Cronaca

Corruzione e peculato, primi ricorsi al Riesame per gli arrestati della Forestale

“Non ci sono gravi indizi di colpevolezza e neppure pericoli di inquinamento prove o reiterazione”. Oggi intanto interrogati i quattro indagati ai domiciliari: qualcuno si è professato innocente, altri hanno optato per la facoltà di non rispondere

BRINDISI – Ci sono i primi ricorsi al Tribunale del Riesame e le prime istanze al gip nella speranza di ottenere la revoca della misura che vuol dire libertà dopo gli arresti scattati nell’ambito dell’inchiesta che si è rivelata un terremoto negli uffici della Forestale di Brindisi.

Confida nella pronuncia dei giudici di Lecce Massimo Rosselli, nato a Ostuni, ma residente a Ceglie Messapica, che da una settimana è ristretto ai domiciliari, nella sua abitazione e che questa mattina si è presentato davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi che ha firmato l’ordinanza di arresto chiesta dal pm Milto Stefano De Nozza: ha optato per la facoltà di non rispondere d’intesa con il suo avvocato di fiducia, Augusto Conte, fra i primi a presentare ricorso al Riesame sostenendo che non ci sono gravi indizi di colpevolezza, né tanto meno esigenze cautelari in relazione ai capi di imputazione contestati.

Secondo il penalista è possibile sostenere l’inoffensività dei fatti, anche in relazione alla quantificazione sul piano economico, così come è da escludere il pericolo di reiterazione del reato al pari di quello di inquinamento delle prove. E’ tutto scritto nell’istanza depositata già il 10 novembre scorso.

Rosselli è accusato di peculato in concorso con Gianfranco Asciano (difeso da Vito Epifani), finito in carcere in relazione a episodi corruttivi contestati assieme all’imprenditore di Brindisi Vittorio Greco, anche questi ristretto nella casa circondariale di via Appia (difeso da Gianvito Lillo). Peculato per essersi appropriati di circa 400 cartucce di cui avevano il possesso per ragioni d’ufficio e comunque per servizio, facenti parte di un lotto di munizioni, oggetto di un provvedimento di  confisca e ordine di distruzione emesso dal Tribunale di Brindisi, ufficio del Gip, alla cui esecuzione erano stati delegati mediante consegna al nucleo artificieri della questura di Bari. Fatto avvenuto – si legge – a febbraio 2011.

I due della Forestale, inoltre, sono accusati di falsità ideologica perché “al fine di realizzare ovvero occultare la condotta precedente  consegnavano a un ispettore della Forestale di Bari 1650 cartucce dichiarando che ammontavano a 2050.

Il fratello di Massimo Rosselli, Giovanni, responsabile della stazione di Ostuni del Corpo forestale dello Stato, ha scelto invece di affrontare l’interrogatorio di garanzia e lo ha fatto con il suo difensore di fiducia, Mario Guagliani: ha spiegato punto per punto le contestazioni, rivendicando la propria estraneità ai fatti e per questo il penalista ha presentato istanza di revoca direttamente al gip.

Per la posizione dei fratelli Rosselli è ritenuta rilevante, per l’accusa,  una conversazione intercettata: “Dopo l’acquisizione dei documenti da parte di De Nozza (il pm inquirente, ndr) Domenico mi ha detto meno male che a Brindisi è arrivato….(segue il nome di un agente non indagato, ndr) sennò ci arrestavano tutti e tre”. Come è accaduto. A nulla sono valsi i ragionamenti, intercettati anche questi, sulla conseguente sospensione dal servizio o sul trasferimento.

Arresti domiciliari anche per Domenico Galati 40 anni, nato a Tricase e residente a Surano, in provincia di Lecce; Giovanni Bray, 37 anni, nato e residente a Martignano, in provincia di Lecce, difesi dagli avvocati Federico Massa e Luigi Corvaglia che li hanno accompagnati oggi per l’interrogatorio di garanzia.

Nei confronti di Asciano e di Galati la Procura contesta anche il codice di comportamento dei dipendenti pubblici per aver usato in maniera “sistematica e prolungata, per fini personali, utenze telefoniche loro assegnate per ragioni di ufficio con contratti non a forfait al di fuori dei casi di urgenza o di autorizzazioni: la contabilità tenuta dai carabinieri è arrivata a quota 172 per Asciano dal 24 febbraio 2014 al 25 giugno 2015 e 43 contatti per Galanti dal primo aprile 2013 sino al 4 giugno dell’anno successivo.

La condotta sarebbe stata cosa nota a tutti: “Viene chiamato per i carciofi, per i peperoni, per i vasetti, con il telefono di servizio”. E che potesse accadere di essere scoperti lo sapevano: “Possiamo essere coinvolti tutti”. Tutti e cinque gli assistenti del Corpo forestale dello Stato sono accusati di concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato e false attestazioni o certificazioni in relazione al fatto che avrebbero “attestato falsamente, con modalità fraudolente, la loro presenza in servizio” e in tal modo avrebbero tratto in errore il “Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali” nel conteggio e nel riconoscimento dello stipendio, sia per il lavoro ordinario che per ore di extra.

Nel corso delle indagini sono stati acquisiti i brogliacci di servizio  e il registro di istituto “compilato e sottoscritto dal comandante di stazione, Giovanni Rosselli”. In totale, stando ai conteggi, 34 ore di assenza dal servizio sarebbero state maturate da Asciano, 47 da Bray, 39 da Galati e 86 da Massimo  Rosselli mentre per il fratello sarebbero state pari a 24. “Condotta aggravata dall’aver commesso il fatto in violazione ai doversi inerenti una funzione pubblico e con abuso di relazione d’ufficio e di prestazioni d’opera” dall’agosto 2013 sino a giugno dell’anno successivo.

Timore di essere scoperti e speranza di riuscire a farcela, anche in questo caso tutto intercettato: “Non penso che fottono i colleghi per gli orari spero, i carabinieri”. E ancora: “Siamo sempre in difetto ogni giorno”, dicono Galati e Bray, residenti nel Leccese, facendo riferimento – sostiene il pm – al fatto che “fosse loro abitudine interrompere il servizio alle 18,45 pur essendo in turno sino alle 20 per andare in stazione, prendere il treno” e rientrare a casa. “Lo facevano anche quando tornavano in auto”. “Chi lavora a Brindisi non sta in difetto come noi”, dicevano.

Nell’inchiesta sono rimasti indagati a piede libero in tre: si tratta di un altro imprenditore di Brindisi, dalle cui dichiarazioni sono partite le indagini, indicato come gestore di fatto di una impresa edile intestata a una donna, e i figli di Vittorio Greco, che risultano soci del padre.

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