento traumatico e da evitare verso me e i miei simili. Il cervello di individui portatori di preconcetti razzisti, durante gli esperimenti di laboratorio, ha elaborato il dolore come un evento spiacevole se esercitato su una pelle chiara, mentre si è mostrato indifferente su una pelle di colore diverso.

Scardinare questi circoli viziosi è estremamente complicato, soprattutto se sono saldamente radicati con l’identità dell’individuo. Tali pensieri automatici diventano la risposta, ed al contempo la causa, di molte frustrazioni che alcune persone devono affrontare quotidianamente, con una visione del mondo percepita mediante l’utilizzo di lenti distorte.

Fermo restando principi importantissimi, quali l’integrazione e il rispetto delle regole e della cultura del paese ospitante, l’educazione per le prossime generazioni dev’essere orientata ancor  più all’affascinante percorso che la specie umana ha intrapreso sin dagli albori della sua comparsa. Un’evoluzione straordinaria resa tale dall’incontro di saperi e conoscenze diverse, una miscellanea di incontri.

Tanto per fare qualche esempio, i comuni numeri 1, 2, 3, 4 sono arrivati in Europa tramite i matematici arabi, e studi hanno dimostrato che l’impianto genetico dominante nella popolazione italiana, tramite l’osservazione degli aplotipi del cromosoma Y, presenta le stesse tracce cromosomiche delle popolazioni scandinave, basche e balcaniche, tutte popolazioni che hanno in comune un’immensa e grande “immigrazione” avvenuta dall’Africa 200.000 anni addietro. (v.brugnola@libero.it)

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