“Sciabiche, il perduto quartiere marinaro di Brindisi”

Giacomo Carito: “Demolite non solo le pietre, ma la storia”. Franco Romanelli: “Il linguaggio memoria per tutti”

Francesco Romanelli e Giacomo Carito

BRINDISI – C’erano una volta le Sciabiche. Il perduto quartiere marinaro di Brindisi, crollato a colpi di piccone, inghiottito dalla storia negli anni del boom economico, assieme alle tradizioni, ai suoni, ai profumi e ai sapori. Vivo ancora nella memoria di chi di fronte al mare è nato e cresciuto, come Francesco Romanelli, sciabbicoto da generazioni autore del libro-racconto dal titolo “Sciabbicoti, questi sconosciuti”.

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La storia delle Sciabiche

“Il vento gelido che ha portato la neve in questi giorni, oggi lo chiamano Buran o Burian, noi gente di mare all’epoca lo chiamavamo burrino per dire che era il massimo del freddo”. Romanelli, Franco, per i pescatori – pochi – che ancora dedicano la propria vita al mare, ha aperto il suo album dei ricordi ai soci dell’associazione 506Più di Brindisi, invitato dalla presidente Piera Dell’Anno, nell’ambito degli incontri sulla storia della città, affidati al professore Giacomo Carito. Il tandem Romanelli-Carito ha ripercorso la nascita e la fine della zona che deve il suo nome a un tipo particolare di rete per la pesca usata nel mare Adriatico. Si calava in prossimità della spiaggia, in semicerchio, per essere tirata a riva.

Un tempo di diceva “andiamo a sciabbicare”: era la vita, era la pesca, era l’essenza del quartiere che si estendeva sino all’attuale Palazzo sede della Provincia di Brindisi, scandito da abitazioni con il tetto a “cannizzo”.

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“Purtroppo soprattutto negli anni Cinquanta, tutto ciò che era passato, era ritenuto vecchio e per questo non già da tutelare per consegnarlo al futuro, ma da cancellare”, ha detto Carito. “Erano quelli gli anni del post guerra, in cui c’era l’esigenza di ricostruire e di aprirsi al nuovo. Ora come allora, quel che è mancata è stata la coscienza, il senso di appartenenza della comunità brindisina che, nel tempo, ha portato a distruggere molti monumenti”.

“E’ successo lo stesso con l’area latina delle Sciabbiche che non esiste più: sono sparite non solo le pietre, ma la storia”. La demolizione avvenne in tre fasi: la prima nel 1924, la seconda nel 1934 e l’ultima nel 1959. “In quest’ultimo periodo i giornali festeggiarono la demolizione di un’aera definitiva vecchia”, ha continuato Carito mostrando le fotografie dei quotidiani dell’epoca. “Per questo la testimonianza offerta da Francesco Romanelli è importante”.

Il ricordo degli sciabbicoti

“Sciabbicoti è un diario dettato dalla memoria di Franco Romanelli, scritto con il cuore: è il racconto di come si andava a pesca con l’innesto di vivaci ricordi familiari”, ha detto Piera Dell’Anno. Prima di passare la parola all’autore, ha voluto rendergli omaggio leggendo alcuni brani del libro, scritti in brindisino. O meglio, in sciabbicoto. “Gente schietta e coraggiosa, fiera discendenza dei rivoluzionari che ancora prima di Masaniello, a Napoli, avevano sfidato la dominazione spagnola”. Il riferimento è andato ai fratelli Donato e Teodoro Marinazzo, ai quali Romanelli ha dedicato una poesia.

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“Ricordo che quando si usciva in mare, c’era sempre il richiamo all’attenzione: bisognava avere attenzione per i pesci oltre che per i pescatori, perché non si poteva sbagliare, né si poteva oltraggiare il mare”, ha detto Romanelli. “Non si arava il mare, lo si festeggiava e quando si tornava a casa con le reti asciutte si diceva: “Oggi balla la iatta (la gatta)”, per dire che sul tavolo non ci sarebbe stato altro se non il gatto che ballava”.

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“Lu calasoli segnava la fine di una giornata e invita a farne un bilancio. Il più grande poeta non avrebbe saputo trovare un termine più bello per descrivere l’istante in cui l’ultimo filo di sole si tuffa nel mare arrossato”. Le Sciabiche erano anche questo

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