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Rapine, furti ed estorsioni: per "Farm House" chiesti 59 anni di carcere

BRINDISI - Furono arrestati il 22 gennaio del 2004. L’operazione la Squadra mobile di Brindisi l’aveva denominata “Farm House” perché i protagonisti compivano rapine e furti soprattutto nelle campagne di Carovigno, San Vito, Ceglie Messapica, nel Tarantino e persino a Locorotondo. Le indagini partirono dopo che un anziano contadino di Ceglie Messapica, che viveva in campagna con la moglie, fu assaltato da non meno quindici persone. Si barricò in casa, prese il fucile da caccia e sparò attraverso la porta uccidendo Carmine Mola di S.Vito.

BRINDISI - Furono arrestati il 22 gennaio del 2004. L'operazione la Squadra mobile di Brindisi l'aveva denominata "Farm House" perché i protagonisti compivano rapine e furti soprattutto nelle campagne di Carovigno, San Vito, Ceglie Messapica, nel Tarantino e persino a Locorotondo. Le indagini partirono dopo che un anziano contadino di Ceglie Messapica, che viveva in campagna con la moglie, fu assaltato da non meno quindici persone. Si barricò in casa, prese il fucile da caccia e sparò attraverso la porta uccidendo Carmine Mola di S.Vito.

Oggi il pubblico ministero Giuseppe De Nozza ha chiesto la condanna delle undici persone tuttora imputate (altre hanno già chiuso il conto patteggiando in precedenza) a complessivi cinquantanove anni di carcere.

Gli imputati, quali promotori dell'associazione per delinquere, sono tutti membri della famiglia Schiena, sanvitesi che vivono in parte in una masseria presso Specchiolla, per i quali la pubblica accusa ha chiesto: per Cosimo, otto anni di carcere, per Ivano, otto anni, per Tommaso sette anni e otto mesi, per Vincenzo, otto anni e un mese. Per gli altri imputati De Nozza ha chiesto: sette anni e otto mesi di carcere per Francesco Urbano; tre anni per Giuseppe Barletta; due anni per Giuseppe Iaia; tre per Nicola Pastorella; quattro per Stefano Lanzillotta; tre anni e otto mesi per Giovanni Mola; quattro anni per Antonio Meo. In tutto cinquantanove anni e un mese di carcere.

Nel corso della requisitoria, prima di formulare le richieste, De Nozza ha ricostruito tutti gli episodi criminosi di cui il gruppo di imputati si sarebbe reso promotore. Un'associazione malavitosa, secondo l'accusa, costituita dai quattro fratelli carovignesi. Tutti e quattro corresponsabili, ha detto De Nozza, della creazione di questo gruppo che in sei mesi era sospettato di aver messo a segno 47 rapine, 148 furti, non meno di 23 cavalli di ritorno (la tangente pagata per restituire la vettura rubata), pestaggi, aggressioni, sequestri di persona. Un sanvitese, Erminio Guarini, fu sequestrato assieme al figlio, chiuso nel bagagliaio della vettura, picchiato e minacciato di morte perché rivelasse il nascondiglio di una grossa somma in denaro. Rimase in ospedale per 20 giorni.

Una banda di violenti, stando alle indagini svolte dai poliziotti coordinati dall'allora dirigente Angelo Loconte. Agivano sempre in gruppo. E picchiavano. Una sera, a San Vito, un giovane notò due persone vicino alla sua vettura. Si avvicinò e fu aggredito da Carmine Mola e Vincenzo Schiena. Che, come se non bastasse, chiamarono a sostegno altri due della banda e il poveretto finì in ospedale.

Nelle more del processo, come si diceva, alcuni hanno patteggiato, mentre gli altri hanno ottenuto la libertà e sono in attesa di sentenza. Subito dopo le richieste di De Nozza, il tribunale (presidente Perna, giudici De Angelis e Stasi) hanno rinviato per la discussione. Ci saranno le arringhe degli avvocati De Leonardis, Epifani, Magli e Annicchiarico. E quindi la sentenza.

Piero Argentiero

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