Cronaca

Rapina all’Ipercoop, confessa uno dei quattro brindisini arrestati

Cristian Ferrari ai giudici del Riesame: “E’ vero, sono uno dei banditi dell’assalto nella gioielleria”. Incastrato dalle tracce di sangue su pezzi di vetro. Francesco Colaci respinge le accuse: “Non è mio quel dna, guanti usati per fare motocross”. Entrambi restano in carcere. Per Sinisi e Di Lena si attende la pronuncia, ma pesano le intercettazioni dopo l’omicidio Tedesco

Un'immagine tratta dalle registrazioni delle telecamere di Follie d'Oro, la gioielleria dell'Ipercoop

BRINDISI – “Sì, è vero: sono io uno dei banditi della rapina nella gioielleria Ipercoop di Brindisi”.

Cristian Ferrari-2Ha confessato Cristian Ferrari, 23 anni, brindisino, in carcere dallo scorso 11 maggio per l’assalto da Follie d’Oro, per un bottino del valore da centomila euro, avvenuto il 3 dicembre 2014. L’indagato ha deciso di rompere il silenzio e lo ha fatto parlando in prima persona, solo per sé ammettendo la sua partecipazione, l’altro ieri davanti ai giudici del Tribunale del Riesame di Lecce, ai quali il suo avvocato Daniela d’Amuri, aveva chiesto un’attenuazione della misura cautelare con il riconoscimento dei domiciliari. Richiesta negata dal collegio, le cui motivazioni saranno depositate fra 45 giorni.

Resta in carcere anche Francesco Colaci (foto in basso), stessa età di Ferrari, per il quale l’istanza dinanzi al Riesame è stata discussa dall’avvocato Mauro Durante secondo il quale non ci sono elementi tali da ritenere certa la presenza del suo assistito nella gioielleria presa di mira dalla banda. Il penalista ha contestato i gravi indizi evidenziati nell’ordinanza di custodia chiesta dai pubblici ministeri Jolanda Daniela Chimenti e Milto Stefano De Nozza e firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi Maurizio Saso.

Francesco Colaci-2Si tratta del profilo genetico ricavato da tracce lasciate sui guanti trovati nell’auto usata per il colpo, una Giulietta Alfa Romeo rubata a Carovigno: la scientifica hanno isolato alcune impronte miste attribuite a Ferrari e a Colaci. Per Ferrari, l’altro grave indizio è il dna è stato ricavato da tracce di sangue su frammenti di vetro delle couvette trovati sia all’interno della gioielleria che un porta-preziosi lasciato accanto allo sportello dell’auto, probabilmente nella fuga. Mentre per Colaci c’è quella traccia mista che per il difensore ha una spiegazione, se si considera che l’indagato ha usato quei guanti facendo motocross, per cui non sarebbe possibile arrivare alla matematica certezza della partecipazione del ragazzo al colpo all’Ipercoop.

Il Riesame, come si diceva, ha confermato l’arresto in carcere anche per Colaci, mentre deve ancora esprimersi sulle istanze che attengono alle posizioni degli altri due indagati, Angelo Sinisi, (arrestato di recente per scontare una pena definitiva), Antonio Di Lena, entrambi 29 anni e che sono state discusse ieri dall’avvocato Laura Beltrami. La penalista ha chiesto l’attenuazione della misura, ma nei confronti dei due pesano indizi diversi dal dna, ritenuti ugualmente gravi dal gip che ha firmato il provvedimento d’arresto perché si riferiscono al contenuto di alcune intercettazioni ambientali disposte nell’inchiesta sull’omicidio di Cosimo Tedesco, morto in ospedale per le ferite riportate dopo la sparatoria del primo novembre 2014 davanti ai condominio di piazza Raffaello.

SINISI Angelo, classe 1987-2Gli inquirenti all’epoca avevano il sospetto che dietro quei colpi di pistola successivi a una lite tra bambini nel corso di una festa in maschera, potessero essere coinvolte in qualche modo due famiglie, quella di Alessandro Coffa e quella di Andrea Romano. Da qui la richiesta di ascoltare le conversazioni tanto nelle auto, quanto nelle abitazioni dove hanno parlato Alessandro Coffa, Angelo Sinisi (foto accanto) e Antonio Di Lena (foto in basso), convocati dal primo nella sua casa a Sant’Elia, piazza Raffaello, “su ordine di Andrea Romano che in quel periodo era latitante al pari di Alessandro Polito, cognato di Francesco Coffa”.

Era un momento particolare per la criminalità brindisina, secondo quanto ha scritto il gip nell’ordinanza di arresto eseguita all’alba di oggi perché “Romano e Polito poco avevano gradito un’azione criminale così efferata che aveva avuto come unico effetto quello di stringere le maglie del controllo ad opera delle forze di polizie”.

L’11 dicembre 2014 Alessandro Coffa chiama a raccolta i ragazzi per rimproverare il gruppo della rapina e per i pm e il gip è questa la conversazione intercettata che vale più di un indizio, praticamente una prova, tanto da definire “granitico il quadro a carico degli indagati”: Coffa “riteneva di redarguirli per aver posto in essere l’azione nel periodo di latitanza dei due ricercati per omicidio, senza neppure una preventiva comunicazione a Romano”. Dal canto loro, Sinisi e Di Lena si giustificano sostenendo che “i due latitanti non fossero più a Brindisi”, perché c’era chi sosteneva che fossero in Francia o comunque lontano da casa, e aggiungendo che quella gioielleria non fosse sotto la protezione di nessuno. In altri termini, non avevano pestato i piedi ad altri, né tanto meno avevano mancato di rispetto i grandi.

Antonio Di Lena-2A quell’incontro non si presentano però Francesco Colaci che risiede al piano superiore nella palazzina in cui vive Coffa e Christian Ferrari che verranno riconvocati il 16 dicembre da Sinisi per affrontare il discorso sulla  “la somma di tremila euro da consegnare ai latitanti, come compenso per i danni provocati dalla rapina commessa”. Somma che Sinisi avrebbe consegnato a Coffa, per girarlo al solo Romano, niente invece sarebbe stato dato a Polito, arrabbiatosi di nuovo al punto da scrivere una lettera a Colaci.

 Manca il quinto del gruppo che assaltò la gioielleria: è l’unico a essere rimasto ancora libero ed è l’autista, brindisino anche lui, rimasto nell’Alfa Romeo a tenere sotto controllo la via di fuga. Non sono stati trovati i gioielli e neppure i fucili a canne mozzate usati.

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