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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
Cronaca

Rapina e tentata estorsione mafiosa, indagati in silenzio. Mistero sulle armi

Facoltà di non rispondere davanti al gip per i fratelli Vincenzo e Vito Bleve e per Dario e Pierpaolo Fai

BRINDISI – Hanno scelto il silenzio i quattro brindisini, residenti nella frazione di Tuturano, fermati dagli agenti della Mobile per la rapina avvenuta nell’ufficio postale di Merine minacciando gli impiegati con un Kalashnikov e una tentata estorsione ai danni di un imprenditore, spendendo il nome della Scu.

Gli interrogatori 

vincenzo bleve-2I fratelli Vincenzo Bleve, 49 anni, Vito Bleve, 44, Dario Fai, 51, e Pierpaolo Fai, 45, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere dinanzi al gip del Tribunale salentino, al quale i pm della Procura Antimafia hanno chiesto l’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere per tutti, sulla base di gravi indizi ed esigenze cautelari, nell’ambito dell’inchiesta chiamata Rent a car. Il nome scelto per tenere a battesimo il blitz si riferisce al fatto che prima del colpo nell’ufficio postale, uno dei quattro prese a noleggio un’auto (rent a car, appunto) per un sopralluogo necessario all’organizzazione dell’irruzione.

Vincenzo Bleve e Pierpaolo Fai sono difesi dall’avvocato Giuseppe Guastella, Vito Bleve dall’avvocato Maurizio Fisiola e Dario Fai da Danilo Di Serio. L’accusa legata al tentativo di estorsione aggravata dal metodo mafioso è contestata a Dario e Pierpaolo Fari e a Vincenzo Bleve, quella della rapina a tutti e quattro.

Le indagini e le armi

vito bleve-2Sono stati fermati in esecuzione del decreto firmato dai magistrati del pool Antimafia per il pericolo di fuga, ritenuto concreto e attuale, stando agli elementi raccolti dai poliziotti titolari della delega di indagine. Nel corso degli accertamenti sono emersi collegamenti con la frangia cosiddetta tuturanese della Sacra Corona Unita. Ruolo di primo piano è stato contestato a Vincenzo Bleve, vecchia conoscenza dei poliziotti della Mobile di Brindisi. Le verifiche e le perquisizioni non hanno portato alla scoperta del nascondiglio delle armi: i quattro avrebbero avuto anche la disponibilità di almeno un Kalashnikov, usato per irrompere nell’ufficio postale di Merine, in provincia di Lecce, la mattina dello scorso primo ottobre.

La rapina

Entrano in azione subito dopo l’apertura della sede, attorno alle 9, orario di entrata di piccoli della scuola materna che si trova accanto. Il rapinatore armato di fucile usò la canna per picchiare uno dei dipendenti e costringerlo ad aprire la cassaforte. Stando alla ricostruzione evidenziata nel decreto di fermo, il direttore cercò di spiegare che non si poteva aprire essendoci un dispositivo elettronico.

dario fai-2I banditi, tutti a volto coperto, a quel punto optarono per la fuga. Temevano l’arrivo delle forze dell’ordine. Riuscirono a portar via 1.200 euro, somma custodita nei cassetti di alcuni dipendenti.

I momenti della rapina furono ripresi dalle telecamere interne ed esterne nel sistema di videosorveglianza dell'ufficio postale. 

La tentata estorsione

La seconda accusa è stata mossa nei confronti di Vincenzo Bleve, Dario Fai e Pierpaolo Fai: tentata estorsione aggravata da modalità mafiose ai danni del titolare di un’impresa agricola del Brindisino.

pierpaolo fai-2Si sarebbero presentati nella sua tenuta spendendosi come “quelli della Scu”, l’associazione di stampo mafiosa ancora attiva sul territorio, stando alle inchieste della Dda di Lecce. Denaro contante in cambio di protezione, una sorta di assicurazione contro qualsiasi tipo di evento con la garanzia che a "guardare" nel senso si sorvegliare l'azienda, ci sarebbero stati loro, riconducibili alla frangia tuturanese della Sacra corona unita.

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