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Massimo Pasimeni

Massimo Pasimeni

Racket, confermata condanna Pasimeni

MESAGNE - Furono estorsioni con metodo mafioso quelle compiute da “Piccolo Dente”, al secolo Massimo Pasimeni, e da Carmine Campana. E’ stata infatti confermata in parte in Appello, con uno sconto di quattro mesi, per entrambi la sentenza di condanna emessa in primo grado dal Tribunale di Brindisi, eccezion fatta per il capo di imputazione che coinvolgeva, in qualità di vittima, il titolare della rivendita Cantina Due Palme di Mesagne.

MESAGNE - Furono estorsioni con metodo mafioso quelle compiute da "Piccolo Dente", al secolo Massimo Pasimeni, e da Carmine Campana. E' stata infatti confermata in parte in Appello, con uno sconto di quattro mesi, per entrambi la sentenza di condanna emessa in primo grado dal Tribunale di Brindisi, eccezion fatta per il capo di imputazione che coinvolgeva, in qualità di vittima, il titolare della rivendita Cantina Due Palme di Mesagne.

Il conto è pari a 8 anni per Pasimeni, 5 anni per Campana. Sono entrambi difesi dall'avvocato Marcello Falcone. Per gli altri tre imputati, tra cui Gioconda Giannuzzo, moglie di Pasimenti, i giudici non accolsero le richieste dell'accusa, sostenuta dal pm della Dda, Alberto Santacatterina, pronunciandosi in favore dell'assoluzione.

L'operazione fu battezzata "Codice da Vinci" (è evidente il collegamento con Gioconda e con Leonardo Da Vinci) e portò in carcere Massimo Pasimeni il 25 febbraio del 2010 dopo quattro anni di libertà. Pasimeni aveva lasciato il carcere nel 2006 ed era presto finito sotto la lente degli investigatori, in particolare degli agenti della Squadra mobile di Brindisi (allora diretti dall'attuale primo dirigente Francesco Barnaba) e del commissariato di Mesagne (al timone del vicequestore aggiunto Sabrina Manzone).

A indicare le responsabilità di Pasimeni fu il nipote Giuseppe Panico che il 27 ottobre 2009, seduto dinanzi al pubblico ministero Lino Giorgio Bruno fece mettere a verbale di aver compiuto estorsioni assieme allo zio e ad altre persone. La polizia e il pm Giorgio Lino Bruno hanno ricevuto da Panico, nel corso di spontanee dichiarazioni rese il 27 ottobre 2009, la conferma delle responsabilità degli indagati in alcuni episodi, ma le indagini avevano già inquadrato il bersaglio e a Carmine Campana era stata piazzata una microspia piazzata dagli investigatori nella sua Fiat Bravo.

Panico parò del presunto pizzo pagato dal gestore della locale rivendita della Cantina Due Palme, Daniele De Cillis, costretto a versare prima 500 e poi 800 euro a fronte della fornitura - non desiderata - di una partita di vino truffata ad una cantina di Latiano, e dell'affare delle auto usate che Pasimeni acquistava presso Donato Apruzzi a San Michele Salentino consegnando in cambio assegni bancari firmati da Vincenzo Antonio Campana, regolarmente scoperti, sino a determinare una sofferenza di 150mila euro al commerciante. Entrambe le presunte vittime, chiamate a testimoniare nel processo, non confermarono di aver subito richieste estorsive.

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