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“Quello non è il dna dei ragazzi arrestati per rapina”

Ricorso al Tribunale delle libertà per i brindisini Alfonso Polito, Vincenzo Trono e Francesco Franchin in carcere da un mese: sono accusati di aver messo a segno cinque colpi in un anno.Per la Procura ad incastrarli c'è il profilo genetico ricavato da un passamontagna, un cacciavite e in guanto. In un'altra inchiesta sono accusati di essere affiliati alla Sacra Corona Unita

BRINDISI – Per la Procura di Brindisi Alfonso Polito, Vincenzo Trono e Francesco Franchin, tutti nati e residenti nel capoluogo, sono senza ombra di dubbio gli autori di cinque rapine in un anno perché nei negozi presi di mira hanno lasciato la loro firma sotto forma di “dna”. Prova scientifica che oggi i difensori cercheranno di far cadere discutendo il ricorso davanti al Tribunale del Riesame.

Il tribunale e la procura di LecceSecondo gli avvocati Laura Beltrami e Cinzia Cavallo, difensori di fiducia dei quattro indagati, in carcere da un mese, quello non sarebbe il loro dna, unico grave indizio di colpevolezza contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare chiesta dal pubblico ministero Savina Toscani, firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Maurizio Saso, ed eseguita dai carabinieri della compagnia di Francavilla Fontana. O quanto meno, secondo la difesa, non è stato ricavato in maniera rituale. Sotto inchiesta con accusa identica c’è anche Antonio Grassi, anche lui in carcere, per il quale al momento non c’è alcuna istanza al Riesame.

Nel provvedimento di arresto non ci sono intercettazioni telefoniche o ambientali, ci sono le immagini ricavate dalle registrazioni delle telecamere di videosorveglianza ma l’impianto accusatorio è imbastito sulla prova di natura scientifica, ritenuta granitica, dal momento che i carabinieri hanno eseguito “accertamenti sui reperti in sequestro dai quali è stato possibile estrapolare il profilo genetico del Dna, successivamente comparato con esito positivo con quello degli odierni indagati”.L’informativa conclusiva sui colpi contestati ai brindisini porta la firma del tenente Roberto Rampino e risale al 7 settembre 2015.

Vincenzo Trono Francesco FranchinPer  Trono, il dna è stato ricavato da un cacciavite, per Franchin da un passamontagna (nella foto accanto i due indagati)  e per Polito e Grassi da un guanto (in basso gli altri due indagati). Cacciavite, passamontagna e guanto sono stati trovati nelle auto di volta in volta usate per i colpi e poi abbandonate. Nel caso di Grassi, inoltre, la prova della partecipazione alle rapine deriva dalle immagini del sistema di videosorveglianza dei supermercati e da un tatuaggio: una delle telecamere ha ripreso un giovane in azione che sul dorso della mano destra aveva un elmo romano, esattamente identico a quello di Grassi.

Le rapine al centro delle indagini  sono cinque: ai danni di una tabaccheria situata in via Carducci il 24 febbraio 2014, del supermercato Dok di Mesagne il 9 marzo 2014, del supermercato “Super Brio” di Torchiarolo il 7 marzo 2014, della tabaccheria Leo di San Donaci il 15 aprile 2014, della tabaccheria “Mordi e fuggi” di Mesagne il 3 maggio 2014. Oltre all’accusa di rapina, i quattro rispondono di ricettazione, porto e detenzione illegale di arma da fuoco e lesioni personali aggravate.

Alfonso Polito-2Antonio Grassi copiaGli indagati hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, preferendo restare in silenzio in sede di interrogatorio di garanzia. Sette giorni prima, come si ricorderà, gli stessi sono stati arrestati nel blitz della Dda di Lecce “The Beginners” nell’ambito dell’inchiesta sull’esistenza di un’articolazione della Sacra Corona Unita operante a Brindisi, come diramazione del cosiddetto gruppo mesagnese, ritenuto storico dell’associazione di stampo mafioso.

Grassi, Trono, Polito e Franchin in quell’ordinanza sono stati ritenuti i volti nuovi della Scu, giovani della generazione 2.0, quella attuale della mala, riconducibili al gruppo che – sempre per la Dda – sarebbe stato guidato da Luca Ciampi, nato e residente nel capoluogo, ora ristretto nel carcere di Foggia, a sua volta affiliato a Tobia Parisi indicato al vertice del cosiddetto clan dei mesagnesi sopravvissuto da un lato ai blitz e dall’altro alle collaborazioni che ha svelato i segreti del sodalizio di stampo mafioso. Prima fra tutte quelle di Ercole Penna, seguito da Cosimo Guarini e Francesco Gravina detto il Gabibbo.

Per tutti il Riesame ha confermato la misura cautelare, mantenendo intatta l’impostazione della Direzione distrettuale antimafia di Lecce.

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